Nella fucina di Camillo Donati

Ho sempre avuto un pò di reticenza ad andare visitare la cantina di Camillo Donati, non per un vero motivo valido ma per la mia poca predisposizione verso i vini frizzanti. Invece, citando il grande Faber, “…il seguito prova che aveva torto“.

Arrivo in tarda mattinata ad Arola, ad attendermi Francesca, la gentilissima moglie di Camillo, che  mi accompagna in collina a Barbiano, dove l’azienda ha i suoi 10 ettari di vigna. Là c’è Camillo impegnato potare le viti allevate a Guyot. Non lascia a nessun altro questo gravoso compito, ci tiene a farlo personalmente, perchè l’occhio è maestro e certe sensazioni sono impossibili da insegnare. La coltivazione in campo è totalmente biologica e naturale, senza l’uso di sostanze chimiche, quantitativi minimi di rame e zolfo, sovescio e concimazioni con letame.

Francesca mi guida all’interno della cantina di vinificazione dove hanno una vecchia vasca in cemento che usano come “starter”, perchè all’interno si possono ammirare (e sentirne il profumo!) dei lieviti indigeni che favoriranno le fermentazioni. Fermentazioni che avvengono in tini aperti senza il controllo della temperatura e si concludono lasciando un lieve tenore zuccherino nel vino che servirà per la rifermentazione naturale in bottiglia. Per la tappatura utilizzano speciali tappi a corona, gli unici che riescono a dare garanzia garantire contro imprevisti spiacevoli di “esplosioni” dovute proprio alla rifermentazione naturale.

Continuando con piacevoli chiacchierate ci appropincuiamo al banco d’assaggio, dove ci aspetta un fila di promettenti bottiglie. Tutti i vini di Camillo sono da monovitigno (a parte la Malvasia rosa che contiene un 5% di uve rosse scelte di anno in anno).
Ecco i vini assaggiati:

il mio Sauvignon 2008: colore paglierino, profumi minerali e di frutta fresca, davvero piacevole in bocca, delicato e setoso.

il mio Malvasia 2010: colore giallo oro, più velato rispetto al Sauvignon, con i profumi inconfondibili del vitigno e un sentore come di pesce fresco, che mi ricorda i pomeriggi da bambino passati in riva al lago a pescare (e non lasciatevi ingannare, è un profumo non una puzza). Buon corpo e bell’acidità, territoriale e caratteristico.

il mio Lambrusco 2010: lambrusco Maestri in purezza, colore rubino-viola intenso, profumi di fiori e di carne, rotondo, pieno e succoso, scende in gola che è un piacere, da berne a secchiate tanto per intenderci.

Vini tutti molto diversi tra loro e caratteristici, accumunati però da un fattore: l’incredibilie bevibilità, non una sensazione di bruciore nè un eccesso di pungenza sgradevole. Vini che trasmettono allegria.

Chiacchierando anche Francesca mi conferma che pure loro per l’Ovidio (che è un Vino da tavola) non possono indicare in etichetta l’annata della vendemmia  😕  .

Dulcis in fondo vado a casa con un cartone di 6 bottiglie miste, e quando mi presenta il prezzo penso sia uno scherzo: 30 € in totale!  😯
Ok, domani ripasso col camion 😉

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