Sulla via della vocazione

No tranquilli non ho deciso di prendere i voti  😉
Scrivo questo post dopo aver letto l’interessante intervento di Federico Graziani al Gastronauta. Premetto che in merito all’argomento dell’esportazione dei vitigni dal loro luogo d’origine o comunque vocato sono un pò conservatore. Inorridisco nel vedere lo Chardonnay forzato in Sicilia dove non può esprimere appieno le sue potenzialità, semplicemente perchè nell’isola non trova le condizioni climatiche a lui più congeniali. La vedo come una sorta di punizione per la pianta, anche se molti viticoltori, che utilizzano come unica direttrice quella indicata peridicamente dalle richieste di meracato, continuano a non capirlo.

In un intervento a Zurigo (qui su VinNatur) Claude Bourguignon, noto agronomo francese, afferma che ormai, con l’utilizzo massiccio di pesticidi, erbicidi e fitofarmaci, si può coltivare la vite in ogni angolo della Terra, dall’assolata California alla umida Thailandia. Perchè l’uomo tenta di modificare le condizioni ambientali a suo piacimento, e il terroir sta diventando ormai una chimera.

In questo modo siamo riusciti (o meglio pensiamo di esserci riusciti) a impiantare vitigni ben lontano dai luoghi a loro più congeniali.
Ma quale sarà il risultato?
Nessuno si è mai chiesto perchè lo Chardonnay in Borgogna è strepitoso e in Sicilia spesso è anonimo?

Probabilmente  anche nell’isola della Trinacria si produrranno Chardonnay che hanno qualcosa da dire, ma a costo di quali interventi invasivi?

Spesso perdiamo di vista la grande risorsa ampelografica che abbiamo qui in Italia. Ogni regione ha vitigni dalle caratteristiche peculiari e dalle potenzialità enormi che spesso vengono dimenticate a favore dei soliti internazionali che stanno globalizzando il mondo viticolo.
Mi viene da pensare alla Toscana, grande terra di grandi vini, che stanno cercando di trasformare (o forse ci sono già riusciti) in una piccola succursale francese. Cabernet, Syrah, Merlot tentano inesorabilmente di inglobare i vari Ciligiolo, Canaiolo, Sangiovese e sono ormai parte integrante di un’antica denominazione come quella del Chianti.
Che si vuol fare il mercato vuole quello e quello gli si da. Magari però perchè non conosce altro… Fortunatamente tenaci vignaioli continuano ancora a promuovere i vitigni del luogo, producendo ottimi vini.

In parte sono comunque concorde con Graziani, che conviene sperimentare i nostri vitigni, anche un pò lontano dalle mura di casa, piuttosto che andare a recuperare da molto lontano varietà scelte solo per il nome che hanno. Ma senza perdere mai di vista  il triangolo virtuoso terroir-clima-vitigno e il genius loci, parametri imprescindibili per l’unicità e la qualità del vino.

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6 commenti su “Sulla via della vocazione”


  1. Ciao PrimoBicchiere. Scusa se mi permetto, ma siccome ripeti l’errore di altri, vorrei ricordarti che il Cabernet era ufficialmente parte del blend di due delle più antiche denominazioni al mondo, Pomino e Carmignano, già nel 1700. Ma quanti secoli devono passare perché un vitigno possa essere accettato come vitigno locale? Vogliamo poi dire che comunque tutti i vitigni d’Europa sono stati esportati (non usati per la prima volta, esportati) dai Romani? Ma perché noi italiani dobbiamo sempre assumere un atteggiamento di inferiorità e di provincialismo, quando ogni vitigno significativo è passato o ha avuto origine (alcuni degli etruschi originari) proprio qui? Il Cabernet è più toscano che francese. Se poi vuoi approfondire, pensa che nel Pomerol fino all’Ottocento si crescevano solo uve bianche, ma adesso tutti si inchinano davanti alla terra del Merlot. Vogliamo capire che è solo un fatto di come ci s ipone rispetto alla storia a fare la differenza? A sentire i francesi, tutta la viticoltura del mondo ha origine da loro. Peccato che la realtà sia molto diversa, ma con un atteggiamento colpevole e rassegnato, dove anche un’uva come il Cabernet, che produceva le prime denominazioni europee in Toscana quando in Francia non esisteva il concetto di denominazione, viene considerata un’uva straniera, non arriveremo mai da nessuna parte. Non apro neanche il capitolo sul Sangiovse, mostro sacro che la ricerca sta dimostrando essersi diffuso capillarmente molto più di recente di quanto si oensasse. Insomma, cerchiamo di essere fieri almeno della tradizione storica dei vitigni italiani, dei quali il Cabernet è uno dei fondamentali.

    Con amicizia,

    Sebastiano Cossia Castiglioni, Querciabella


    • Ciao Sebastiano, grazie per il tuo intervento competente, fuori dai luoghi comuni e che mi apre nuovi orizzonti.
      Non sapevo di questa lunga presenza del Cabernet nelle nostre terre, ed hai ragione nel dire che ormai certi vitigni possono considerarsi autoctoni.
      Quello che dico io è che la tendenza è (non solo in Italia) quella di circoscrivere sempre più certe varietà in spazi sempre più piccoli per dar spazi ai vitigni più “internazionali” quando magari inserire altre varietà meno conosciute negli uvaggi potrebbe dare risultati molto interessanti.
      Convengo con te che il Cabernet in Toscana dà grandi risultati, ma altri secondo me sono azzardati solo per seguire certe dinamiche di mercato.
      Forse mi sono espresso male (mi capita spesso) ma io non disdegno a priori i vitigni cosiddetti “internazionali” (Cabernet, Merlot, Syrah etc…), anzi ben venga la diversità, ma questi devono essere scelti in funzione del territorio su cui verranno impiantati, senza fare forzature, e non in base alle mode del momento. E a mio parere non dovrebbero scalzare a priori vitigni che, oltre ad essi, perfettamente si prestano per quel terroir, e che possono comunque dare (o integrare) molto per il vino.


      • Sollevi temi molto importanti. Effettivamente, è tristissimo vedere vitigni storici, magari vecchi di secoli, espiantati e quindi conadannati a scomparire per sempre.
        Ma vorrei ancora una volta richiamare la tua attenzione su un fatto importante. Non sentirai mai un francese, un australiano, un argentino o un sudafricano vergognarsi perché coltivano varietà ‘internazionali’. Il concetto è che la dignità del vitigno è data dal vino che ne deriva. Quindi, i signori stranieri di cui sopra affermano la normalità della coltivazione dei vari vitigni ‘internazionali’ sulla base del fatto che ne ricavano dei vini, a loro vedere, di qualità.
        Solo e soltanto in Italia ci fasciamo la testa e ci flagelliamo in piazza ogni santo giorno per la vergogna, perché osiamo coltivare vitigni ‘francesi’, e ne facciamo pure del vino. Solo in Italia.
        E non è che nel resto del mondo non esistano o non esistessero vitigni ‘storici’ o addirittura autoctoni. Molti paesi hanno una lunghissima storia ampelografica, perfettamente comparabile a quella italiana.
        Allora dove sta il problema? Da un lato c’è l’eterno provincialismo italiano. Noi siamo comunque inferiori, e non possiamo ambire a fare quello che fanno le grandi nazioni, men che meno coltivare vitigni che non abbiano nomi impronunziabili e ignoti…
        C’è un altro fattore, che mi indigna non poco, ed è il neocolonialismo tipico dei critici stranieri. Mentre il resto del mondo coltiva vitigni importati l’altro ieri in luoghi improbabili, i critici sentenziano che noi italiani dovremmo coltivare solo vitigni autoctoni, e possibilmente oscuri e sconosciuti al mondo. Dimenticandosi che, tradizionalmente, attribuiscono i punteggi più alti ai vini prodotti con Cabenet Sauvignon in tutto il mondo, Italia compresa!!! Sassicaia, Ornellaia, e Masseto col suo Merlot, non dovrebbero esistere. Quindi, immaginiamoci un’Italia condannata, per via di una visione distorta e ignorante, a coltivare vitigni oscuri in minuscole zone, e a sopravvivere con punteggi ridicoli sotto i 90/100, somministrati con benevolenza dai critici che adorano Screaming Eagle, come se stessero distribuendo le collanine ai selvaggi.
        Mi permetto di dissentire da una visione del mondo paralizzata dall’ignoranza (mi riferisco ai critici saccenti che sentenziano sul diritto del viticoltore di crescere questa o quella varietà).
        Credo che il discorso più importante sia quello della qualità. La vera differenza sta nel come si coltiva la vite, e nel vino che se ne ottiene. Grandi vini, in tutto il mondo, possono essere fatti con uve ‘internazionali’ o con vitigni autoctoni. Ma l’importante è cominciare a fare distinzioni sulla base della qualità. Quando Valentini produce un Trebbiano d’Abruzzo favoloso, mi inchino, ma mi inchino anche quando Petrolo produce Galatrona, uno dei migliori Merlot del mondo. Mentre mi indigno quando si producono vini industriali, chimici, insignificanti, dentro e fuori dall’Italia, con vitigni autoctoni o importati l’altro ieri.
        Parliamo di come si può progredire. Del fatto che l’agricoltura convenzionale non ha più senso. Che il biologico dovrebbe essere il minimo comun denominatore. Che le rese dovrebbero essere davvero ridotte e controllate. Che la chimica in cantina e i prestigiatori del concentratore sono molto più riprovevoli di una varietà magari non indigena.
        Parliamo di cose serie, e cerchiamo di tracciare un cammino di vera qualità. La questione vitigni stranieri-vitigni autoctoni è un dettaglio, a fronte dell’oceano di vinaccio prodotto in Italia.


      • Si approvo il succo del tuo discorso, pienamente. E’ molto importante come viene condotto il vitigno e quali sono le pratiche di vinificazione, forse più del vitigno stesso (anche se tendo a ribadire che, come affermi anche tu, non bisogna dimenticare il connubio vitigno-terroir sia che questo sia nazionale oppure no. Un esempio italiano può essere la barbera che è colitvata quasi in tutta la penisola, anche se sono pochi i luoghi dove dà risultati simili a quelli della fascia Piemonte-Oltrepò Pavese). Una viticoltura che cerca di ridare vitalità alla pianta servirà un domani per evitare l’uso della chimica ed il prodotto ne gioverà sicuramente.
        Io non sono contro a priori ai vitigni internazionali, e sono ben favorevole alla loro integrazione con i nostri innumerevoli nazionali. Ma che sia integrazione e non sostituzione, perchè purtroppo spesso la grande tendenza verso certe cultivar ha fatto passare un pò in secondo piano la ricerca su vitigni meno noti e che ivece potrebbero avere grandi potenzialità, e magari non solo italiani.
        All’estero fanno bene a non vergognarsi di coltivare cultivar “internazionali”, ma dovrebbero anche provare a svilupparne anche altre, tipiche dei loro luoghi, che probabilmente avranno un’affinità particolare con quel territorio, e poi farle conoscere all’estero. Potrebbero ottenere risultati inaspettati, chissà. Nemmeno noi dovremmo vergognarci, soprattutto quando il prodotto è degno di nota, senza ascoltare i critici che degustano con la mano sinistra e scrivono poi con la mano destra, perfettamente disconnesse tra loro. Ma il loro giudizio è quello che conta, purtroppo. E credo che proprio perchè i migliori vini al mondo (dicono) sono merlot, cabernet, chardonnay etc… e perchè sono anche i più conosciuti (sentito tante volte dire: “questo è un merlot, buono!” ma il solo nome non è sinonimo di qualità, in nessun caso) la ricerca del consumatore vira proprio su quelli. Sviluppiamo una ricerca ed un’informazione anche a favore di altre varietà.
        Quello che voglio dire è non coltiviamo solo merlot perchè il mondo vuole merlot. Il mondo forse vuole merlot perchè gli si da a bere (in tutti i sensi) quello, e non ne conosce altri.
        E personalmente non credo che la qualità enologica di un paese si giudichi dai centesimi che i suoi vini prendono sulle guide. Questa è un’informazione deviante, anche se spesso è l’unica che c’è a disposizione di tutti.
        Triste vedere quando cantine famose, di migliaia di ettari sparsi per l’Italia, vincono premi, poi magari si viene a sapere che il proprietario non ha mai messo piede in vigna. Il vino magari è anche buono, ma come viene fatto? Quali addittivi mettono? Se sei alchimista e non viticoltore puoi produrre quello che vuoi in base alle richieste. Come diceva qualcuno “Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale”, ma questo è un altro tema.


      • Pienamente d’accordo.

        S.


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