Archive for the ‘viticoltura’ category

Lambrusco Montericco, errata corrige

10/12/2013

lambrusco montericco

L’altro giorno curiosavo senza scopo tra i meandri del sito del Registro delle varietà di vite.
Tra i vari vitigni nel vasto elenco anche il Lambrusco Montericco, coltivato principalmente ai piedi delle colline reggiane.
La scheda ampelografica però attribuisce a tale vitigno un fiore ermafrodita regolare quando in realtà pare possieda antere sterili, per cui non in grado di autofecondarsi.

[Foto: catalogoviti.politicheagricole.it]

L’uva bicolore non è una chimera. Anzi sì.

08/11/2013

uva chimera

Il grappolo d’uva qui sopra non è vittima di acinellatura. Sia gli acini bianchi che quelli rossi sono giunti a perfetta maturazione.
Non è nemmeno la strana creazione di manipolazioni di laboratorio.

Si tratta bensì di un fenomeno naturale. Raro ma naturale.
Stiamo parlando della chimera, fenomeno il cui nome si ispira probabilmente alla mitologia che così indicava un mostro il cui corpo era formato da parti di animali diversi.

uva bizzarria

Come ben si sa tutte (o quasi) le viti sono innestate, portainnesto di vite americana ed epibionte di vite europea. Se per caso nel punto d’innesto si viene a formare una gemma avventizia questa genererà un ramo con frutti (e anche foglie) il cui fenotipo presenterà caratteri sia del genotipo del nesto che di quello del portinnesto.

uva bizzarria

Probabilmente quando Giorgio Gallesio (1772-1839), botanico e pomologo italiano, dipinse nella Pomona Italiana l’Uva Bizzarria aveva come modello un grappolo soggetto al fenomeno della chimera.

Politiche cinesi

17/10/2013

seneca

Quando si dice vocazione viticola.
Da una storia vera.
Circa 4/5 anni fa anni fa alcuni consorzi cinesi emanarono un ordine di acquisto di 150 milioni di barbatelle di vite ad una cooperativa italiana (Rauscedo?) destinate a formare vigneti per risollevare un’area depressa. Facendo un paio di conti un buon numero di ettari, tanto che ci vollero 2 anni per produrre tutte le barbatelle.
Agronomi italiani erano stata chiamati per dare consigli e seguire le prime fasi di messa a dimora del vigneto. La prima cosa di cui si accorsero fu che i parametri climatici non erano ottimali né per produrre un vino di qualità né per malattie parassitarie che potevano essere incentivate da quell’ambiente. I cinesi risposero tranquillamente che il loro scopo non era quello fare concorrenza ai più rinomati prodotti italiani e francesi, ma che avrebbe sfruttato quelle vigne per inserirsi sul mercato di vino a basso costo del sud-est asiatico. 

Risultato?
Nel giro di un 2 anni persero tutto l’impianto proprio a causa delle malattie e delle cattive condizioni climatiche (gelo etc…) e fecero un nuovo ordine da 150 milioni di barbatelle!

Funghi contro la malattia di Pierce

04/10/2013
glassy-winged sharpshooters

glassy-winged sharpshooter

Qui da noi sentiamo spesso parlare di Mal dell’esca, Flavescenza dorata, Legno nero, e ancor più di oidio e peronospora. Ma fortunatamente le nostre vigne non hanno ancora incontrato la Malattia di Pierce, a detta di molti tra le più devastanti della vite. 
Scoperta nel nel 1892 da Newton B. Pierce questa malattia batterica sta creando non pochi problemi soprattutto alla viticoltura statunitense (ma è stata riscontrata anche in Asia, Sudamerica e in Kosovo).
California e Florida sono tra le più colpite, e il Texas ha praticamente azzerato la sua viticoltura.
E pare che Chardonnay e Pinot nero siano particolarmente sensibili a questa malattia.
Veicolato da una cicalina, SharpShooter (letteralmente cecchino) Glassy-Winged (GWSS), o Homalodisca vitripennis, questo batterio (Xylella fastidiosa) si annida, si moltiplica e si sposta nei vasi xilematici (quelli che portano acqua e sali minerali dalle radici alle foglie per intenderci) ostruendoli e portando la pianta alla morte (in alcuni casi anche in una sola stagione).
La vite dal canto suo adotta qualche strategia di difesa, che in alcuni casi si rivela però un arma a doppio taglio. Infatti forma delle tille, estroflette cioè le cellule compagne dei vasi xilematici all’interno dei vasi stessi per ostruirli per impedire lo spostamento del batterio. Quando l’infezione è localizzata il danno alla pianta è minimo, ma in caso di infezione grave questo “autoblocco” dei vasi infetti porta al collassamento della pianta stessa.

xylella fsatidiosa

xylella fsatidiosa

Dapprima l’unico metodo di gestione erano gli insetticidi contro la cicalina vettore, ma ad oggi studiosi statunitensi stanno provando tecniche di difesa naturale attraverso l’utilizzo di funghi (vedi l’Ampelomyces Quisqualis contro l’oidio), in quanto pare che funghi scoperti all’interno di viti selvatiche siano antagonisti di Xylella fastidiosa.  Sono stati infatti identificati diversi funghi che inibiscono la crescita del batterio in cultura.
Hanno inoltre ipotizzato che in ambiente naturale le viti sono resistenti, o quantomeno ben tolleranti, alla malattia di Pierce proprio perché i microrganismi che abitano il vitigno non consentono al batterio di moltiplicarsi.
Chissà che non sia veramente la natura l’unico vero rimedio alle malattie.

sintomi di malattia di Pierce su foglia di merlot

sintomi di malattia di Pierce su foglia di merlot

Un vino per ogni annata

27/05/2012

Lo spunto per questa riflessione me l’ha dato Alessandro Bocchetti con il suo interessante post su Scattidigusto, che mi trova d’accordo sul nocciolo della questione. Il vino si può fare in qualunque annata, forse anche nelle più disastrate. Voglio però spostare la questione dal “SE” al “COME”.

Il vino è il prodotto dell’interazione tra uomo e natura, con percentuali di incidenza molto variabili (purtroppo).
La mano e l’esperienza del vignaiolo è fondamentale e imprescindbile per far nascere un ottimo vino (in parole povere se le stesse uve le curo e le vinifico io o lo fa Beppe Rinaldi fidatevi che il risultato cambia, e non poco. A mio favore ovviamente 😀 ), e le grandi le capacità del viticoltore saranno un vero valore aggiunto al vino soprattutto in quelle annate “difficili”, dove da quel poco che la natura mette a disposizione si riesce a far nascere un grande prodotto.

Ma talvolta può non essere sufficiente. 
La natura (ricordiamocelo) comanda sempre, e se decide che nelle fasi fenologiche critiche sarà pioggia e freddo ci si troverà a vinificare un frutto depresso e per niente sano, che ovviamente non potrà dare il meglio di sè. Senza dimenticare che sono situazioni estreme più uniche che rare (per fortuna), ogni tanto queste annate terribilmente ed irrimediabilmente negative comunque arrivano.
Che fare in questi casi?
Chi abbraccia una filosofia naturalistica e rinnega l’utilizzo di prodotti di sintesi si trova ad un bivio. Non imbottigliare e incassare il danno economico? O utilizzare stratagemmi chimici e tecnologici che modellino un pò il vino per renderlo bevibile, rinnegando però di fatto il proprio credo?
Alcune cantine decidono (ed è effettivamente accaduto) di non imbottigliare, ma forse non tutti possono permetterselo.
Chi ha un pensiero ed una concezione di vita ecosostenibili ben radicati e determinati immagino che si trovi davanti ad un dilemma la cui soluzione non è così scontata.

Fungo vs fungo

18/05/2012

Forse qualcuno ancora non conosce l’Ampelomyces quisqualis.
E’ un un fungo parassita che sta dalla parte dei buoni. Normalmente presente in natura viene utilizzato per il controllo biologico dell’oidium tuckeri (volgramente oidio), diventando una validissima alternativa allo zolfo.

Le sue spore paralizzano il micelio dell’oidio vi penetrano all’interno e lo parassitizzano (il cosiddetto iperparassitismo = parassitizzazione di fungo parassita). Questo microrganismo può essere conservato a temperatura ambiente per circa 1 anno e a 4-7° per circa 2 anni.
Se si utilizza una strategia preventiva, cioè applicando il fungo prima dell’avvento della malattia, agisce anche come competitore occupando la nicchia ed impedendo così al fungo dell’oidio di germinare sulla pianta.

Non dà fitotossicità e rispetto allo zolfo, la cui azione è fortemente limitata al di sotto dei 20°, agisce a temperature più basse e quindi utile in caso di attacchi tardivi (anche se in realtà l’oidio ha un optimum di germinazione intorno ai 25-26°).
Essendo un metodo di lotta relativamente “nuovo” non ha il problema di sviluppare ceppi resistenti per ora. Inoltre non è tossico per altri insetti utili (es. acari fitoseidi), non lascia residui sull’uva e non interferisce nè sulla vinificazione nè sulle caratteristiche organolettiche del vino.

Questa validissima strategia a basso impatto ambientale mi porta a pensare che al momento, la ricerca ed il rafforzamento della presenza di organismi antagonisti siano una delle vie migliore da seguire per combattere le fitopatologie e per potenziare un agricoltura sostenibile.

Liberalizzazione dei vigneti

04/05/2012

Ultimamente si sta discutendo molto sull’argomento. A Bruxelles avevano già deciso di varare la liberalizzazione, senonchè la posizione contraria di 15 Paesi (tra cui l’Italia) ha fatto ritornare sui sui passi il commissario dell’agricoltura Dacian Ciolos che ha annunciato la riapertura del dossier.

Dapprima, senza documentarmi, anche io preso da un sentimento conformista non ero d’accordo a questa liberalizzazione, ma successivamente ho rivisto un pò le mie posizioni.

Ora in Europa (nei paesi extraUE non funziona così) per impiantare un nuovo vigneto occorre avere precedentemente estirpato viti per la stessa superficie, oppure si possono acquistare i diritti di impianto da quei viticoltori che hanno eliminato delle vigne (il prezzo si aggira sui 10.000€ /ha, ma dipende dalle zone, ora che il mercato è un pò in depressione si riescono ad acquistare diritti a prezzi decisamente inferiori).
Questo però penalizza fortemente “le nuove leve” che vogliono intraprendere questa attività e che rischiano di vedere sfumare per costi eccessivi già all’origine (ricordiamo che oggi fare un impianto ex-novo costa circa 20.000€).
Una liberalizzazione può incentivare nuovi imprenditori agricoli.

Le problematiche sollevate da chi è contrario a questa liberalizzazione sono diverse:

TERRITORI A DENOMINAZIONE D’ORIGINE
Si teme una sovrapproduzione nei territori a denominazione d’origine, timore che potrebbe risultare infondato in quanto le denominazioni (attraverso i Consorzi) possono bloccare l’iscrizione all’albo dei vigneti evitando ingressi illogici e incontrollati.

DELOCALIZZAZIONE
Un altro problema sollevato è quello della delocalizzazione dei vigneti verso Paesi europei  con manodopera meno costosa. A tal proposito credo che le normative dovrebbero tutelare maggiormente il nostro Paese impedendo alle altre nazioni la pratica dello zuccheraggio (se non hai il clima adatto per certe uve non le coltivi).
Delocalizzazione che si teme anche interna, dalla collina alla pianura. In questo caso mi sento di dire che la scrematura la farà la qualità, se impianto un vigneto in territori non particolarmente adatti, la qualità del vino ne risentirà.

SOVRAPPRODUZIONE
Il timore è quello di una sovrapproduzione di vino, ma anche in questo caso penso che il mercato (attraverso la qualità del prodotto) sarà giudice. Inoltre in un’epoca in cui i vigneti italiani sono calati notevolmente (grazie anche ai contributi per gli espianti) proprio perchè il settore è al limite (e anche più) della saturazione  non credo che chiunque inizi questo tipo di attività allo sbaraglio, così tanto per provare. Leggevo da qualche parte che si millantava che l’Italia ha estirpato il 14% delle vigne in favore di una produzione di qualità. Maddai! Le estirpazioni sono dovute all’impossibilità di riuscire a vendere il prodotto perchè in eccesso, mica per puntare alla qualità.
Ipocrisia. 
E bisognerebbe interrompere anche i contributi per la distillazione, ancora di salvataggio possibile incentivazione ad una superficialità in vigna.
L’unica perplessità che ho sono le grandi aziende, che con i loro capitali e la loro tecnologia potrebbero essere favorite ed aumentare la loro produzione a dismisura, sbaragliando il mercato con prezzi ancor più competitivi ed eliminando i piccoli produttori (così come è successo in tantissimi altri settori).
In quest’ottica bisognerebbe tutelare maggiormente la produzione, disciplinando meglio e in modo più restrittivo le pratiche enologiche. Basta vini “truccati” che è possibile modificare a piacimento con ogni tipo di tecnica e dove è possibile aggiungere qualunque tipo di additivo. Per questi prodotti dove conta poco la cura in vigna (perchè si bombardano di anticrittogamici e pesticidi) e in cantina (tanto se manca qualcosa si aggiunge il suo succedaneo chimico) è chiaro che le aziende di centinaia di ettari sono favorite.
Riduciamo i prodotti di sintesi e tuteliamo anche i piccoli produttori meritevoli.

CONSEGUENTE DIVERGENZA TRA OFFERTA E DOMANDA
E’ chiaro che una sovrapproduzione porterebbe un notevole squilibrio tra domanda e offerta, ma oggi mi sembra una visione un pò anacronistica. Se oggi il mercato è saturo chi si sobbarca il rischio di iniziare un percorso che lo porterà, solo dopo anni di costi ed investimenti, a produrre qualcosa che non riuscirà a vendere? Credo che chiunque prima di iniziare un’attività ci pensi a certe cose.

Quindi ben venga la liberalizzazione, ma solo se accompagnata da altre garanzie di tutela che puntino sulla qualità del prodotto attraverso controlli seri.

Sulla via della vocazione

27/04/2012

No tranquilli non ho deciso di prendere i voti  😉
Scrivo questo post dopo aver letto l’interessante intervento di Federico Graziani al Gastronauta. Premetto che in merito all’argomento dell’esportazione dei vitigni dal loro luogo d’origine o comunque vocato sono un pò conservatore. Inorridisco nel vedere lo Chardonnay forzato in Sicilia dove non può esprimere appieno le sue potenzialità, semplicemente perchè nell’isola non trova le condizioni climatiche a lui più congeniali. La vedo come una sorta di punizione per la pianta, anche se molti viticoltori, che utilizzano come unica direttrice quella indicata peridicamente dalle richieste di meracato, continuano a non capirlo.

In un intervento a Zurigo (qui su VinNatur) Claude Bourguignon, noto agronomo francese, afferma che ormai, con l’utilizzo massiccio di pesticidi, erbicidi e fitofarmaci, si può coltivare la vite in ogni angolo della Terra, dall’assolata California alla umida Thailandia. Perchè l’uomo tenta di modificare le condizioni ambientali a suo piacimento, e il terroir sta diventando ormai una chimera.

In questo modo siamo riusciti (o meglio pensiamo di esserci riusciti) a impiantare vitigni ben lontano dai luoghi a loro più congeniali.
Ma quale sarà il risultato?
Nessuno si è mai chiesto perchè lo Chardonnay in Borgogna è strepitoso e in Sicilia spesso è anonimo?

Probabilmente  anche nell’isola della Trinacria si produrranno Chardonnay che hanno qualcosa da dire, ma a costo di quali interventi invasivi?

Spesso perdiamo di vista la grande risorsa ampelografica che abbiamo qui in Italia. Ogni regione ha vitigni dalle caratteristiche peculiari e dalle potenzialità enormi che spesso vengono dimenticate a favore dei soliti internazionali che stanno globalizzando il mondo viticolo.
Mi viene da pensare alla Toscana, grande terra di grandi vini, che stanno cercando di trasformare (o forse ci sono già riusciti) in una piccola succursale francese. Cabernet, Syrah, Merlot tentano inesorabilmente di inglobare i vari Ciligiolo, Canaiolo, Sangiovese e sono ormai parte integrante di un’antica denominazione come quella del Chianti.
Che si vuol fare il mercato vuole quello e quello gli si da. Magari però perchè non conosce altro… Fortunatamente tenaci vignaioli continuano ancora a promuovere i vitigni del luogo, producendo ottimi vini.

In parte sono comunque concorde con Graziani, che conviene sperimentare i nostri vitigni, anche un pò lontano dalle mura di casa, piuttosto che andare a recuperare da molto lontano varietà scelte solo per il nome che hanno. Ma senza perdere mai di vista  il triangolo virtuoso terroir-clima-vitigno e il genius loci, parametri imprescindibili per l’unicità e la qualità del vino.

Champagne, il prezzo è sempre troppo alto

18/04/2012

Lo Champagne è più di un vino, è un privilegio, uno status symbol.
Promosso da sempre come vino per pochi, si è imposto al mondo con una tale fama che
 la sola qualità dell’uva probabilmente non sarebbe riuscita a dargli.
Sia chiaro tutta questa apparenza è spesso supportata anche da un’ottima sostanza, anche se grazie a questa denominazione, si vendono vini mediocri a pochi euro e superlative e costose bottiglie.
Ma tutti sono Champagne.

Ma cosa c’è dietro le quinte di questo enorme apparente successo?
L’uso massiccio di fitofarmaci, antiparassitari e diserbanti fin dagli anni ’50 per supportare l’iperproduzione, ha spogliato il terreno di microfauna (che sappiamo bene essere fondamentale nell’attività nutrizionale della vite) e flora favorendo così il compattamento del terreno con il passaggio dei pesanti macchinari.
Questo compattamento ha causato squilibri idrici (terreni di questo tipo faticano ad assorbire le acque piovane, che in caso di forti piogge causano anche problemi di erosione e conseguenti dilavamenti) e la distribuzione di pesticidi con cannoni ed elicotteri (responsabili del cosiddetto fenomeno di “deriva”) purtroppo è ancora attuale.
Anche l’humus (materia organica fondamentale per la vita del suolo) è ormai  una chimera in questi luoghi.

Tutto ciò provoca un effetto a catena: un terreno così pesantemente aggredito da sostanze chimiche diventa privo di vita e il vigneto necessita di alimenti chimici per poter sopravvivere, ecco quindi pronti i concimi minerali di sintesi.
Senza dimenticare che fino al 1999 era diffuso lo spargimento (come pseudoconcime) di rifiuti solidi urbani, quindi materie plastiche, metalli pesanti e sostanze non biodegradabili che richiederanno parecchi decenni per scomparire, e che (
assieme ai prodotti chimici citati prima ) sono una delle cause di inqunamento delle falde nel sottosuolo (sembra in gran parte dei prelievi di acqua sia stata riscontrata la presenza di almeno 1 pesticida oltre il livello di potabilità).
Forse molto Champagne sarà bevuto, ma tra un pò non si potrà bere più acqua.

Servono tempestivi cambiamenti radicali per evitare che l’equilibrio biologico venga irreversibilmente compromesso, ma chissà se il mercato sarà  d’accordo.

Senza parlare dei ben noti effetti cancerogeni, mutageni e teratogeni di molti pesticidi, e ovviamente l’incidenza di queste problematiche è proporzionale alle quantità usate.
Con o senza mascherina.
Chiaramente non solo la zona intorno a Reims ed Epernay vive questi problemi, anche Borgogna e Charente (2 su tutte) stanno vedendo pian piano scemare loro peculiare terroir a causa di una distribuzione inocontrollata di sostanze chimiche.

Tutto per un bicchiere di vino.
Chissà se ne vale veramente la pena.

Leviti indigeni: l’esperimento

17/04/2012

Questa sperimentazione è di qualche anno fa (si lo so io ci arrivo sempre lungo… vabbè, meglio tardi che mai 😉  ), esattamente della vendemmia 2008.
Lui è Paolo Carlo Ghislandi intraprendente vignaiolo piemontese della Cascina I Carpini, che non perde occasione per condurre interessanti prove di vinificazione delle sue uve.

Qui ha vinificato uve barbere (stessa vendemmia e stesso vigneto) in 2 modi differenti: uno con inoculo di lieviti selezionati e utilizzo di metabisolfito di potassio, l’altro utilizzando i soli lieviti indigeni con l’aggiunta di una piccolissima quantità di metabisolfito.

Nel video qui sotto si può vedere qual’è stato il risultato dell’esperimento (questa è solo la parte finale, il video completo è formato da 5 parti che potete trovare su youtube o direttamente sul sito della Cascina I Carpini).

Le immagini sono riferite solo alla primavera 2009 con la malolattica ancora da fare (come si desume dalle immagini). 
Per una visione più completa e approfondita di questo esperimento si può visualizzare l’esito di un tasting panel riportato qui su Vinix, quando ad un anno dalla vendemmia, Paolo ha inviato a 60 persone che desideravano partecipare a questo  test (selezionate on-line) 2 bottiglie, 1 ciascuna di questi “vini gemelli”. Questi “giudici” a loro volta dovevano degustare e sottolineare le differenze tra i 2 vini.
I risultati sono davvero interessanti.

La prossima prova interessante potrebbe essere quella di valutare la differenza nell’evoluzione di questi 2 vini nel corso del loro invecchiamento. Ma Paolo ci avrà sicuramente già pensato…