Difendiamo il nostro vino


Con questo post voglio riprendere un appello fatto da Porthos (ma non solo) qualche anno fa, e purtroppo ancora di grande attualità.

Proprio quest’anno abbiamo assistito al tentativo di modificare il disciplinare del Rosso di Montalcino, aggiungendo una percentuale dei classici vitigni alloctoni che stanno un pò colonizzando la Toscana ( i due cabernet e il merlot), in suffragio del nostro sangiovese, che ne possedeva (e possiederà ancora!) in toto le quote. Tutto ciò per tentare di produrre un vino più piacione, più standardizzato, snaturando il prodotto.
Fortunatamente il Presidente del Consorzio Brunello di Montalcino Ezio Rivella, e i suoi “bravi” del CdA che hanno voluto fortemente l’assemblea per votare un cambio di disciplinare nel Rosso, sono stati sonoramente sconfitti: il 69% ha votato contro il cambio di disciplinare (nel dettaglio: 806 aventi diritto al voto, 678 voti, 210 sì, a favore del cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino 465 no, 3 schede bianche).

I disciplinari di produzione sono stati creati allo scopo di salvaguardare e garantire l’identità e l’integrità dei vini italiani. Purtroppo però i teorici dell’omologazione, cercano sempre di farli apparire obsoleti, vecchi, da migliorare ed innovare, senza però tener conto della storia e delle tradizioni che hanno contribuito a rendere il nostro vino così ambito da Paesi vicini e lontani.

Come si legge su Porthos “.. si assiste ad un invasione di vitigni alloctoni, impiantati per ‘migliorare’ le specialità italiane e realizzare prodotti più facili da consumare” senza badare che così facendo le molte bottiglie riempite restano comunque “vuote“. Vuote di significato, di sentimento, di quella territorialità che è fondamentale (eufemismo) perchè un vino si possa esprimere al meglio, ed essere qualitativamente eccellente.

Ancora Porthos “si continua a modificare i disciplinari senza alcuna progettualità, ma fotografando di volta in volta il cambiamento proposto dal marketing. Tutto ciò in nome di un riscontro economico immediato e seguendo i capricci del mercato. Questo è un grave errore dal punto di vista etico ma anche sotto il profilo economico: la standardizzazione dei nostri vini ha come diretta conseguenza, nel medio-lungo periodo, un calo delle vendite e dell’attrattiva turistica esercitata dalle zone di produzione.”

In Italia purtroppo parecchie cose sono veramente da buttare, ed è sotto gli occhi di tutti, soprattutto in questo periodo. Questo deve essere un motivo in più per difendere, senza esitazione, ciò che invece rappresenta un’eccellenza del nostro territorio, un motivo di vanto e di orgoglio nei confronti del resto del mondo. Cerchiamo di mantenere la nostra diversità, soprattutto quando questa brilla di luce propria.

Anche io quindi sottoscrivo pienamente l’appello di Porthos per evitare di diventare produttori di un vino globalizzato ed inerme. Per evitare che il nostro territorio diventi terra di conquista da parte di chi vede il vino come oggetto e non come lavoro, socialità, sentimento.

Per sottoscrivere l’appello: http://www.firmiamo.it/indifesadellidentitadelvinoitaliano

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