Richard Smart in difesa della viticoltura convenzionale

Leggevo l’altro giorno il n. 5 della rivista “Millevigne”. All’interno c’è un articolo dello studioso, ricercatore e attuale consulente privato di viticoltura, Richard Smart. (Articolo che potete leggere anche on-line qui)
Anche senza conoscerlo, sono certo che il Dr. Smart si sia guadagnato sul campo i numerosi meriti che ha. Però questo articolo mi è parso abbastanza superficiale,  non particolarmente degno di un personaggio del suo calibro.

In queste righe Smart veste i panni dell’avvocato del (quasi) diavolo, tentando di difendere, con argomentazioni a tratti un pò sterili a mio parere, la viticoltura tradizionale, esaltandone le caratteristiche positive e tentando di evidenziare i punti negativi di coltivazioni biologica e biodinamica.

Mi trovo pienamente d’accordo con lui che bisognerebbe “[…]lavorare su vitigni resistenti alle malattie […]“, per rendere così la pianta più autonoma e meno dipendente dall’intervento umano (e di conseguenza anche dai fitofarmaci), e condivido in toto anche il concetto che ” […] una viticoltura convenzionale ben condotta è un’attività equilibrata e sostenibile […]”.
Quest’ultima frase contiene però una parolina (anzi 2) magica: ben condotta.

A me è capitato spesso di vedere atomizzatori sfrecciare tra i vigneti “sparando” in lungo e in largo nubi di fitofarmaci.
Purtroppo Smart non ha tenuto conto che al giorno d’oggi il buonsenso è merce rara.
Si sofferma parecchio sul fatto che la poltiglia bordolese, ammessa in agricoltura biologica, sia 
dannosa, affermando che “[…] l’unico caso di cui sono testimone di effetti tossici indotti da pesticidi nel vigneto è nei suoli acidi delle Graves (Francia, bordolese, NdR) dove da oltre cento anni si tratta con poltiglia bordolese […]”.
Come dargli torto, però se vogliamo seguire il suo ragionamento precedente, anche la coltivazione biologica deve essere ben condotta, usando e non abusando delle “armi” concesse. Inoltre non credo che non abbia visto le zone dello Champagne. Già perchè qualche effetto collaterale  lo hanno avuto pure lì’, e non è stata usata solamente poltiglia bordolese.
Anche qui si è un pò arrampicato sugli specchi.

Così come quando cita il fatto che “[…] letame bovino, in particolare, avrebbe effetti negativi sull’ambiente, sulla sanità dell’uva e la qualità del vino […]”. Fortunatamente qui ci pensa Maurizio Gily (che ha tradotto l’articolo in italiano dall’originale) a sottolineare che il buon Richard ha peccato un pò di superficialità con questa affermazione.

Questo articolo sembra scritto in politichese, delegittimando le teorie altrui anzichè provando le proprie.
Come ho già detto penso che la sua idea (una viticoltura convenzionale ben condotta è un’attività equilibrata e sostenibile) sia giusta, ma ha usato armi (parole) sbagliate per difenderla.

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