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Cabernet Sauvignon “Stoppa” 2003 – La Stoppa

15/01/2013

Quando stappi un vino di Elena Pantaleoni lo fai perchè vuoi andare sul sicuro, e difficilmente sbagli. Anche quando tutti i presupposti potrebbero essere avversi. Ricordo per esempio un Cabernet 2002 (tra le annate tristi per antonomasia) bevuto alla Locanda del Falco al Castello di Rivalta che mi lasciò positive impressioni.

cabernet la stoppa

E così anche questo 2003, figlio di una delle estati più calde che si ricordino, lascia il segno. Positivo.
Bottiglia proveniente direttamente da Rivergaro, gustoso bottino della mia visita di qualche anno fa in cantina.
Colore rosso, impenetrabile e denso. 
E’ frutta matura che esce immediata dal calice, assieme a caffè e tabacco contornati da aloni di macchia boschiva e lucciole balsamiche.

Il sole dell’annata , il riposo in bottiglia e forse anche la botte piccola (che non si sente) hanno un po’ ingentilito questo Cabernet, senza però snaturarlo.
Morbido ma di buon nerbo, ricco ma non grasso, e con un’acidità viva e vibrante.
Il tannino si fa sentire, ma le sue angolosità sono levigate.
L’alcol che dall’etichetta intimorisce (15°) è in realtà accorpato in un tutt’uno ben ponderato e non prevarica le altre componenti.
Il calice si svuota, con calma, e dopo qualche minuto senti l’esigenza di tornarlo a riempire. La corposa sostanza ne fa un vino certamente non beverino, ma quant’è goloso, accidenti!

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Bere è piacere

20/04/2012

Quando si dice che non solo gli addetti ai lavori partecipano al Vinitaly è proprio vero. Tra gli imbucati, da qualche anno, ci sono anche mia sorella con una sua amica, che partecipano più perchè riesco a trovargli i biglietti omaggio che per estrema passione enoica.
Questa è anche una perfetta occasione per me di dimostrarmi l’esperto (??) di famiglia consigliandole le cantine da provare, che in genere gradisce sempre esaltando così il mio ego.
Anche perchè gli assaggi che propongo sono sinonimi di garanzia ferrea.
Tanto per farvi un esempio quest’anno la lista comprendeva tra le altre: Poderi Sanguineto, Arianna Occhipinti, La Stoppa, Sanfereolo, Coulee de Serrant etc… (praticamente il ViViT). 

Ok lo ammetto mi piace vincere facile… 😉

Ogni anno da questa esperienza però riesce a trovare un suo vino preferito.
Prima Il Sigillo delle Cantine del Notaio, l’anno dopo il Grecante di Caprai e poi l’Es di Fino. Quest’anno tra gli altri ha apprezzato particolarmente i vini di Ar.Pe.Pe. (ça va sans dire..).
L’avevo spinta anche a provare i grandi Nobile di Dora Forsoni (Podere Sanguineto), ma non hanno riscontrato il suo totale gradimento  😯  con la motivazione (senza sapere con che uve venisse prodotto) che aveva un pò troppo quel gusto come di…sangiovese!
Amen.

P.S. per chi pensasse (erroneamente) che sia una provetta sommelier o quant’altro, sappia che una settimana dopo non avendo gradito molto un teroldego ha posto questa domanda: “Anche il Teroldego è sangiovese vero? ”  😉

Evviva l’ingenuità di chi beve per puro piacere senza doversi atteggiare.

Sull’acidità volatile

06/03/2012

Riposto un argomento su cui avevo chiesto delucidazioni qui su Vinix, e che mi pare interessante per quanto riguarda il liquido odoroso (cit.).

L’acidità volatile (che non è altro che l’acido acetico) viene detta così perchè, a differenza degli acidi fissi (tartarico, malico…), può essere separata dal liquido mediante distillazione. Viene prodotta principalmente dai lieviti durante le fermentazioni alcolica e malolattica.
Un elevato quantitativo di volatile può essere dovuto anche ad uve poco sane, alla malattia dello spunto acetico (di cui l’acidità volatile è il prodotto principale) o da altre alterazioni microbiologiche ad opera di batteri, che avvengono quando il vino è esposto eccessivamente all’aria.
Ma anche l’uso di lieviti non selezionati (quei lieviti indigeni tanto cari a chi produce vino naturale) aumenta la possibilità di elevate percentuali di volatile, soprattutto se abbinati, paradossalmente, ad un uva molto sana. Sì perchè un uva “troppo” sana è scarsa di lieviti e di sostanze azotate (che rappresentano il nutrimento dei lieviti stessi), quindi è maggiore il rischio di mancate partenze o arresti di fermentazione che potrebbero causare un incremento di acidità volatile.
Viceversa, se l’uva è un po’ guasta (ma non troppo), la fuoriscita di succo dall’acino favorisce lo sviluppo della flora di lieviti che farà poi la fermentazione. In questo caso sarà maggiore anche la presenza delle sostanze azotate che forniranno quindi nutrimento ai microrganismi facilitando la loro opera di trasformazione del mosto in vino senza intoppi imprevisti. 
Ovviamente solo nel caso di lieviti indigeni.

L’acidità volatile viene inibita dalla SO2, questo spiega ulteriormente perchè è più facile sentire quell’odore pungente nei vini naturali.
Lieviti indigeni e poco uso di solforosa (condicio sine qua non dei vinoveristi) fanno aumentare il rischio di una volatile alta.
Un suo eccesso è comunque una noia olfattiva piuttosto che un difetto vero e proprio (ovviamente dobbiamo restare entro i limiti di legge che sono di 1,08 g/l per i bianchi e 1,20 g/l per i rossi), tant’è che in dosi non eccessive (come dice l’esperto Luca Risso) può influire positivamente sul gusto, aumentando la sensazione fresca/fruttata.

Sicuramente non è una sensazione piacevole però forse non è il diavolo. Oltre a “rinfrescare” il gusto come accennato prima, può diventare (Risso docet) parte integrante nel bouquet dei vini passiti (tipico esempio il Picolit di Marco Sara, come accennato da Roberto Stocco e Filippo Ronco), e in ogni caso arieggiando il vino emergono piano piano altre molecole aromatiche meno volatili che si sommano alla volatile e la coprono al nostro olfatto (sempre Risso docet).

Avrà forse ragione Giulio Armani (dal 1980 collaboratore de La Stoppa e dal 2005 produttore con la sua Azienda Denavolo) dicendo che per lui non è un problema e che, secondo il suo parera non rientra nella sfera dei difetti o degli odori sgradevoli? Non saprei, ma per quanto mi riguarda se il vino mi piace lo bevo volentieri, anche se c’è un pizzico (e sottolineo un pizzico) di pungenza acetica in più… 😉

Riflessioni sulla sfida “Vini naturali” vs “Vini industriali” al Gastronauta

24/01/2012

Sabato 21 gennaio è andata in onda su Radio24 una puntata del Gastronauta di Davide Paolini sui vini  cosiddetti naturali vs vini cosiddetti industriali, dibattito che ultimamente interessa parecchi addetti ai lavori e non.

Interviene per primo il presidente AIS Antonello Maietta:
intanto occorre trovarsi d’accordo sul significato di “vino naturale” perché il vino non lo è di per sé, essendo – semmai – l’aceto il prodotto “naturale” dell’uva. Pare condivisibile che ci sia oggi una presa di coscienza da parte del produttore, di un profilo “etico” nella produzione del vino. Allo stesso modo, è chiaro che all’AIS interessi prima di tutto la qualità; che poi il vino buono sia anche “etico”, tanto meglio. Sembra poi che l’espressione “vino industriale” sia utilizzata in modo per lo più dispregiativo, come se finora avessimo bevuto sempre vini “cattivi” e non genuini. Quando assaggio, mi capita a volte che l’essere “naturale” diventi il primo e unico argomento di discussione di chi non ne ha altri. Vorrei sentirmelo dire alla fine, ecco.

  • Vabbè, a parte la puntigliosità pleonastica in merito al vino-aceto-naturale, è evidente la sterile difesa verso i produttori (che sono la maggior parte e sono ciò di cui l’AIS vive) di “vini industriali”. Penso che se un cibo (o bevanda) ha un buon sapore ma non mi fa stare bene allora è meglio lasciarla perdere, perché a volte un cibo (o un vino) può essere molto buono in bocca grazie alla “ricchezza” di additivi che ne trasformano il gusto, ma poi lo stomaco reclama vendetta!
    Poi anche io ho bevuto e bevo vini non naturali, ma sempre meno….

Marco (radioascoltatore da Sondrio): bisogna tendere verso un concetto di “naturale”, in tutti gli ambiti. Bisogna essere attenti verso il vigneto, usare meno elementi esterni possibili per arrivare a qualità e identità.

  • La penso così anche io.

Giovanni (radioascoltatore dalla provincia di Vicenza): vini “naturali” o non, l’importante è che il vino sia buono.

  • Intervento direi alquanto superficiale, ho già risposto qualche riga sopra.

Partendo da questo intervento di Giampaolo PagliaElena Pantaleoni (Azienda Vinicola “La Stoppa”): d’accordo con Giampaolo, il “vino industriale” segue le regole del mercato. L’approccio “naturale”, invece, cerca di esaltare al massimo la provenienza, la vendemmia e il vitigno: non si interviene per cambiare il prodotto con il proprio gusto o per assecondare il mercato. Quando conosci bene la tua azienda, le tue vigne e le potenzialità della tua zona, cerchi di esaltarle. Non c’entrano molto i numeri: uno, anche se fa tante bottiglie, può avere un approccio in un certo senso “naturale”.

Antonio Santarelli (Azienda Agricola “Casale del Giglio”): non so se abbia molto senso appiccicare etichette, quasi come se chi fa “vino industriale” rulli tutto e impedisca l’emergere di valori quali territorialità e regionalità. Gli standard sanitari sono garantiti da tutti, oggi. Nossiter (con il suo articolo su GQ ndr) ha fatto una valutazione poco ampia, non considerando la sostenibilità economica e qualitativa oltre che quella ambientale. A volte malattie e attacchi fungini non possono essere contrastati con certi metodi di agricoltura, c’è il rischio di danneggiare la qualità del prodotto. E poi c’è il contadino che deve pur sempre vivere. Se si riuscisse – in modo costruttivo – a creare un gruppo di lavoro per dare un’informazione legata alla realtà, credo che l’evoluzione futura sia in quella direzione (del biologico, n.d.r.).

  • Non conosco i vini di Casale del Giglio (solo di fama), ma sentire parlare di territorialità e regionalità un’azienda i cui vini sono prodotti quasi esclusivamente con vitigni internazionali fà un pò pensare. Comunque onguno tira l’acqua al suo mulino e questo ci sta.

Riccardo (radioascoltatore dalla provincia di Pordenone): c’è un numero per dichiarare una cantina “industriale”? In Australia, molte cantine che seguono un metodo di viticoltura “biodinamica” producono milioni di bottiglie. Che forse “naturale” voglia dire semplicemente che si possa riconoscere il territorio?

Ancora, Elena Pantaleoni: la viticoltura biologica o biodinamica è una responsabilità di tutti. Capisco che sulle parole si possa discutere, io non ritengo negativa la parola “industriale” anche se ammetto che abbia assunto questa connotazione negativa. Guardando al Barolo (un tempo conosciuto come un vino di pregio che può durare a lungo, con maturazione in botte grande; poi un po’ snaturato dai “modernisti”, salvo constatare un progressivo ritorno attuale al Barolo di un tempo), non v’è dubbio che si sia abusato della tecnica: il fatto di essere “naturali” o meno, di usare più o meno solforosa o lieviti selezionati è sicuramente meno interessante del risultato. Nessuno vuole fare divisioni tra “buoni” e “cattivi”: è importante, però, che il consumatore abbia gli strumenti giusti per poterli distinguere.

  • Si credo anche io che spesso manchi informazione verso i consumatori. Oltre a venderlo il vino sarebbe molto bello raccontarlo.

Maurizio Gily (Direttore rivista Millevigne): il termine “naturale” che tanto si usa oggi non ha una definizione univoca. A voler fare il “guastatore”, il vino non è un prodotto che esiste in natura ma è prodotto dal uomo. Oramai, però, c’è accettazione comune sul fatto che il “vino naturale” sia quello ottenuto da un vigneto condotto secondo i canoni dell’agricoltura biologica, con una filosofia meno interventista. Se manca una definizione condivisa è forse anche per via di una sorta di idiosincrasia dei piccoli produttori, in particolare, verso la burocrazia: definire un protocollo di “vino naturale” presuppone una certificazione esterna che quel protocollo è stato rispettato e c’è paura – forse – di entrare in questo meccanismo.

  • Stimo Gily, e sono abbonato a Millevigne, ma a volte parla in modo un pò disilluso. Credo che si possa fare naturale, biologico, biodinamico etc… anche senza certificazioni (che spesso purtroppo non escludono frodi).

Patrizia (radioascoltatrice da Cremona): in enoteca mi confronto con le richieste dei consumatori e mi accorgo che c’è grande confusione sul concetto di “vino naturale”, “convenzionale”, con o senza solfiti. Le persone hanno ricevuto un messaggio che li porta oggi a cercare sempre più vini sani e controllati; ma l’equilibrio auspicabile del “buono, corretto e sano” non è ancora chiaro, c’è timore di assumere vini “cattivi” e “tossici”: di qui tutta una serie di discussioni sul vino che contiene solfiti che diventa tutt’un tratto “dannoso”. C’è una grande aspettativa ma anche una grande confusione, in parte alimentata da un certo modo di comunicare, un po’ forzato in una sola direzione. Personalmente, in tanti anni che faccio questo lavoro, non ho mai conosciuto una persona che abbia a cuore la sua terra e il suo vino che abbia usato il “veleno” in vigna o in cantina. L’equazione “vino naturale” = “vino buono”, come pure quella “vino industriale” = “vino cattivo”, mi sembra veramente fuori luogo.

  • Non credo si possa stabilire se gli additivi ammessi nei vini diano tossicità cronica al nostro organismo, quindi in base a quanto letto sopra ammettiamo come “tossici” solo quei vini adulterati (es. caso metanolo). Invito a leggere questo post per ricordare che la solforosa non è diventata dannosa tutto in un colpo, ma lo è sempre stata.
    Bisogna capire cosa si intende per “veleno”, sicuramente certi agrofarmaci si avvicinano molto a questa parola.

Lamberto Vallarino Gancia (Presidente Federazione Industriali del Vino): non esiste una norma che definisce i “vini naturali” mentre c’è una legge che chiarisce cos’è il “vino” (e più di 600 diversi disciplinari di produzione). S’è creato tutto un mondo di “vini naturali” ma non c’è nemmeno una norma europea condivisa: si parla solo di vino fatto con “uve da coltivazione biologica”. Sono d’accordo anch’io: c’è confusione nella comunicazione del messaggio, bisogna stare più attenti. Il vino – di fatto – deriva dall’uva: alcuni cercano di usare meno chimica possibile, altri stanno cercando di usare meno solforosa (con risultati abbastanza scarsi, per la verità, perché i vini senza solforosa si ossidano e risultano imbevibili). A livello europeo, stiamo studiando una definizione di “vino biologico”: c’è il rischio che questa possa essere bandita se non entro giugno non si arriva a una soluzione condivisa.

  • Da come questi grandi produttori attaccano i “vini naturali” sembra quasi che ne abbiano paura, tranquilli se i risultati sono così scarsi usando poca solforosa tra poco la gente non li comprerà più (anche se mi pare il contrario). Diciamo che è più difficile, costoso e faticoso ottenere buoni risultati facendo vini naturali, aggettivi che non rientrano nel vocabolario della produzione industriale.

Angiolino Maule (titolare Azienda Agricola “La Biancara” e Presidente Vinnatur, associazione viticoltori naturali): Io non sono un uomo di cultura ma sono un uomo di campagna: dobbiamo fare vini da territorio e non vini “da chimica” o troppo “da uomo”. E vero che il vino è anche un prodotto dell’uomo ma nel gusto del vino deve dominare il gusto del territorio. Grazie alla ricerca che stiamo portando avanti con microbiologi stiamo producendo vini senza chimica, vini corretti e anche bevibili: vini da territorio senza la chimica.

  • Amen.

Donato Lanati (Enologo e docente di Tecnologia Enologica al corso di laurea di secondo livello della facoltà di Agraria di Torino): io farei piuttosto una distinzione tra vino “artigianale” (meno interventismo) e vino “industriale” (razionalizzazione di un processo produttivo). Se ci sono Chateau che producono una sola varietà e 500 mila bottiglie buone e – invece – aziende artigianali che fanno volumi più ridotti ma vini meno convincenti, vuol dire che non è solo un problema di quantità. Certo, quando le quantità aumentano si perde in un certo senso il concetto di territorialità, che è il vero valore aggiunto delle piccole aziende. Fondamentale è poi il ruolo della ricerca, che ha permesso di studiare certi processi. Vi è il pericolo che per avere grandi quantità si possa fare violenza alla natura, in vigna e in cantina. Vero è anche che tendenzialmente il vino prodotto in grande quantità è più controllato, l’azienda che lo produce non può permettersi di mandare in giro bottiglie non a posto, il produttore deve garantire la massima genuinità. Il successo imprenditoriale sta nel marchio, la capacità di fidelizzare a prescindere da grandi o ridotte quantità.

Ancora Angiolino Maule, stuzzicato da Davide Paolini sulla (reale, a quanto pare) possibilità che il termine “vino biologico” possa essere bandito a livello europeo se non si trovasse una definizione condivisa entro il prossimo giugno: sarebbe una vergogna. Dovrebbero incentivare i produttori che tolgono la chimica dalla vigna, e invece…

  • Sembra davvero assurdo, invece che andare avanti si torna indietro. Comunque si può bandire un termine ma non un prodotto. Non si può dire “vino biologico”? E mi sta bene, si chiamerà “vino prodotto da uve da agricoltura biologica”. Per questo è necessaria un’informazione verso il consumatore che racconti veramente il vino, e che vada oltre un’etichetta.

Infine non credo che “vino naturale = vino buono” e “vino industriale = vino cattivo”, credo invece che il vino naturale rispetti di più la natura e il nostro organismo piuttosto che un vino industriale.

Buca delle Canne 2008: La Stoppa

26/10/2011

Lo so sono curioso di natura. E’ un mio difetto.
Per questo non sono riuscito a resistere alla tentazione di stappare questa bottiglia con solo una settimana di cantina (la mia) alle spalle, dopo la visita a La Stoppa. La vendemmia acino per acino delle uve Semillon, l’attacco della Botrytis cinerea, mi avevano troppo intrigato per impedire una degustazione così a breve termine.

Colore intenso, oro vecchio non proprio ambrato. Al naso porta profumi di frutta candita, agrumi, frutta secca. Intenso e pungente. L’ingresso in bocca è roboante e tagliente, dolce (bè ovvio..) e delicato, poi raggiunta la totalità del palato rilascia una profonda e pulita acidità. Ritroviamo proprio quella frutta candita (arancia su tutte) percepita in precedenza, con una leggera nota ammandorlata nel finale.

Bevuta accanto ad una torta di nocciole (quelle acquistate nelle Langhe) fatta in casa: luxure!

La Stoppa: vini naturali

18/10/2011

L’azienda La Stoppa inizia ad esistere già nel lontano 1800, quando un avvocato di Genova, tale Ageno (da qui poi il nome di uno dei loro vini più rappresentativi) arriva in Emilia ed inizia ad impiantare vitigni internazionali per produrre poi vini destinati all’invecchiamento, in piena discordanza con le usanze del luogo dove si era abituati (e forse lo si è tuttora) a bere vini giovani.

Nel 1973 l’azienda viene acquistata dal Sig. Raffaele Pantaleoni (padre dell’attuale proprietaria Elena), il quale inizia a produrre vini da vitigni internazionali, tra i quali anche spumanti da uve Chardonnay.
Dopo la sua scomparsa, nel 1991, l’azienda di 50 ettari (di cui 30 a vigneto e 20 boschivi) passa in mano alla figlia, che decide di valorizzare il territorio impiantando i vitigni del luogo. Spazio quindi a barbera, bonarda, ortrugo e malvasia.

La Stoppa coltiva e produce vini con metodi naturali, i piedi delle vigne sono sempre inerbiti (questo provoca una competizione tra l’erba naturale e la barbatella di vite quando giovane, e grazie al superamento di questo “stress”, la pianta crescerà più forte e indipendente), non vengono usati pesticidi, ed anche in cantina gli utilizzi di solforosa e filtrazioni sono ridotti ai minimi termini.

La nostra degustazione ha visto in sequenza:

Rosso 2009: (Barbera 60% e Bonarda 40%) rustico, ruvido e schietto. Si apprezzano le qualità di vino giovane, e la sua freschezza. Sincero. Prodotto di base davvero intrigante.

Barbera 2005: (Barbera 100%) rotondo, fruttato,  di buon equilibrio e struttura. Altro barbera degno di essere ricordato.

Macchiona 2005: (Barbera 50%, Bonarda 50%) ingresso tagliente, in bocca libera poi il suo frutto e la sua morbidezza. Buona la tannicità e la freschezza, destinato, in bocca lascia prevedere la sua propensione all’invecchiamento.

La Stoppa 2003: (Cabernet Sauvignon 40%, Merlot 40% e altri vitigni bordolesi minori 20%) annata caldissima, al naso rivela profumi di frutta matura, cotta, marmellatosa, contornata da spezie. Complesso. La gradazione alcolica dice 15%, ma in bocca non si sentono. E’ morbido e strutturato, pur mantenendo una buona acidità.

Ageno 2007: (Malvasia di Candia Aromatica 60%, Ortrugo e Trebbiano 40%)vino bianco lasciato macerare sulle bucce. Dal colore sembra un passito. Ambrato con una lieve velatura segno che non viene filtrato. Non viene aggiunta nemmeno solforosa durante la fermentazione. Netto il profumo di uva che sprigiona alla prima olfazione. Intenso. Ad una degustazione cieca potrebbe essere scambiato per un rosso, vista la complessità e il corpo. In bocca rivela un lievissimo rilascio di carbonica, dovuta probabilmente ad una rifermentazione in bottiglia, possibile vista l’assenza di filtrazioni.

Vigna del Volta 2007: (Malvasia di Candia Aromatica 95%, Moscato 5%) le uve vengono raccolte a piena maturazione, e poi lasciate appassire al sole, disposte su teli e girate giornalmente. Colore ambrato, limpido. Al naso spicca una netta sensazione di albicocca, e poi mandorle, nocciole… Dolce e caldo, di ottimo equilibrio grazie ad una forte spalla acida.

Inoltre l’azienda produce anche un altro passito (Buca delle Canne) da uve Semillon vendemmiate botritizzate acino per acino (l’ho visto con i miei occhi!).

Un appunto romantico nel finale: davvero suggestivo l’arrivo, con la cantina che appare lentamente dall’irto stradello, completata da una cornice di vigneti.

Antica Locanda del falco – Castello di Rivalta

26/07/2011

Gita domenicale in quel di Piacenza, su e giù per i borghi di Zavattarello e Agazzano, con solita tappa finale in un ristorante locale, che questa volta aveva le sembianze dell’Antica Locanda del falco, al castello di Rivalta, vicino a Gazzola.

Location veramente fiabesca nel cuore del castello, abbiamo cenato all’interno di un patio con un glicine enorme come cielo.
Per fare da compagnia enologica alla nostra cena abbiamo privilegiato una cantina locale, e la scelta non poteva che essere per un vino dell’azienda “La Stoppa” di Rivergaro. Il vino in questione era un Cabernet Sauvignon del 2002, prodotto da uve coltivate in modo biologico, non filtrato e quindi con possibili sedimenti sul fondo, del tutto naturali.

Era da parecchio che volevo assaggiare un prodotto di questa cantina, visto che ne avevo letto e sentito parlare sempre molto bene. E la prova del gusto non ha tradito le voci.
Al naso si percepivano profumi di frutta matura, spezie e note autunnali delicatamente pungenti. In bocca il vino è abbastanza equilibrato, rotondo e di buon corpo con un tannino ancora percettibile, ma discretamente addomesticato. Un buon prodotto anche nonostante l’annata non particolarmente generosa (eufemismo).