Riflessioni sulla sfida “Vini naturali” vs “Vini industriali” al Gastronauta

Sabato 21 gennaio è andata in onda su Radio24 una puntata del Gastronauta di Davide Paolini sui vini  cosiddetti naturali vs vini cosiddetti industriali, dibattito che ultimamente interessa parecchi addetti ai lavori e non.

Interviene per primo il presidente AIS Antonello Maietta:
intanto occorre trovarsi d’accordo sul significato di “vino naturale” perché il vino non lo è di per sé, essendo – semmai – l’aceto il prodotto “naturale” dell’uva. Pare condivisibile che ci sia oggi una presa di coscienza da parte del produttore, di un profilo “etico” nella produzione del vino. Allo stesso modo, è chiaro che all’AIS interessi prima di tutto la qualità; che poi il vino buono sia anche “etico”, tanto meglio. Sembra poi che l’espressione “vino industriale” sia utilizzata in modo per lo più dispregiativo, come se finora avessimo bevuto sempre vini “cattivi” e non genuini. Quando assaggio, mi capita a volte che l’essere “naturale” diventi il primo e unico argomento di discussione di chi non ne ha altri. Vorrei sentirmelo dire alla fine, ecco.

  • Vabbè, a parte la puntigliosità pleonastica in merito al vino-aceto-naturale, è evidente la sterile difesa verso i produttori (che sono la maggior parte e sono ciò di cui l’AIS vive) di “vini industriali”. Penso che se un cibo (o bevanda) ha un buon sapore ma non mi fa stare bene allora è meglio lasciarla perdere, perché a volte un cibo (o un vino) può essere molto buono in bocca grazie alla “ricchezza” di additivi che ne trasformano il gusto, ma poi lo stomaco reclama vendetta!
    Poi anche io ho bevuto e bevo vini non naturali, ma sempre meno….

Marco (radioascoltatore da Sondrio): bisogna tendere verso un concetto di “naturale”, in tutti gli ambiti. Bisogna essere attenti verso il vigneto, usare meno elementi esterni possibili per arrivare a qualità e identità.

  • La penso così anche io.

Giovanni (radioascoltatore dalla provincia di Vicenza): vini “naturali” o non, l’importante è che il vino sia buono.

  • Intervento direi alquanto superficiale, ho già risposto qualche riga sopra.

Partendo da questo intervento di Giampaolo PagliaElena Pantaleoni (Azienda Vinicola “La Stoppa”): d’accordo con Giampaolo, il “vino industriale” segue le regole del mercato. L’approccio “naturale”, invece, cerca di esaltare al massimo la provenienza, la vendemmia e il vitigno: non si interviene per cambiare il prodotto con il proprio gusto o per assecondare il mercato. Quando conosci bene la tua azienda, le tue vigne e le potenzialità della tua zona, cerchi di esaltarle. Non c’entrano molto i numeri: uno, anche se fa tante bottiglie, può avere un approccio in un certo senso “naturale”.

Antonio Santarelli (Azienda Agricola “Casale del Giglio”): non so se abbia molto senso appiccicare etichette, quasi come se chi fa “vino industriale” rulli tutto e impedisca l’emergere di valori quali territorialità e regionalità. Gli standard sanitari sono garantiti da tutti, oggi. Nossiter (con il suo articolo su GQ ndr) ha fatto una valutazione poco ampia, non considerando la sostenibilità economica e qualitativa oltre che quella ambientale. A volte malattie e attacchi fungini non possono essere contrastati con certi metodi di agricoltura, c’è il rischio di danneggiare la qualità del prodotto. E poi c’è il contadino che deve pur sempre vivere. Se si riuscisse – in modo costruttivo – a creare un gruppo di lavoro per dare un’informazione legata alla realtà, credo che l’evoluzione futura sia in quella direzione (del biologico, n.d.r.).

  • Non conosco i vini di Casale del Giglio (solo di fama), ma sentire parlare di territorialità e regionalità un’azienda i cui vini sono prodotti quasi esclusivamente con vitigni internazionali fà un pò pensare. Comunque onguno tira l’acqua al suo mulino e questo ci sta.

Riccardo (radioascoltatore dalla provincia di Pordenone): c’è un numero per dichiarare una cantina “industriale”? In Australia, molte cantine che seguono un metodo di viticoltura “biodinamica” producono milioni di bottiglie. Che forse “naturale” voglia dire semplicemente che si possa riconoscere il territorio?

Ancora, Elena Pantaleoni: la viticoltura biologica o biodinamica è una responsabilità di tutti. Capisco che sulle parole si possa discutere, io non ritengo negativa la parola “industriale” anche se ammetto che abbia assunto questa connotazione negativa. Guardando al Barolo (un tempo conosciuto come un vino di pregio che può durare a lungo, con maturazione in botte grande; poi un po’ snaturato dai “modernisti”, salvo constatare un progressivo ritorno attuale al Barolo di un tempo), non v’è dubbio che si sia abusato della tecnica: il fatto di essere “naturali” o meno, di usare più o meno solforosa o lieviti selezionati è sicuramente meno interessante del risultato. Nessuno vuole fare divisioni tra “buoni” e “cattivi”: è importante, però, che il consumatore abbia gli strumenti giusti per poterli distinguere.

  • Si credo anche io che spesso manchi informazione verso i consumatori. Oltre a venderlo il vino sarebbe molto bello raccontarlo.

Maurizio Gily (Direttore rivista Millevigne): il termine “naturale” che tanto si usa oggi non ha una definizione univoca. A voler fare il “guastatore”, il vino non è un prodotto che esiste in natura ma è prodotto dal uomo. Oramai, però, c’è accettazione comune sul fatto che il “vino naturale” sia quello ottenuto da un vigneto condotto secondo i canoni dell’agricoltura biologica, con una filosofia meno interventista. Se manca una definizione condivisa è forse anche per via di una sorta di idiosincrasia dei piccoli produttori, in particolare, verso la burocrazia: definire un protocollo di “vino naturale” presuppone una certificazione esterna che quel protocollo è stato rispettato e c’è paura – forse – di entrare in questo meccanismo.

  • Stimo Gily, e sono abbonato a Millevigne, ma a volte parla in modo un pò disilluso. Credo che si possa fare naturale, biologico, biodinamico etc… anche senza certificazioni (che spesso purtroppo non escludono frodi).

Patrizia (radioascoltatrice da Cremona): in enoteca mi confronto con le richieste dei consumatori e mi accorgo che c’è grande confusione sul concetto di “vino naturale”, “convenzionale”, con o senza solfiti. Le persone hanno ricevuto un messaggio che li porta oggi a cercare sempre più vini sani e controllati; ma l’equilibrio auspicabile del “buono, corretto e sano” non è ancora chiaro, c’è timore di assumere vini “cattivi” e “tossici”: di qui tutta una serie di discussioni sul vino che contiene solfiti che diventa tutt’un tratto “dannoso”. C’è una grande aspettativa ma anche una grande confusione, in parte alimentata da un certo modo di comunicare, un po’ forzato in una sola direzione. Personalmente, in tanti anni che faccio questo lavoro, non ho mai conosciuto una persona che abbia a cuore la sua terra e il suo vino che abbia usato il “veleno” in vigna o in cantina. L’equazione “vino naturale” = “vino buono”, come pure quella “vino industriale” = “vino cattivo”, mi sembra veramente fuori luogo.

  • Non credo si possa stabilire se gli additivi ammessi nei vini diano tossicità cronica al nostro organismo, quindi in base a quanto letto sopra ammettiamo come “tossici” solo quei vini adulterati (es. caso metanolo). Invito a leggere questo post per ricordare che la solforosa non è diventata dannosa tutto in un colpo, ma lo è sempre stata.
    Bisogna capire cosa si intende per “veleno”, sicuramente certi agrofarmaci si avvicinano molto a questa parola.

Lamberto Vallarino Gancia (Presidente Federazione Industriali del Vino): non esiste una norma che definisce i “vini naturali” mentre c’è una legge che chiarisce cos’è il “vino” (e più di 600 diversi disciplinari di produzione). S’è creato tutto un mondo di “vini naturali” ma non c’è nemmeno una norma europea condivisa: si parla solo di vino fatto con “uve da coltivazione biologica”. Sono d’accordo anch’io: c’è confusione nella comunicazione del messaggio, bisogna stare più attenti. Il vino – di fatto – deriva dall’uva: alcuni cercano di usare meno chimica possibile, altri stanno cercando di usare meno solforosa (con risultati abbastanza scarsi, per la verità, perché i vini senza solforosa si ossidano e risultano imbevibili). A livello europeo, stiamo studiando una definizione di “vino biologico”: c’è il rischio che questa possa essere bandita se non entro giugno non si arriva a una soluzione condivisa.

  • Da come questi grandi produttori attaccano i “vini naturali” sembra quasi che ne abbiano paura, tranquilli se i risultati sono così scarsi usando poca solforosa tra poco la gente non li comprerà più (anche se mi pare il contrario). Diciamo che è più difficile, costoso e faticoso ottenere buoni risultati facendo vini naturali, aggettivi che non rientrano nel vocabolario della produzione industriale.

Angiolino Maule (titolare Azienda Agricola “La Biancara” e Presidente Vinnatur, associazione viticoltori naturali): Io non sono un uomo di cultura ma sono un uomo di campagna: dobbiamo fare vini da territorio e non vini “da chimica” o troppo “da uomo”. E vero che il vino è anche un prodotto dell’uomo ma nel gusto del vino deve dominare il gusto del territorio. Grazie alla ricerca che stiamo portando avanti con microbiologi stiamo producendo vini senza chimica, vini corretti e anche bevibili: vini da territorio senza la chimica.

  • Amen.

Donato Lanati (Enologo e docente di Tecnologia Enologica al corso di laurea di secondo livello della facoltà di Agraria di Torino): io farei piuttosto una distinzione tra vino “artigianale” (meno interventismo) e vino “industriale” (razionalizzazione di un processo produttivo). Se ci sono Chateau che producono una sola varietà e 500 mila bottiglie buone e – invece – aziende artigianali che fanno volumi più ridotti ma vini meno convincenti, vuol dire che non è solo un problema di quantità. Certo, quando le quantità aumentano si perde in un certo senso il concetto di territorialità, che è il vero valore aggiunto delle piccole aziende. Fondamentale è poi il ruolo della ricerca, che ha permesso di studiare certi processi. Vi è il pericolo che per avere grandi quantità si possa fare violenza alla natura, in vigna e in cantina. Vero è anche che tendenzialmente il vino prodotto in grande quantità è più controllato, l’azienda che lo produce non può permettersi di mandare in giro bottiglie non a posto, il produttore deve garantire la massima genuinità. Il successo imprenditoriale sta nel marchio, la capacità di fidelizzare a prescindere da grandi o ridotte quantità.

Ancora Angiolino Maule, stuzzicato da Davide Paolini sulla (reale, a quanto pare) possibilità che il termine “vino biologico” possa essere bandito a livello europeo se non si trovasse una definizione condivisa entro il prossimo giugno: sarebbe una vergogna. Dovrebbero incentivare i produttori che tolgono la chimica dalla vigna, e invece…

  • Sembra davvero assurdo, invece che andare avanti si torna indietro. Comunque si può bandire un termine ma non un prodotto. Non si può dire “vino biologico”? E mi sta bene, si chiamerà “vino prodotto da uve da agricoltura biologica”. Per questo è necessaria un’informazione verso il consumatore che racconti veramente il vino, e che vada oltre un’etichetta.

Infine non credo che “vino naturale = vino buono” e “vino industriale = vino cattivo”, credo invece che il vino naturale rispetti di più la natura e il nostro organismo piuttosto che un vino industriale.

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6 commenti su “Riflessioni sulla sfida “Vini naturali” vs “Vini industriali” al Gastronauta”

  1. etica vitis Says:

    Complimenti per il report dettagliato che mi ero persa alla radio. Confermo che vi sia grande confusione da parte del consumatore. Il modo più semplice per farlo avvicinare al mondo del vino che definisco in questa sede “più sano”, senza etichettare (e senza voler demonizzare il resto dei vini), rimane quello di farglielo assaggiare. Ogni consumatore fa poi la propria scelta in base alla propria sensibilità di percezione e di gusto. Delle “etichette” poco gli importa soprattutto in questo campo dei ” naturali” ancora molto complesso e poco definito, in particolare in Italia. Le parole vengono spese tra chi come noi conosce il settore; serve informazione semplice e mirata per il consumatore.
    Natascia


    • Concordo pienamente con te. Un’etichetta vuol dire poco, bisogna raccontare il vino, e il lavoro che c’è dietro per far capire veramente al consumatore ciò che beve. Poi a lui spetterà la scelta. Purtroppo ad oggi credo siamo ancora lontani da questo obiettivo.


  2. Concordo che l’informazione verso il consumatore finale di qualsiasi prodotto debba essere chiara e imprescindibile. Trovo noiosa questa “diatriba” tra vini e vignaioli che causa solo divisioni all’interno di un ecosistema già fortemente diviso e frammentato.
    Vorrei solo sottolineare che l’alcol è una molecola dannosa e tossica per l’organismo umano. Mi sfugge quindi tutto questo concetto di vino naturale…


    • Pienamente d’accordo con te che l’alcol è dannoso a prescindere purtroppo. In genere in un vino naturale sono però ridotte altre sostanze potenzialmente dannose come solforosa e additivi vari.
      Forse più che una diatribe servirebbero discussioni/confronto più costruttiva

  3. maurizo gily Says:

    grazie della stima. Non metto certo in dubbio che si possa fare qualunque cosa senza certificarla. E il problema non è tanto comunicarlo al consumatore, ma che il consumatore ci creda: le certificazioni servono a questo (sebbene nessun sistema di controllo possa dare garanzie assolute). In alternativa esiste solo il rapporto fiduciario diretto. Un po’ poco, per sviluppare un mercato che non sia solo strettamente locale, e un po’ rischioso, perchè un produttore che si brucia questa fiducia poi sputtana anche gli altri. Lasciare le cose nel vago e nell’indefinito, a cominciare dal termine stesso vino naturale, a mio avviso alla lunga non paga le aspettative legittime dei produttori che scelgono questo cammino tutt’altro che facile. Fissare paletti vuol anche dire che poi nulla vieta a un “industria” di fare un vino naturale, se rispetta queste regole. Forse è anche questo che si vuole evitare.


    • Quello che dici è giusto, e credo che le tue parole in merito ai vini naturali (non solo in questa occasione) siano dovute a decenni di esperienza in campo enoico. Forse a me, da buon ingenuo e poco esperto in materia, arde ancora un pensiero sognatore che vuole credere che un vino naturale sia davvero possibile, fidandosi del buonsenso dei vignaioli.
      P.S. apprezzo comunque sempre i tuoi articoli su MilleVigne, schietti e sinceri


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