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Cantine Sociali: diavolo o acquasanta?

16/04/2012

Mi sono sempre chiesto se le Cantine Sociali siano una cosa buona per il vino oppure no.
Mi hanno sempre attirato poco, forse per i loro capannoni così grigi e impersonali che somigliano più a una fabbrica che a una cantina.

Sicuramente nel corso degli anni hanno aiutato molto quei viticoltori che non avevano le risorse per vinificare in proprio le uve, e rappresentavano quindi uno sbocco fondamentale per i loro prodotti.

Se il fine è encomiabile, i mezzi non sempre però sono idonei.
Infatti può capitare che impongano ai contadini un prezzo di acquisto delle uve talmente  basso (cosa che fanno poi anche le grandi aziende vinicole) da obbligarli a lasciare invendemmiati i grappoli o addiruttura ad estirpare i loro vigneti, per evitare di lavorare in perdita
(un’amica mi raccontava che a lei impongono la data di conferimento, che l’uva sia matura oppure no poco importa…).
Tutto ciò per riuscire a vendere bottiglie a prezzi bassissimi, quelle che troviamo poi nei supermercati a 1-2 euro. 
Vini che potremmo definire non socialmente utili, visto che rischiano di essere la causa dell’estirpazione di una o più vigne, e la perdita del lavoro per il viticoltore.
Ogni tanto bisognerebbe chiedersi come mai certi vini hanno prezzi irrisori, e cercare di capire la storia che c’è dietro.

La cosa peggiore è che questo gioco al ribasso dei prezzi funziona anche come disincentivo per i viticoltori. Perchè faticare il doppio o il triplo, e così facendo lavorare in perdita, per produrre un uva qualitativamente migliore di un altro socio che verrà poi pagata comunque allo stesso prezzo?
Questa metodologia porta ovviamente ad un livellamento al ribasso della qualità.
Un cambiamento gioverebbe anche alle Cantine Sociali stesse, che sostenendo una produzione qualitativa in campo potrebbero avere una più ampia gamma di prodotti e di qualità sicuramente migliore, anzichè buttare tutte le uve, indistintamente, nello stesso calderone. Questo probabilmente è il motivo per cui è spesso difficile trovare vino di queste Cantine che sia di un elevato livello qualitativo (anche se i casi positivi ci sono eccome. Qualcuno mi parlò bene della Cantina Sociale di Quistello, nel mantovano, e si possono leggere note positive in questa degustazione di Fabio D’Uffizi).

Sarebbe interessante capire se alle stesse Cantine Sociali interessa un miglioramente qualitativo, che comporta comunque un maggior dispendio di energie e lavoro, oppure se si accontentano di rimanere circoscritte nella  produzione e commercializzazione di un vino banale.

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Come si può fare un vino socialmente utile?

02/03/2012

Quest’anno al Vinitaly si parlerà di come poter valorizzare la figura del viticoltore. In un epoca dove la parola d’ordine è “spendere meno di poco” (a prescindere sic!) anche l’uva si trova inevitabilmente travolta da questa imposizione del mercato.

Spesso il prezzo del frutto è talmente basso da obbligare i vignaioli lasciare invendemmiati i grappoli o addiruttura ad estirpare i loro vigneti, per evitare di lavorare in perdita. Tutto questo per poter poi piazzare nella GDO bottiglie di vino a 1-2 €. Vini che potremmo definire non socialmente utili, visto che rischiano di essere la causa dell’estirpazione di una o più vigne, e la conseguente perdita del lavoro per il viticoltore.
Partendo dal presupposto che il vino non è un bene di prima necessità, preferisco bere una bottiglia genuina da 10€ piuttosto che 10 bottiglie da 1€ che del vino hanno solo il nome.
A volte bisognerebbe domandarsi che storia c’è dietro a vini con prezzi irrisori.

Credo che questo gioco al ribasso potrebbe essere un disincentivo per l’agricoltore, che visto il guadagno striminzito (sempre che ci sia) non è motivato ad ottenere un prodotto qualitativamente superiore, che inevitabilmente porterebbe ulteriori costi e fatiche.

Per poter ottenere un vino socialmente utile è necessario che il lavoro del vignaiolo sia gratificante dal un punto di vista personale ed economico, pagando la qualità per permettere la
sopravvivenza a viticoltura e viticoltore.
Quando acquisto un qualunque prodotto lo pago in base alla sua qualità (o almeno così dovrebbe essere, sic!), e perchè non fare lo stesso per l’uva? E come fare?
Magari con maggiori
 controlli e con assistenza tecnica mirata ai viticoltori, proprio da parte di quelle Cantine Sociali e/o grandi Aziende Vitivinicole che acquistano i grappoli, per cercare di spingere verso una produzione qualitativa nel vigneto. Qualità che deve però avere il suo tornaconto economico, partendo da un prezzo base che via via sale in proporzione alla qualità del raccolto.