Liberalizzazione dei vigneti

Ultimamente si sta discutendo molto sull’argomento. A Bruxelles avevano già deciso di varare la liberalizzazione, senonchè la posizione contraria di 15 Paesi (tra cui l’Italia) ha fatto ritornare sui sui passi il commissario dell’agricoltura Dacian Ciolos che ha annunciato la riapertura del dossier.

Dapprima, senza documentarmi, anche io preso da un sentimento conformista non ero d’accordo a questa liberalizzazione, ma successivamente ho rivisto un pò le mie posizioni.

Ora in Europa (nei paesi extraUE non funziona così) per impiantare un nuovo vigneto occorre avere precedentemente estirpato viti per la stessa superficie, oppure si possono acquistare i diritti di impianto da quei viticoltori che hanno eliminato delle vigne (il prezzo si aggira sui 10.000€ /ha, ma dipende dalle zone, ora che il mercato è un pò in depressione si riescono ad acquistare diritti a prezzi decisamente inferiori).
Questo però penalizza fortemente “le nuove leve” che vogliono intraprendere questa attività e che rischiano di vedere sfumare per costi eccessivi già all’origine (ricordiamo che oggi fare un impianto ex-novo costa circa 20.000€).
Una liberalizzazione può incentivare nuovi imprenditori agricoli.

Le problematiche sollevate da chi è contrario a questa liberalizzazione sono diverse:

TERRITORI A DENOMINAZIONE D’ORIGINE
Si teme una sovrapproduzione nei territori a denominazione d’origine, timore che potrebbe risultare infondato in quanto le denominazioni (attraverso i Consorzi) possono bloccare l’iscrizione all’albo dei vigneti evitando ingressi illogici e incontrollati.

DELOCALIZZAZIONE
Un altro problema sollevato è quello della delocalizzazione dei vigneti verso Paesi europei  con manodopera meno costosa. A tal proposito credo che le normative dovrebbero tutelare maggiormente il nostro Paese impedendo alle altre nazioni la pratica dello zuccheraggio (se non hai il clima adatto per certe uve non le coltivi).
Delocalizzazione che si teme anche interna, dalla collina alla pianura. In questo caso mi sento di dire che la scrematura la farà la qualità, se impianto un vigneto in territori non particolarmente adatti, la qualità del vino ne risentirà.

SOVRAPPRODUZIONE
Il timore è quello di una sovrapproduzione di vino, ma anche in questo caso penso che il mercato (attraverso la qualità del prodotto) sarà giudice. Inoltre in un’epoca in cui i vigneti italiani sono calati notevolmente (grazie anche ai contributi per gli espianti) proprio perchè il settore è al limite (e anche più) della saturazione  non credo che chiunque inizi questo tipo di attività allo sbaraglio, così tanto per provare. Leggevo da qualche parte che si millantava che l’Italia ha estirpato il 14% delle vigne in favore di una produzione di qualità. Maddai! Le estirpazioni sono dovute all’impossibilità di riuscire a vendere il prodotto perchè in eccesso, mica per puntare alla qualità.
Ipocrisia. 
E bisognerebbe interrompere anche i contributi per la distillazione, ancora di salvataggio possibile incentivazione ad una superficialità in vigna.
L’unica perplessità che ho sono le grandi aziende, che con i loro capitali e la loro tecnologia potrebbero essere favorite ed aumentare la loro produzione a dismisura, sbaragliando il mercato con prezzi ancor più competitivi ed eliminando i piccoli produttori (così come è successo in tantissimi altri settori).
In quest’ottica bisognerebbe tutelare maggiormente la produzione, disciplinando meglio e in modo più restrittivo le pratiche enologiche. Basta vini “truccati” che è possibile modificare a piacimento con ogni tipo di tecnica e dove è possibile aggiungere qualunque tipo di additivo. Per questi prodotti dove conta poco la cura in vigna (perchè si bombardano di anticrittogamici e pesticidi) e in cantina (tanto se manca qualcosa si aggiunge il suo succedaneo chimico) è chiaro che le aziende di centinaia di ettari sono favorite.
Riduciamo i prodotti di sintesi e tuteliamo anche i piccoli produttori meritevoli.

CONSEGUENTE DIVERGENZA TRA OFFERTA E DOMANDA
E’ chiaro che una sovrapproduzione porterebbe un notevole squilibrio tra domanda e offerta, ma oggi mi sembra una visione un pò anacronistica. Se oggi il mercato è saturo chi si sobbarca il rischio di iniziare un percorso che lo porterà, solo dopo anni di costi ed investimenti, a produrre qualcosa che non riuscirà a vendere? Credo che chiunque prima di iniziare un’attività ci pensi a certe cose.

Quindi ben venga la liberalizzazione, ma solo se accompagnata da altre garanzie di tutela che puntino sulla qualità del prodotto attraverso controlli seri.

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5 commenti su “Liberalizzazione dei vigneti”


  1. finalmente una presa di posizione sensata e ragionata, senza l’isteria che regna sovrana quando si parla di questo argomento. Aggiungiamo pure una nota di puro principio alle considerazioni pratiche che hai fatto: il contingentamento delle produzioni e il conseguente regime dei diritti di reimpianto, sono un vulnus alla liberta di impresa, sancita dall’art. 41 della Costituzione. Si tratta di impedire, tramite proibizione, che una persona possa decidere in piena liberta’ di come disporre dei propri terreni, coltivando quello che vuole, rischiando in prima persona. E’ ora che passi il concetto che sono le persone a dover decidere come vivere e come intraprendere, e non lo Stato mamma.


  2. Ci sono due punti deboli nella tua disamina, peraltro corretta in senso generale, di cui ho avuto modo di parlare anche nel mio blog (http://moliwine.blogspot.it/2012/03/libera-vigna-in-libero-mercato.html). I capitali e la tecnologia dei grandi gruppi, che ormai detengono gran parte del settore, e l’utilizzo delle pratiche enologiche. Su quest’ultima non verrà mai messo mano (vino biologico insegna) e vedrai che certi vini si possono fare anche in pianura.


    • Purtroppo ti do ragione ed infatti ho espresso il mio timore verso le grandi aziende vinicole che con la liberalizzazione saranno in grado di espandersi a dismisura o inglobare i piccoli, rendendo il mercato sempre meno libero e provocando, a mio parere, una standardizzazione del vino, proprio con quelle temibili pratiche a cui accenni anche tu.
      Certamente vini di pianura si fanno e si possono fare, e magari anche di qualità. Il problema è che la scelta della pianura potrebbe essere dovuta al fatto che rimangono le uniche zone libere dove coltivare, in quanto i territori collinari sono già occupati da vigneti. E non credo sia casuale questa “selezione naturale” dei territori.

  3. Sergio Says:

    Il problema stà proprio nei controlli , chi ha grandi capitali sa come sfuggire ai controlli , e un pó come il biologico . Assolutamente non sono d’accordo alle liberizzazioni anche perchè vigneti in zone poco vocate ne abbiamo tante


    • Si, il problema sono proprio i controlli, che come al solito riescono sempre ad essere aggirati. Se questi fossero più seri si eviterebbero tantissimi problemi.
      Io credo che se avessimo controlli più accurati e magari regole un pò più restrittive sulle pratiche enologiche, poca gente, soprattutto in tempi di crisi si arrischierebbe a coltivare la vite in luoghi dove non può dare un’uva (e quindi un vino) di qualità. Quindi la selezione dei territori verrebbe da sè.

      P.S. Complimenti per il suo vino, ho sempre sentito ottime cose.


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