Scribae vinum

Mi è capitato spesso, negli ultimi saloni enoici, di imbattermi in figure sicure, munite di taccuino e penna, che traslocavano su carta ciò che le loro papille avevano appena trasmesso al cervello.

Nutro sentimenti contrastanti nei loro confronti.
Da un lato grande ammirazione per il loro “tatto linguale” supersensibile che abbisogna solo di un minimo assaggio per riuscire a carpire i segreti del liquido che hanno appena tastato e sputato negli appositi cestelli. Li guardo sempre un pò estasiato, perchè a me ci vogliono parecchi minuti per riuscire a far combaciare quello che mi fu insegnato con le mie sensazioni. E spesso la sicurezza delle intuizioni è davvero labile, assediata da attacchi incrociati di dubbi e perplessità, tant’è che quando le mie degustazioni si avvicinano ad altre vengo colto da una felicità lisergica, quasi incredulo per il riuscito lavoro d’equipe dei miei neurotrasmettitori.

Dall’altro lato però un pò mi indispone il freddo, quasi cinico, distacco dall’entità vino e la sua storia. Ho visto produttori praticamente emarginati nella richiesta sequenziale e asettica dei vini da provare, poi la lingua s’intinge nel liquido e rapida si ritrae, come un camaleonte durante la caccia, una breve masticazione, il rigurgito nel cestello e poi via di penna. Frasi infinite che daranno voce a quel vino troppo spesso solo sentito ma forse non realmente ascoltato. Solo poche rapide occhiate e parole risparmiate e concise a colui che è il padre (o madre) di quel prodotto.
Provo sincera compassione per lui/lei che di là dal banco guarda impassibile la scena (e chissà cosa pensa!) senza che gli/le sia stato dato il tempo di spiegare e raccontare la vita del suo liquido odoroso (cit.), che a mio parere è la parte più interessante, vera, istruttiva e intrigante della degustazione.

Ho visto scene di “avventori” che si versavano gli assaggi da soli mentre il proprietario era intento a conversare con altri visitatori, degustazioni dove le uniche domande poste sono state : “ma quante bottiglie produce?”, “è DOC o DOCG?”….vabbè…

Forse a volte dovremmo (mi ci metto pure io anche se non tollero questi comportamenti, ma in fondo sono sempre sulla sponda di chi giudica, o tenta di farlo, il lavoro altrui) fare un bagno di umiltà, abbassare la testa ed essere noi ad andare incontro al vino e cercare di conoscerlo per davvero.

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3 commenti su “Scribae vinum”


  1. Come non darti ragione! Discorso analogo per le persone che si presentano ai banchi d’assaggio con attaccate sulla giacca medaglie e spille varie…
    Preferisco continuare a vadare nella mia umiltà…ottimo post.

  2. Laura Says:

    Concordo pienamente con quanto lei ha espresso e mi permetto di aggiungere che, sulla frenesia di giudicare/classificare (in senso letterale), dovrebbe prevalere il desiderio di conoscere… vini e Vignaioli.

  3. panception Says:

    Bella la tua osservazione di questa varietà di homo bibens!


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