Archive for the ‘legislazione’ category

Porthos vs Gambero Rosso: la sentenza

08/08/2012

Molti degli enoappassionati si ricorderanno sicuramente la famosa puntata di Report “In vino Veritas” andata in onda il 24-09-2004. Durante quella trasmissione Sandro Sangiorgi, affermò che nella guida 2000 coedita dal Gambero Rosso e Slow Food entrò un vino che lui stesso (all’epoca collaboratore della nota rivista gastronomica) aveva ritenuto insufficiente per guadagnarsi tale privilegio, ed era quindi stato favorito dagli editori.

Questo provocò l’ira del Gambero (e dell’allora vice presidente Daniele Cernilli) che denunciò Sangiorgi e Porthos. 

E’ di qualche settimana fa la sentenza di secondo grado emessa dal Tribunale di Roma che vi invito a leggere qui.

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Il vino naturale non esiste (?)

10/07/2012

Prendo spunto da questo post di Marco Bolasco, dove la nota Enoteca romana di Alessandro Bulzoni è stata multata (e rischia pure la denuncia penale!) per aver esposto in vendita vini “Naturali”.

Purtroppo è impossibile vendere una cosa che non esiste. O meglio non prevista dalla legge. Sebbene io sia fortemente convinto che il vino naturale esiste, eccome, da un lato penso sia giusto che non si possano vendere vini non certificati, a protezione dei consumatori, altrimenti chiunque potrebbe proporre il suo vino come è naturale (mancando un significato, per legge, della parola naturale associata al vino) solo per seguire le mode del mercato. Dall’altro però mi chiedo, vista la recentissima legge “specchietto-per-le-allodole” sul vino biologico, se un legge che certifichi i vini naturali possa essere veramente una garanzia per i consumatori.
Ne avevo già parlato qualche tempo fa in merito, e ancor oggi, nonostante quello che è accaduto all’enoteca Bulzoni sono sempre d’accordo con Nicoletta Bocca riguardo alla necessità di una legge sui vini naturali (”…se sei incivile è necessaria, se invece sei una persona come si deve, rischia di essere fortemente limitante” ).

Secondo me ora la palla passa alle Associazioni di Viticoltori naturali (Renaissance, VinNatur e ViniVeri su tutte), che dovranno rafforzare il loro lavoro di informazione e comunicazione, per fare in modo che chi vuole acquistare un vino naturale sia in grado di riconoscerlo anche senza leggerlo sugli scaffali dell’enoteca, e senza bisogno di una certificazione ad hoc, che potrebbe essere più rischiosa che utile.

Disciplinare per il vino naturale: serve davvero?

17/05/2012

Sento spesso dire che anche i vini naturali necessiterebbero di un proprio disciplinare, per essere regolamentati e dare una maggior garanzia ai consumatori. Questa necessità può però condurre in due direzioni ben distinte e contrapposte.
Da un lato è vero che chiunque al giorno d’oggi può dire di fare vino naturale, e farlo come gli pare visto che non c’è nessuna documentazione che regoli questa tipologia di vino (tant’è che spesso in rete si accendono discussioni in merito a cosa si intende effettivamente con la parola “naturale”). Per questo un regolamento sarebbe una utile informazione pubblica e garantirebbe all’acquirente che tale vino è stato prodotto seguendo determinati e documentati criteri. Detto così sembra tutto semplice, ma la faccenda non è così scontata.

Dall’altro, lasciando da parte le possibili frodi (spesso i controlli sono solo sulla carta) che comunque ci possono essere anche attuando un disciplinare, una problematica più grave potrebbe derivare proprio dal disciplinare stesso. Esempio lampante è la neonata legge sul vino biologico, una grande bufala fatta per permettere a tanti grandi industrie viticole di poter immettere sul mercato vini con questa dicitura, ad oggi particolarmente richiesti, ma che di fatto poco o nulla differiscono dalla stragrande maggioranza degli altri vini in commercio.
Se non viene studiato ad arte, il rischio è proprio quello di avere un disciplinare fantoccio che permette a chiunque di produrre vino naturale, e invece che favorire il consumatore diventa per lui una vera e propria presa in giro.
Oggi in Italia ci sono già varie associazioni (tra le più importanti ricordo VinNatur, ViniVeri e Renaissance-Italia) che riuniscono viticoltori naturali. Queste hanno un loro manifesto interno, pubblico, a cui chiunque si deve attenere per potere entrare come socio. All’interno delle stesse associazioni vengono poi fatti controlli (analisi sul vino) per verificare l’attinenza del prodotto con il regolamento. Già queste procedure mi sembrano una valida garanzia per chi acquista.
Ok,
qualcuno mi potrebbe contestare il fatto che le stesse associazioni  potrebbero in qualche modo “inquinare” i controlli, in quanto fatti internamente, ma dubito sia conveniente per il produttore e tantomeno per l’associazione stessa correre un rischio tanto elevato. Io ho avuto la fortuna di chiacchierare con alcuni membri di queste organizzazioni (tra glu ultimi Andrea Kihlgren e Francesca Donati), e dalle loro parole si evince che sono spinti da un’ideologia che va ben oltre il mero interesse commerciale, e ben lungi dal solo pensare a qualche pratica truffaldina.

Riflessione personale perchè manca di un indispensabile confronto: o un eventuale disciplinare riesce veramente a proteggere il prodotto o diventa non solo inutile ma anche dannoso, sia per il consumatore che per il vignaiolo (a tal proposito mi piace citare le parole di Nicoletta Bocca “…se sei incivile è necessaria, se invece sei una persona come si deve, rischia di essere fortemente limitante” ). Purtroppo non c’è regola che possa fermare l’avidità e la brama di successo dell’uomo, e non è nella legge che possiamo trovare le garanzie assolute, ma nel buonsenso di ciascun viticoltore.

P.S. sempre a riguardo dei vini naturali vi consiglio vivamente di partecipare a TerroirVino il 10-11 giugno a Genova, al dibattito “Vini della natura e vini della ragione.

Liberalizzazione dei vigneti

04/05/2012

Ultimamente si sta discutendo molto sull’argomento. A Bruxelles avevano già deciso di varare la liberalizzazione, senonchè la posizione contraria di 15 Paesi (tra cui l’Italia) ha fatto ritornare sui sui passi il commissario dell’agricoltura Dacian Ciolos che ha annunciato la riapertura del dossier.

Dapprima, senza documentarmi, anche io preso da un sentimento conformista non ero d’accordo a questa liberalizzazione, ma successivamente ho rivisto un pò le mie posizioni.

Ora in Europa (nei paesi extraUE non funziona così) per impiantare un nuovo vigneto occorre avere precedentemente estirpato viti per la stessa superficie, oppure si possono acquistare i diritti di impianto da quei viticoltori che hanno eliminato delle vigne (il prezzo si aggira sui 10.000€ /ha, ma dipende dalle zone, ora che il mercato è un pò in depressione si riescono ad acquistare diritti a prezzi decisamente inferiori).
Questo però penalizza fortemente “le nuove leve” che vogliono intraprendere questa attività e che rischiano di vedere sfumare per costi eccessivi già all’origine (ricordiamo che oggi fare un impianto ex-novo costa circa 20.000€).
Una liberalizzazione può incentivare nuovi imprenditori agricoli.

Le problematiche sollevate da chi è contrario a questa liberalizzazione sono diverse:

TERRITORI A DENOMINAZIONE D’ORIGINE
Si teme una sovrapproduzione nei territori a denominazione d’origine, timore che potrebbe risultare infondato in quanto le denominazioni (attraverso i Consorzi) possono bloccare l’iscrizione all’albo dei vigneti evitando ingressi illogici e incontrollati.

DELOCALIZZAZIONE
Un altro problema sollevato è quello della delocalizzazione dei vigneti verso Paesi europei  con manodopera meno costosa. A tal proposito credo che le normative dovrebbero tutelare maggiormente il nostro Paese impedendo alle altre nazioni la pratica dello zuccheraggio (se non hai il clima adatto per certe uve non le coltivi).
Delocalizzazione che si teme anche interna, dalla collina alla pianura. In questo caso mi sento di dire che la scrematura la farà la qualità, se impianto un vigneto in territori non particolarmente adatti, la qualità del vino ne risentirà.

SOVRAPPRODUZIONE
Il timore è quello di una sovrapproduzione di vino, ma anche in questo caso penso che il mercato (attraverso la qualità del prodotto) sarà giudice. Inoltre in un’epoca in cui i vigneti italiani sono calati notevolmente (grazie anche ai contributi per gli espianti) proprio perchè il settore è al limite (e anche più) della saturazione  non credo che chiunque inizi questo tipo di attività allo sbaraglio, così tanto per provare. Leggevo da qualche parte che si millantava che l’Italia ha estirpato il 14% delle vigne in favore di una produzione di qualità. Maddai! Le estirpazioni sono dovute all’impossibilità di riuscire a vendere il prodotto perchè in eccesso, mica per puntare alla qualità.
Ipocrisia. 
E bisognerebbe interrompere anche i contributi per la distillazione, ancora di salvataggio possibile incentivazione ad una superficialità in vigna.
L’unica perplessità che ho sono le grandi aziende, che con i loro capitali e la loro tecnologia potrebbero essere favorite ed aumentare la loro produzione a dismisura, sbaragliando il mercato con prezzi ancor più competitivi ed eliminando i piccoli produttori (così come è successo in tantissimi altri settori).
In quest’ottica bisognerebbe tutelare maggiormente la produzione, disciplinando meglio e in modo più restrittivo le pratiche enologiche. Basta vini “truccati” che è possibile modificare a piacimento con ogni tipo di tecnica e dove è possibile aggiungere qualunque tipo di additivo. Per questi prodotti dove conta poco la cura in vigna (perchè si bombardano di anticrittogamici e pesticidi) e in cantina (tanto se manca qualcosa si aggiunge il suo succedaneo chimico) è chiaro che le aziende di centinaia di ettari sono favorite.
Riduciamo i prodotti di sintesi e tuteliamo anche i piccoli produttori meritevoli.

CONSEGUENTE DIVERGENZA TRA OFFERTA E DOMANDA
E’ chiaro che una sovrapproduzione porterebbe un notevole squilibrio tra domanda e offerta, ma oggi mi sembra una visione un pò anacronistica. Se oggi il mercato è saturo chi si sobbarca il rischio di iniziare un percorso che lo porterà, solo dopo anni di costi ed investimenti, a produrre qualcosa che non riuscirà a vendere? Credo che chiunque prima di iniziare un’attività ci pensi a certe cose.

Quindi ben venga la liberalizzazione, ma solo se accompagnata da altre garanzie di tutela che puntino sulla qualità del prodotto attraverso controlli seri.

La Romagna “soffia” il Verdicchio alle Marche

22/03/2012

Ora il Verdicchio, tipico vitigno autoctono marchigiano, è coltivato anche in Romagna. Questo ha scatenato l’ira dell’Istituto marchigiano di tutela vini.
Il direttore Alberto Mazzoni dice che l’Istituto si attiverà per “…difendere l’immagine del vino italiano più conosciuto e premiato del mondo, e per garantire il reddito degli agricoltori”. Sottolinea poi la differenza tra il Verdicchio romagnolo (che ovviamente non può essere nè DOC nè DOCG, ma solo IGT) e quello marchigiano: “Da noi c’è un disciplinare che obbliga a produrre non più di 14 t/ha, che significa uve ricche di aromi e di grande qualità, mentre in Romagna l’IGT consente di coltivare fino a 29 t/ha prediligendo la quantità”.

Premetto che io sono per i vitigni coltivati nelle zone vocate, ma non per partigianeria integralista, bensì perchè convinto che lì diano i risultati migliori. Però in questo caso credo che la polemica marchigiana non sia totalmente condivisibile.
Puntare sulla qualità, è questo il dogma imprescindibile a cui si deve fare riferimento, sempre. Se produci un vino migliore sarà questo il tuo miglior biglietto da visita che non ti farà temere concorrenze leali o sleali che siano.

Probabilmente il Verdicchio coltivato nella sua terra d’elezione (le Marche appunto) avrà una qualità superiore (ma dipende poi anche da chi lo coltiva e vinifica) rispetto a quello transregionale, e proprio questo vantaggio deve sfruttare  l’IMT, migliorando anche i canali informativi in merito alla distinzione e alle peculiarità del proprio prodotto.

Anche perchè se è vero che il territorio è una variabile fondamentale per il vitigno, sarà la natura a dare il giudizio finale sulla qualità dell’uva, e la natura non sbaglia mai.

Quelle strane leggi del vino

10/03/2012

A volte certe cose sono al limite dell’assurdo, soprattutto se si pensa che la trasparenza dei prodotti, in particolare quelli alimentari, è quantomai fondamentale.

L’autunno scorso durante la visita alla sua cantina, Ezio Cerruti raccontava come nell’etichetta del suo Sol doveva ricorrere a degli  escamotage per poter far intuire l’annata del vino. Già perchè la legge vieta al suo passito, essendo un semplice VdT (mi permetto di dire che tra l’altro lo definirei come esempio ineluttabile di come un vino può essere grandioso anche senza avere denominazioni prestigiose), che vi sia indicato in etichetta l’annata della vendemmia (e anche il vitigno di provenienza).

Vorrei che qualcuno mi spiegasse questa legge irrazionale (eufemismo), di cui proprio non capisco l’obiettivo. Mi sta bene che non venga imposta l’obbligatorietà e si lasci al viticoltore la libertà di indicare o meno tali dati  in etichetta, ma  negare la possibilità di comunicare importanti informazioni al consumatore mi sembra davvero insensato.

Commissioni Doc e Docg

08/03/2012

Incuriosito da questo post sul blog di Ziliani, sono andato a leggermi l’articolo di Elena Guerini su “Tre bicchieri”. Avevo già trattato tempo addietro l’argomento sulle commissioni dei vini DOC e DOCG (ora confluiti in DOP), e sono d’accordo sul fatto che ci vuole una maggiore selettività nel giudizio. Anche se bisogna sempre tener conto di quella soggettività che, anche se si tenta di insabbiare, seppur minimamente caratterizza ogni degustazione.

Credo però che non sia l’unico problema, anzi forse l’incognita maggiore riguarda il metodo con cui vengono istituite nuove denominazioni, che nell’ultimo anno sono lievitate spaventosamente. La signora Guerini affermava che non è possibile ridurre ulteriormente la resa/ha per livellare l’offerta alla domanda,  e probabilmente ha ragione, ma non è questo il punto. Il punto è che vengono istutite DOCG di territori sempre più ampi, come ad esempio Alta Langa, o DOC-business per cavalcare la moda (si veda come il caso Prosecco favorisca le frodi. Proprio su “Tre bicchieri” si legge di due vigneti abusivamente impiantati per seguire la Proseccomania), che per forza creeranno prima o poi un divario tra domanda e offerta (quando la moda passerà), senza tener conto dell’abbassamento qualitativo, diretta conseguenza di una produzione estesa.

Purtroppo oggi si assegnano le denominazioni in base al potenziale profitto immediato anzichè all’effettiva qualità del prodotto. La risoluzione del problema sta forse principalmente a monte, nelle mani di chi decide quale vino dovrà fregiarsi degli ambiti riconoscimenti. 
Anche nel vino la  meritocrazia è così effimera (sic!).