Nel regno del Barbacarlo

Era una soleggiata domenica di settembre, quando 6 blogger erranti (LuigiFabioRiccardo, Danilo, Roberto e il sottoscritto, raggiunti poi in loco dal viandante Roger Marchi ) puntavano dritti e decisi in retromarcia verso l’Oltrepò Pavese, destinazione la corte di Lino Maga, nel regno di Barbacarlo.

Conclusa una bellissima due giorni in Val Camonica, sprezzanti del pericolo (perchè come dice Luigi e come ha testato Riccardo, il Barbacarlo crea dipendenza a chi lo prova) arriviamo nel primo pomeriggio al castello di Maga.
Le cantine che ci accolgono sono per me spettacolari, per il silenzio melodioso che diffondono.

Una fila di botti grandi custodisce questo luogo fatato.
In fondo alla sala Lino, è intento a preparare bancali di bottiglie.

Terminate le pratiche si avvicina a noi e comincia a parlare, come un’oracolo.
Voce lenta e sospirosa che rapisce (pare un pò lo Zeman del vino, anche per le sigarette in serie che fuma!), racconta il suo modo di lavorare, il suo prodotto, il suo modo di vedere le cose e ci guida tra i vari antri delle sue segrete.
Quest’aurea di calma e tranquillità che si sprigiona rende la visita particolarmente piacevole e suggestiva, ti senti a tuo agio.
Da ciò che dice, Lino pare essere una mosca bianca del vino, uno di quelli che aborra tecnologia e scorciatoie enologiche (“..se no dà gusto di legno la botte nuova, ed era considerato un difetto.. Adesso che se ne faccia un virtù… Siamo a fare il vino dei falegnami...”).
Niente mainstream, solo vino.

Per la cronaca, il suo Barbacarlo è un vino derivante da fermentazione operata da lieviti indigeni, non filtrato, e (per dirla “alla Maga”) senza trucchi in cantina.

A volte penso: chissà se tutto ciò che racconta è vero, se fa esattamente ciò che dice. 
Solo lui lo sa.
Non posso provarlo (anche se forse sono i suoi vini a dimostrarlo), ma voglio credergli, e voglio credere che ci sia ancora gente come Maga, che non fa vino per moda ma perchè ha un’ideologia forte e profonda che la muove. Quella del rispetto della terra e dell’uomo.

Nella sala delle degustazioni sfilano davanti a noi, facendo tappa in ogni bicchiere, le ultime strepitose annate del Barbacarlo, così incredibilmente diverse tra loro che potrebbero facilmente essere scambiate per vini diversi.
E lo sono.
Già perchè ogni anno è diverso ed ha delle caratteristiche peculiari che donano unicità e veridicità alla bottiglia.
Ed è questo il bello del vino, secondo me.

Al termine della visita è con gran piacere che ciascuno si “rifornisce” di qualche bottiglia da portare con sè.
Giunto il mio turno mi dirigo con Lino nel magazzino e gli chiedo:
E’ da molto che lei e la sua famiglia producete vino?”.
Da generazioni” mi risponde.
E lo avete sempre fatto in questo modo?”.
Con sguardo serafico mi dice: “Prendi l’uva, la schiacci…il vino si fà così“.
Amen.

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2 commenti su “Nel regno del Barbacarlo”

  1. Riccardo Says:

    Bel post, bellissimi i ricordi e bel gruppo di appassionati. Il Barbacarlo? Che discorsi, un gran vino!

  2. enrico togni viticoltore di montagnaenrico togni viticoltore di montagna Says:

    “prendi l’uva e la schiacci” PAROLE SANTE!
    la prossima volta però portate anche me, il problema sarà farmi venir via!


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