I BioViticultori: Andrea Bragagni

Pubblicato 31/05/2012 di primobicchiere
Categorie: degustazioni, gite fuori porta

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Prima di questi assaggi il nome di Andrea Bragagni era solo piccole meteore sparse qua e la in qualche blog sulla rete. Piccole ma positive.
Sono andato a Bazzano anche per testare questi flash.

Comincio i miei assaggi con lui, non per scelta tecnica, ma perchè era il primo banco senza avventori.
Le sue Albana mi hanno fatto scoprire un vitigno a me ancora (pseudo)sconosciuto. Un vitigno con grandi potenzialità, da cui Andrea ha saputo estrarre davvero degli ottimi prodotti.

Rigogolo ’08: Albana in purezza, colore oro/ambra. L’etichetta indica 15°, non riconoscibili in quanto fusi nel liquido con una omogeneità perfetta. Secco, equilibrato, fine ed elegante, con una percepibile ruvidità tannica non scontrosa. Autentica nocciola tostata in bocca.
Rigogolo ’09: l’ultimo imbottigliato colore più tenue del fratello maggiore, anche in bocca risulta più immediato e delicato, buona succosità e piacevole rotondità. Grandi profumi al naso, da scoprire. Sono verdure cotte e terra, con una accenno di letame che scompare pian piano.
Ottimo prodotto, ma per arrivare alla perfetta simmetria del primo bisogna attendere ancora un pò.
Casa I Frati 2007: sangiovese in purezza. Meglio al naso che in bocca. La dinamicità e profondità dei suoi caldi e intensi profumi non ripercorrono la stessa strada in bocca, dove a tratti pare ancora un pò sconnesso e incerto.

Mi sono fatto dire l’enoteca rivenditrice a Modena, che passerò sicuramente a trovare ;)

Terremoto in Emilia-Romagna: un vino di solidarietà

Pubblicato 30/05/2012 di primobicchiere
Categorie: Uncategorized

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Anche io tengo a segnalare questa pregevole iniziativa di Gabriele Succi, dell’Azienda Agricola Costa Archi di Castel Bolognese (RA):

http://costaarchi.wordpress.com/2012/05/29/vino-per-solidarieta/

Chiunque (in particolare gli enoappassionati) nel suo piccolo può dare una mano, per aiutare migliaia di persone a risollevarsi da questa immane tragedia che stanno attraversando.

I BioViticultori: Fondo San Giuseppe

Pubblicato 30/05/2012 di primobicchiere
Categorie: degustazioni, gite fuori porta

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Quasi per caso, attraverso una newsletter, lunedi imparo di un banco d’assaggio in serata di vignaoli biodinamici/biologici in quel di Bazzano, precisamente presso l’Hotel Sirena.
Le cantine partecipante non sono molte, solo 6, ma alcune rientrano in quelle segnate sul mio taccuino che mi ero prefissato di provare prima o poi. Va da sè che quella era un’occasione ottima, anche per la breve distanza che ci separava.
Attimo di riflessione per pensare come organizzarsi in poco tempo per poter partecipare. Poi una serie di coincidenze lavorative favorevoli mia aiuta nel mio tentativo.

Una piccola (forse un pò troppo) sala del ristorante ospita le degustazioni.
La prima cantina che si incontra passando in rassegna i vari banchi è Fondo San Giuseppe, di Brisighella.
I suoi vini sono una lunga sequenza di agrumi:

Tera 2011: Trebbiano, il nome è il dialetto di terra. Fresca e giovane acidità, note di pomplemo che ritroviamo poi anche in bocca.
Ciarla 2010: Riesling ricordato dalle note sassose al naso, mescolate ad una pungenza citrina. Fresco e deciso, con una lievissima punta amarognola.
Fiorile 2010: Albana, nei suoi territori più vocati. Colore più intenso dei precedenti. In bocca è arancia amara, con la consueta freschezza e una nota astringente. Da attendere per il meglio.
Esor 2010: prima uscita per questo vino, nato quasi per caso. L’annata ha regalato poco Chardonnay, hanno pensato perciò di vinificarlo assieme al Moscato Rosa. Beverino e fresco, anche manca di una prescisa identità. A mio parere l’improvvisazione non ha dato una personalità particolarmente spiccata, almeno per il momento.

Tutti i prodotti erano freschi, tanto, troppo, e forse solo. Mancavano di quel carattere irruento e personale tipico di queste tipologie di vini. Si meritano comunque il beneficio del dubbio e mi riprometto di fare una riprova appena possibile.

Friscale 2010 – Unknown

Pubblicato 29/05/2012 di primobicchiere
Categorie: degustazioni

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L’altro giorno a pranzo ho trovato in tavola questa Bonarda dell’Oltrepò Pavese.
Mai sentito. Scruto la bottiglia con curiosità cercando di capire chi lo produce, ma l’unica notizia che riesco ad estrapolare dalla comunque logorroica etichetta è stata solo l’azienda che lo imbottiglia, tale Castello di Poggio s.s., nella provincia pavese. Di chi lo vinifica nemmeno l’ombra.
Se la memoria non mi tradisce mi pareva che nei vini DOC fosse obbligatorio indicarlo….
In compenso però l’etichetta spiega con cosa abbinarlo, da quale territorio proviene e il significato di Friscale (=strumento a fiato simile al flauto che erano soliti suonare i contadini in campagna).

Come in etichetta così nel bicchiere qualcosa manca.
Colore purporeo, la sua caratteristica vinosa al naso lo rende facilmente confondibile con un lambrusco emiliano. Le bollicine grossolane lasciano un pizzicore fastidioso, vagante tra naso e palato che dura in maggior misura delle sue componenti gustative. Al sorso mi vengono in mente Virgilio e Dante: “..non ti curar di lor ma guarda e passa…”. Così il liquido passa senza nulla lasciare, se non una leggera sensazione fruttata. Troppo corto, esile e fragile per poter essere raccontato. Provando a spezzare una lancia in suo favore posso dire che una temperatura di servizio più bassa avrebbe forse aiutato le bollicine ad essere meno invasive, ma è una magra consolazione.

Ansonaco 2010 – Altura

Pubblicato 28/05/2012 di primobicchiere
Categorie: degustazioni

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Ancora Armadillo’s wines docet.

Metti una tiepida serata primaverile.
Metti una cena all’aperto e pesce alla griglia.
Viene da sè ricercare un vino del mare, che ti porti con un assaggio su una costa disturbata solo dai versi di gabbiani affamati e dallo scibordio calmo dei flutti, che ti avvolge con la sua brezza asciugante e profumata.
E pensi che in cantina potresti avere ciò che serve.

L’Ansonaco di Altura è prodotto sull’Isola del Giglio da uve ansonica in purezza, coltivate senza prodotti di sintesi e con lavorazioni naturali. In cantina non si adottano filtrazioni, chiarificazione e stabilizzazioni di alcun tipo, ma si lasciano nella bottiglia tutte le sostanze necessarie al vino per affrontare al meglio il suo ciclo vitale.

Il bicchiere giallo oro è iodio allo stato puro, che offre un soffio caldo di mare lasciando solo la comprimarietà alle note di mela, albicocca e frutta secca. Sottile e delicato con la solita mineralità salina che predomina, allieta il palato con un fare vellutato ma deciso, e nel salutare abbandona per un attimo le coste per impugnare e sbandierare una sabauda nocciola tostata.

Un vino per ogni annata

Pubblicato 27/05/2012 di primobicchiere
Categorie: viticoltura

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Lo spunto per questa riflessione me l’ha dato Alessandro Bocchetti con il suo interessante post su Scattidigusto, che mi trova d’accordo sul nocciolo della questione. Il vino si può fare in qualunque annata, forse anche nelle più disastrate. Voglio però spostare la questione dal “SE” al “COME”.

Il vino è il prodotto dell’interazione tra uomo e natura, con percentuali di incidenza molto variabili (purtroppo).
La mano e l’esperienza del vignaiolo è fondamentale e imprescindbile per far nascere un ottimo vino (in parole povere se le stesse uve le curo e le vinifico io o lo fa Beppe Rinaldi fidatevi che il risultato cambia, e non poco. A mio favore ovviamente :D ), e le grandi le capacità del viticoltore saranno un vero valore aggiunto al vino soprattutto in quelle annate “difficili”, dove da quel poco che la natura mette a disposizione si riesce a far nascere un grande prodotto.

Ma talvolta può non essere sufficiente. 
La natura (ricordiamocelo) comanda sempre, e se decide che nelle fasi fenologiche critiche sarà pioggia e freddo ci si troverà a vinificare un frutto depresso e per niente sano, che ovviamente non potrà dare il meglio di sè. Senza dimenticare che sono situazioni estreme più uniche che rare (per fortuna), ogni tanto queste annate terribilmente ed irrimediabilmente negative comunque arrivano.
Che fare in questi casi?
Chi abbraccia una filosofia naturalistica e rinnega l’utilizzo di prodotti di sintesi si trova ad un bivio. Non imbottigliare e incassare il danno economico? O utilizzare stratagemmi chimici e tecnologici che modellino un pò il vino per renderlo bevibile, rinnegando però di fatto il proprio credo?
Alcune cantine decidono (ed è effettivamente accaduto) di non imbottigliare, ma forse non tutti possono permetterselo.
Chi ha un pensiero ed una concezione di vita ecosostenibili ben radicati e determinati immagino che si trovi davanti ad un dilemma la cui soluzione non è così scontata.

Lambrusco a km 0

Pubblicato 25/05/2012 di primobicchiere
Categorie: degustazioni

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Lungo il rientro dal lavoro, a due passi da casa, mi imbatto spesso in un cartello che invita ad entrare in una cascina e acquistare del vino a km 0.
L’altro giorno, complice anche un seguente cartello che pubblicizzava fragole, ho deciso di fermarmi e fare qualche acquisto campagnolo.
Fragole per la macedonia e finchè c’ero, punzacchiato dalla curisità,  mi son detto: “Perchè non provare anche una bottiglia?”.
Le opzioni erano discrete: un Lambrusco di Modena, un Pignoletto+Trebbiano, un moscatello dolce e un Lambrusco tipo Sorbara.
L’indice della scelta ha puntato il Lambrusco di Modena, per la modica cifra di € 2,50 con etichetta (senza €1,90)

Una breve pausa in frigo prima di essere subito stappato durante un’aperitivo la sera stessa, dove, quasi a sorpresa, ha ricosso consensi praticamente unanimi.
Vino giovane, fresco, beverino, anche se credo che la bassa temperatura gli abbia dato un certo sostegno. Profumi vinosi e fruttati nascono dal bicchiere purpureo, il liquido croccante e carnoso dimostra freschezza ben bilanciata senza particolari spigolosità. Leggero e immediato, rimane però un pò compatto nel sorso, rigido, e anche dopo qualche secondo fatica un pò ad appropiarsi omogeneamente del palato.
In sostanza è comunque un vino piacevole e gioioso, ottimo per i presumibili numerosi aperitivi in vista dell’imminente estate.

Una boccata d’ossigeno

Pubblicato 24/05/2012 di primobicchiere
Categorie: Uncategorized

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Per molto tempo l’ossigeno è stato considerato uno dei nemici principali del vino, vedendo la protezione da tutte le ossidazione come pratica enologica fondamentale. E ancora oggi principalmente è così. Soprattutto nelle vendemmie di uve botritizzate la protezione del mosto dalle ossidazioni è sicuramente una necessità.

Bisogna però considerare anche il suolo ruolo positivo.
Come diceva già Pasteur esso svolge una 
funzione fondamentale nell’evoluzione del vino, in particolare di quelli rossi. I bianchi, in quanto meno ricchi di composti fenolici che danno una sorta di protezione, sono più sensibili alle ossidazioni, e anche per questo abbisognano di una quantità superiore di SO2.

Talvolta l’ossidazione è ricercata, anche se oggi queste tipologie di vini non nutrono ancora di grande considerazione, a meno che non si parli dei noti fortificati (Madera, Marsala, Sherry  etc..). Probabilmente perchè siamo abituati o cerchiamo nei vini freschezza, aromi fragranti, e profumati.
Che poi l’aggettivo ”profumato” è molto soggettivo.
Quello che per qualcuno è una puzza per altri potrebbe essere un aroma piacevole.
I vini ossidati si distinguono dalla massa proprio perchè originano sapori ed odori meno immediati e ben lungi dalle consuetudini, dovuti dall’ossidazione dell’etanolo in acetaldeide, che conferisce al liquido quella nota tipica che in Francia chiamano rancio [ransiò], e che ricorda un pò sentori di noci tostate, di carne, di ortaggi cotti, di fieno. Odori forti, pungenti, che non siamo abituati a trovare nel bicchiere.
Proprio oltralpe, grazie anche ai vins jaunes dello Jura, sono maggiormente predisposti a certe caratteristiche organolettiche rispetto a noi.


Proviamo ad evolverci, con la volontà di metterci in gioco, di cercare di capire, di provare con curiosità, perchè i vini ossidati (o almeno quelli ben fatti) traboccano di complessità, sia olfattiva che gustativa. Basta solo superare le barriere mentali che ci siamo costruiti per “difenderci” dalla diversità, ed aprirci all’esplorazione e alla scoperta di un nuovo enomondo.
Gli esiti saranno sicuramente sorprendenti.

Antica Osteria del Mirasole: la cucina

Pubblicato 23/05/2012 di primobicchiere
Categorie: enogastronomia

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A grande richiesta riporto qui di seguito la cronistoria dei piatti che si sono susseguiti al nostro tavolo accompagnando il barbera Monleale di Massa.
(chiedo preventivamente scusa ai ragazzi de La Grande Abbuffata per avergli scippato qualche foto visto che non ho avuto l’accortezza di farne personalmente)

L’ottimo servizio comincia con un calice di spumante fresco e tocchettini di ricotta, in cui abbondava la percentuale di panna, e per ciò molto saporiti. Seguono a ruota due bruschette con pomodorini, olio e origano. Sarà la mia passione per queste stuzzicherie mediterranee, ma ne avrei mangiate a secchi.

La carta dei primi ci fa scegliere: maccheroncini al torchio alla crema di latte d’affioramento, con spalletta di iberico e carciofi, e spaghetti al torchio con broccoli, cipollotti e guanciale. Due piatti vellutati e gourmand.

Proseguiamo poi con una frittatina morbida di cipollotti (buona anche se un pò unta) e sardoncini sulle braci con radicchio di campo e pomodorini, il tutto accompagnato da una porzione di patate al forno.

Menu dei dolci alla mano si opta per una cremoso gelato alla panna d’affioramento con marmellata e per i libidinosi biscotti di mandorle burrosi e friabili con zabaione.
Caffè per concludere.

Locale piccolo e davvero accogliente, servizio curato e cucina gustosa.
Se siete da quelle parti non mancatelo.

Barbera Monleale 2007 – Walter Massa

Pubblicato 22/05/2012 di primobicchiere
Categorie: degustazioni

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Era una serata di pioggia battente quando, in dolce compagnia, approdai  all’Osteria del Mirasole, a San Giovanni in Persiceto nel cuore della provincia bolognese. Locale scelto in seguito a lettura della recensione sul blog lagrandeabbuffata.

Locale caldo e accogliente, in stile vecchia trattoria, proprio come piace a noi. Visto il tempo da lupi ci posizioniamo nel tavolo più vicino al camino/griglia, mentre ci accoglie un rapidissimo servizio.
Come preventivato i vini sono l’unica “pecca” (se di pecca si può parlare) del locale. Sembra una carta un pò turistica, con nomi altisonanti e mainstream (e anche un pò carucci), ma pochi vini “veri”. Nonostante ciò qualcosa di interessante siamo riusciti a trovarlo. Il ballottaggio è stato tra il Dolcetto di Pecchenino e il Monleale di Massa.
L’ha spuntata quest’ultimo al fotofinish.

Vino opulento ma non grasso, morbido, polposo, rotondo, che non manca mai di succosità. Ignaro dell’operato di Massa mi viene da pensare ad un passaggio in legno piccolo, ma non nuovo.  Diffonde vaniglia e cacao, pepe e noce moscata, assieme a marmellata di un frutto che pare prugna.
Grande complessità, non un semplice vino da pasto. Prezzo sui 20-22€.
Scoccia, e molto, non arrivare al fondo, ma il fantasma dell’alcoltest semina terrore (e l’etichetta diceva 14,5°).


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