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La Romagna “soffia” il Verdicchio alle Marche

22/03/2012

Ora il Verdicchio, tipico vitigno autoctono marchigiano, è coltivato anche in Romagna. Questo ha scatenato l’ira dell’Istituto marchigiano di tutela vini.
Il direttore Alberto Mazzoni dice che l’Istituto si attiverà per “…difendere l’immagine del vino italiano più conosciuto e premiato del mondo, e per garantire il reddito degli agricoltori”. Sottolinea poi la differenza tra il Verdicchio romagnolo (che ovviamente non può essere nè DOC nè DOCG, ma solo IGT) e quello marchigiano: “Da noi c’è un disciplinare che obbliga a produrre non più di 14 t/ha, che significa uve ricche di aromi e di grande qualità, mentre in Romagna l’IGT consente di coltivare fino a 29 t/ha prediligendo la quantità”.

Premetto che io sono per i vitigni coltivati nelle zone vocate, ma non per partigianeria integralista, bensì perchè convinto che lì diano i risultati migliori. Però in questo caso credo che la polemica marchigiana non sia totalmente condivisibile.
Puntare sulla qualità, è questo il dogma imprescindibile a cui si deve fare riferimento, sempre. Se produci un vino migliore sarà questo il tuo miglior biglietto da visita che non ti farà temere concorrenze leali o sleali che siano.

Probabilmente il Verdicchio coltivato nella sua terra d’elezione (le Marche appunto) avrà una qualità superiore (ma dipende poi anche da chi lo coltiva e vinifica) rispetto a quello transregionale, e proprio questo vantaggio deve sfruttare  l’IMT, migliorando anche i canali informativi in merito alla distinzione e alle peculiarità del proprio prodotto.

Anche perchè se è vero che il territorio è una variabile fondamentale per il vitigno, sarà la natura a dare il giudizio finale sulla qualità dell’uva, e la natura non sbaglia mai.

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Commissioni Doc e Docg

08/03/2012

Incuriosito da questo post sul blog di Ziliani, sono andato a leggermi l’articolo di Elena Guerini su “Tre bicchieri”. Avevo già trattato tempo addietro l’argomento sulle commissioni dei vini DOC e DOCG (ora confluiti in DOP), e sono d’accordo sul fatto che ci vuole una maggiore selettività nel giudizio. Anche se bisogna sempre tener conto di quella soggettività che, anche se si tenta di insabbiare, seppur minimamente caratterizza ogni degustazione.

Credo però che non sia l’unico problema, anzi forse l’incognita maggiore riguarda il metodo con cui vengono istituite nuove denominazioni, che nell’ultimo anno sono lievitate spaventosamente. La signora Guerini affermava che non è possibile ridurre ulteriormente la resa/ha per livellare l’offerta alla domanda,  e probabilmente ha ragione, ma non è questo il punto. Il punto è che vengono istutite DOCG di territori sempre più ampi, come ad esempio Alta Langa, o DOC-business per cavalcare la moda (si veda come il caso Prosecco favorisca le frodi. Proprio su “Tre bicchieri” si legge di due vigneti abusivamente impiantati per seguire la Proseccomania), che per forza creeranno prima o poi un divario tra domanda e offerta (quando la moda passerà), senza tener conto dell’abbassamento qualitativo, diretta conseguenza di una produzione estesa.

Purtroppo oggi si assegnano le denominazioni in base al potenziale profitto immediato anzichè all’effettiva qualità del prodotto. La risoluzione del problema sta forse principalmente a monte, nelle mani di chi decide quale vino dovrà fregiarsi degli ambiti riconoscimenti. 
Anche nel vino la  meritocrazia è così effimera (sic!).

Perchè non cambiare nome alla DOC Prosecco?

16/02/2012

Ormai sappiamo tutti che la lista delle DOCG è arrivata a 74 (!) denominazioni, il che significa, come avevo già detto qui, che nell’ultimo anno sono aumentate di circa il 50% ( 😯 ).
Alcune novità sono piuttosto curiose: la DOCG Lison è la prima garantita, se la memoria non mi inganna, ad essere in “comproprietà” tra due regioni (Veneto e Friuli), o la DOCG Alta Langa estesa su un territorio notevolmente vasto (forse troppo).

Altre potrebbero invece creare un pò di confusione, come la DOC Prosecco, che fa da “antagonista” alle altre 2 DOCG di questo vino: Colli di Conegliano e Colli Asolani.
Lasciando da parte il fatto che anche il territorio di questa denominazione è vastissimo (coinvolge quasi interamente Veneto e Friuli), leggere in etichetta comunque “Prosecco” rischia di confondere il consumatore meno esperto.

Prosecco è un nome noto, che indica un bianco frizzante e leggero (si sente spesso dire “questo vino è tipo prosecco…”) e qualitativamente valido. Per questo chiunque conosce questo nome che associa ad una ben determinata tipologia di vino.
Trovando tra gli scaffali di un market numerose bottiglie con la stessa scritta “Prosecco”, l’acquirente rischia di non sapere realmente che vino si trova di fronte, e di scegliere solo in base al prezzo o al disegno dell’etichetta!
Così si rischia che la DOCG diventi pressochè inutile, con l’eventualità di non valorizzare adeguatamente il prodotto, come se facessero un Barolo DOCG e un Barolo DOC…. che senso ha?

Perchè non cambiargli il nome allora?
Che ne so chiamiamolo “Bianco di Prosecco” (chi ha più fantasia ben venga),  che anche i non addetti ai lavori capiscano che c’è una differenza, non solo economica ma anche qualitativa tra i diversi vini.

Docg e Doc italiane: la DOC Modena

09/02/2012

La DOC Modena, fu creata nel luglio 2009 a scopi commerciali, per andare incontro alle richieste della clientela, imitando il cugino Lambrusco Reggiano che deriva da un uvaggio di vari vitigni, e per questo avvicina meglio le preferenze dei consumatori. Diversamente i 3 lambruschi DOC della provincia modenese (Grasparossa di Castelvetro, Sorbara, Salamino di Santacroce), derivanti principalmente da un unico vitigno, e quindi aventi caratteristiche molto più peculiari e dirette, poco scendono a compromessi con i vari gusti. Per avvicinarsi quindi alla tendenza del mercato (ovvero per avvicinarsi a più gusti possibile), è stata creata questa denominazione derivante anch’essa da più vitigni. Dunque il nuovo Lambrusco di Modena DOC, potrà non avere una percentuale elevata di un unico vitigno, ma come indica il disciplinare: “la tipologia Modena Lambrusco deve essere ottenuta dai seguenti vigneti: Lambrusco Grasparossa, Lambrusco Salamino, Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Maestri, Lambrusco Marani, Lambrusco Montericco, Lambrusco Oliva, Lambrusco a foglia frastagliata, da soli o congiuntamente, nella misura minima dell’85%;  possono concorrere, da sole o congiuntamente, le uve provenienti dai vitigni: Ancellotta, Malbo Gentile, Fortana, fino ad un massimo del 15%.”

Da ciò si può dedurre che si potrà svariare parecchio tra le varie uve,  per cercare il blend per avvicinarsi maggiormene alle esigenze del mercato.

Se le denominazioni tentano di tutelare e promuovere la qualità dei prodotti, a mio parere è stato fatto un errore di valutazione nella promozione di questa denominazione da IGT a DOC.
Innanzitutto il territorio è veramente ampio, raggruppa tutti i comuni della provincia di Modena, e già qui appare chiaro che uve coltivate nella bassa pianura non possono essere qualitativamente uguali a quelle raccolte dai vigneti impiantati in collina.
Inoltre la resa per ettaro (che non è stata modificata nel passaggio da IGT) risulta di 23 t/ha (a parte per la tipologia Modena Pignoletto che si “riduce” a 18), un’enormità se  pensiamo che solo qualche anno fa la resa/ha  media in Italia  dei vini VQPRD (ovvero DOC e DOCG) era sotto le 9 t/ha. Sempre ricordando che la relazione quantità uva prodotta/qualità del vino è inversamente proporzionale.

Sia chiaro, questi errori qualitativi spuntano come funghi in tutta la penisola, non solo a Modena. Per esempio, ad ottobre 2011 le DOCG in Italia erano 70, mentre solo a febbraio 2011 (lo ricordo bene perché le avevo studiate per l’esame) erano circa una cinquantina. In 8 mesi ne sono state nominate circa 20 (!!!) in più…. (sic!), e principalmente solo a scopo commerciale.

Cerchiamo di non fare di ogni erba un fascio e manteniamo quelle differenze qualitative che comunque esistono, e che una semplice sigla non può nascondere. 

Il prezzo del vino

23/11/2011

L’altro giorno mi è capitato per caso tra le mani un volantino pubblicitario di una nota marca di supermercati, con il quale promuoveva il catalogo vini dell’autunno 2011.

Ho sfogliato così a caso, di fretta.
Mi balza all’occhio un Barbaresco (tra le più datate e note garantite italiane) che viene venduto a €9,50 ( 😯 ).
Ok, qui allora c’è da porsi alcune domande.
Come mai ci sono Barbaresco che costano dai €30- 50 e qui con meno di 10 te lo porti a casa? Dove sta il trucco?
E’ il proprietario che vende il vino a €50 a farci un guadagno da paura o è il Barbaresco da €10 che è degno solo del lavabo?

Chiariamoci, io non sono dell’idea che se un vino costa molto è buono, viceversa è scadente. Ma dobbiamo essere realisti e capire che produrre vino ha i suoi costi. Non solo, bottiglia, marketing etc.., ma anche e soprattutto costi a partire dalla vigna (ore passate in campo, potature, diradamenti, vendemmia etc…). Quindi un pò diffiderei di vini che costano pochi spiccioli. Vuoi che abbiano un’alta resa, vuoi che riescano ad abbattere miracolosamente tutti i costi, vuoi che sia un vino da tavola (non è però il caso del nostro Barbaresco) senza particolari controlli di qualità. Però a tutto c’è un limite. Un vino che costa €2 forse non proviene dall’uva!

Tornando al nostro di cui sopra bisogna ricordare qualche punto che un vino deve avere per conquistare la Garantita: “[…]le DOCG sono riservate ai vini già riconosciuti a  denominazione di origine controllata (DOC) da almeno cinque anni che siano ritenuti di particolare pregio, in relazione alle caratteristiche qualitative intrinseche, rispetto alla media di quelle degli analoghi vini così classificati […]”.
Ricordo che tali vini prima di essere messi in commercio vengono sottoposti anche a vari esami organolettici che certifichino il rispetto dei requisiti (praticamente questi esami devono attestare che il prodotto sia di ottima qualità).
Tutti i vini possono essere buoni, ma qui si parla di ottima qualità.
Che quello che costa €50 sia “più ottimo di quello che ne costa €10?
Forse certi controllo dovrebbero essere più scrupolosi, se non è un vino da Barbaresco, (come dice la legge “…di particolare pregio […] rispetto alla media…”) gli si dia la DOC Langhe (che non vuol dire sia un prodotto peggiore).

Mi è capitato di parlare di quest’argomento anche con la titolare dell’Azienda Agricola “Le Piane”, dell’Isola di Capraia. Anche lei che produce un rosato (con particolare attenzione a tutti le fasi del processo produttivo), si spaventa quando va a proporlo e vede che in commercio ci sono vini rosati che vengono venduti al pubblico a circa €2.
“Non riuscirò a vendere nemmeno una bottiglia” mi diceva (a torto).
E’ chiaro però che la differenza qualitativa è notevole.

La cosa che più mi fa arrabbiare è che chi si trova ad acquistare certi vini a (troppo) buon mercato, poi non può venire a conoscenza del prodotto reale,
perchè un Barbaresco a €9 potrebbe dare un messaggio sbagliato al consumatore, potrebbe essere una truffa legalizzata
, significa screditare un prodotto di pregio.
Anche perchè diciamoci la verità, il consumatore medio (colui che non ha enosperienza) per €9 acquista un Barbaresco senza pensarci, ma se fosse stato un Langhe DOC non lo guarda neppure.

Mi immagino che uno arriva al market, vede questa bottiglia e pensa: “Barbaresco, l’ho sentito nominare spesso. Stasera alla cena porto proprio questo. Spendo poco e faccio bella figura” (sperando che nessuno si intenda, anche minimamente, di vino).
Ok, però non hai bevuto un Barbaresco, e quando ne vedi uno a €30-40 pensi: “Come quello che ho bevuto l’altra sera. Buono, però sono dei ladri, mica è un vino da €30/40 questo Barbaresco”.

E la frittata è fatta.

Pignoletto: l’Emilia-Romagna ha la sua 2ª DOCG!

02/03/2011

Dopo l’Albana di Romagna (che oltretutto è stata la prima DOCG italiana di vino bianco, nel lontano 1987), l’Emilia Romagna ottiene per la seconda volta  il massimo riconoscimento in campo enologico.
Con la pubblicazione sulla G.U. 278 del 27-11-2010 (http://www.gazzettaufficiale.biz/atti/2010/20100278/10A13717.htm) la denominazione Colli bolognesi Classico Pignoletto passa da DOC a DOCG.

Vitigno autoctono dell’Emilia Romagna, il pignoletto trova il suo territorio di maggior vocazione nel bolognese. Già citato come Pino Lieto da Plinio il Vecchio (I sec.  d.C. nel suo Naturalis Historiae)  e daVincenzo Tanara (1654) che riferiva di “uve pignole” nelle colline del bolognese.

Da studi ampelografici, ampelometrici e molecolari, si è accertato la sinonimia tra il Pignoletto e il vitigno coltivato in Umbria come Grechetto di Todi. Erroneamente in precedenza si credeva una variante del Pinot Bianco o del Riesling Italico.

Vitigno di media vigoria e scarsa produttività, offre i migliori risultati in collina (come d’altronde quasi tutti i vitigni…), con terreni poco argillosi e anche calcarei. I migliori sistemi di allevamento sono il Guyot, cordone speronato e GDC.
Scarsamente sensibile  a malattie come peronospora, oidio e botrite, patisce  di più mal dell’esca e parassiti animali.
Tollera meglio le gelate primaverili rispetto alla siccità.

Produce un vino dai profumi delicati  e fruttati (in particolare sentori di mela), sapore secco e asciutto.

DOCG meritata (qui per leggere il suo disciplinare: www.ermesagricoltura.it/content/download/20202/217417/file/Disciplinare%2520Colli%2520Bolognesi%2520Pignoletto%2520Classico%2520DOCG.pdf) per un vino che già lo scorso hanno aveva ricevuto al Vinitaly  la Gran Medaglia d’Oro (il più alto riconoscimento della manifestazione) per la categoria vini bianchi frizzanti.

Da gustare fresco, d’estate, come aperitivo assieme a un buon tagliere di salumi, gnocco e formaggi  :mrgreen: