Posted tagged ‘nebbiolo’

Flores 2011 – Cantine del Castello Conti

28/04/2014

PROLOGO
Bottiglia acquistata dopo un piccolo coup de cœur a Fornovo due anni fa.
Il seguito prova che non avevo torto.

nebbiolo flores conti

Quando si parla di nebbiolo balzano immediatamente e inevitabilmente alla mente le sue austere rappresentazioni nei vari barolo, barbaresco, nei vini del nord Piemonte, in quelli della Valtellina. Ma qui ci troviamo di fronte a tutt’altra versione.
Un vino fresco che evoca ricordi di frutti e fiori. Lamponi, mirtilli, ciliegie e viole danzano festosamente all’estuario del calice.
In bocca è scorrevole, disinvolto, con il suo tannino ancora vivo che gli ricorda chi è e da dove viene, ma nonostante l’età sbarazzina è già pronto a deliziare i palati grazie alla sua beva immediata, fruttata, succosa. Vino da mescita ininterrotta.

Annunci

Travolto da un inaspettato Gaglioppo

30/05/2013

Ricordo ancora la data: era il 1° maggio quando a pranzo stappai una bottiglia di Gaglioppo di ‘A Vita, annata 2010.
Fu una specie di folgorazione….avete presente l’espressione del critico gastronomico nella scena finale di Ratatouille, ecco più o meno così. Da quel giorno sento l’esigenza di esternare queste mie sensazioni.

anton-ego-reaction1

Dire che il vino mi sia piaciuto è riduttivo, una banalizzazione. Dentro a quel calice ho trovato quell’emozione, quella quintessenza che vanno ben oltre ad un’ordinaria analisi organolettica e che rappresentano la frontiera tra un buon vino e un grande vino. Ebbene questo Cirò Classico Superiore ha valicato tale confine rimanendo incastonato tra le mie circonvoluzioni cerebrali e custodito nei miei cassetti mnemonici.
Un’insolita olfazione, un non so che di “nebbioleggiante”, ha spinto la mia curiosità ad inoltrarsi in una ricerca su questo autoctono calabro per cercare di saperne di più. Questi profumi mi avevano fatto scattare l’idea di una sorta di parentela genica tra il Gaglioppo ed il più noto collega piemontese, idea che però non ha trovato riscontri nelle fonti consultate, sia cartacee che digitali. Uniche somiglianze la lenta maturazione, il colore scarico e una importante quantità di tannini.

cirò A'Vita

Ma ciò non toglie che un uva in grado di regalare un vino così (senza togliere a Cesare quel che è di Cesare, ovvero la mano del viticoltore è basilare per il risultato finale) è inevitabilmente una grande uva, spesso troppo poco considerata nell’enorme panorama viticolo italiano ma che ha le carte per riesedere nell’olimpo dei vigneti.
Profumi carnosi, di spezie e frutta anticipavano un liquido potente e succoso, che si presentava con grande finezza ed eleganza per lasciare un ricordo davvero lungo. Non avrei mai smesso di berne.
Da quel giorno mi son ripromesso che non deve più mancare nella mia cantina.

Lassù su Bricco Appiani

15/05/2012

Era l’ottobre 2010, la mia prima gita in Langa. Memore delle letture di Andrea Scanzi ho organizzato il tour piemontese avendo ben cura di inserire tra le tappe una capatina da Flavio Roddolo, che prima di allora era un personaggio a me totalmente sconosciuto.

Partenza alla buon ora da Modena, eravamo solo io e la mia compagna, gli amici incuriositi si aggiungeranno l’anno successivo. La prima sosta era prevista proprio da Flavio.

L’ingresso in Langa ci offre un paesaggio pittoresco e suggestivo, ancor di più in quel periodo quando è avvolta da un colore caldo d’autunno. Attraverso labirinti di vigneti raggiungiamo Monforte d’Alba, dove urge una pausa ristoratrice.
Un breve ma gustoso lunch presso l’Osteria “La salita”  senza dilungarci troppo in bevute visto ciò che ci attende, e poi di nuovo in viaggio con destinazione Bricco Appiani.

Non è facile trovare casa Roddolo, ma dopo 3-4 direzioni sbagliate raggiungiamo l’obiettivo. La cascina troneggia su spettacolari discese di vigne, in un paesaggio dove regnano sovrane la quiete e la tranquillità. Non un rumore nè un’interferenza disturbano quest’aurea surreale.
Rapido giro intorno a casa: nessuno.
Dopo qualche secondo Flavio esce dalla sua cantina un pò sorpreso, non ricordava il nostro appuntamento. Poco male comunque, visto che si presta gentilmente a guidarci tra le sue terre.
La passione trabocca dalle sue labbra mentre ci racconta del suo lavoro, dei suoi campi, tra  saliscendi  dalle vigne con brevi pause dove assaggia (e anche noi 😉 ) gli acini di cabernet per testarne la maturità (altro che rifrattomeri vari!). Ascoltavo con ammirazione Flavio Roddolo, persona in cui l’espressività nasce dagli occhi e dai gesti prima che dalle parole,  sinceri come i suoi vini.

La sala degustazione/ufficio si trova nella cantina, dove un grande tavolo impera al centro della stanza, e a fianco una piccola scrivania dove compila ancora il bloc-notes delle fatture a mano.
Dopo aver testato la grande bevibilità del suo Dolcetto, la schiettezza del suo Nebbiolo e l’eleganza e l’autenticità del suo Bricco Appiani, rimontiamo in macchina con la sensazione di esserci arricchiti di un insegnamento umano che va ben oltre una bottiglia di vino.

Valtellina Superiore Inferno 2007 – Nino Negri

08/05/2012

La cena post-trasloco ci ha beneficiato di un’altra bottiglia interessante. Sfuttando le origini di lombarde di un’amica trapiantata nella provincia modenese, abbiamo potuto accompagnare i nostri piatti con una bottiglia derivante delle uve regine di quella regione.

Il Valtellina Superiore Inferno della nota cantina Nino Negri è una bella scoperta (per chi non lo aveva mai provato prima). Il classico colore rubino scarico, sfumato verso un granato vivace, porta con sè i ricordi della viticoltura eroica, dei sassi, con una vaga aurea di grafite che fa da cornice ai lamponi, alle viole, a spezie lievemente pungenti.
Succoso, con un tannino non troppo aggressivo ma che “fa presa” in bocca contribuendo al deciso equilibrio di questa bottiglia. Alcol e acidità viaggiano  insieme senza che nessuno soccomba, ed un frutto fresco è ciò che lascia il passaggio coinvolgente del liquido.
Elegante ma non affabile, esprime il suo carattere incisivo ma gentile allo stesso tempo.

Avevo bevuto altre bottiglie di Nino Negri (Sassella 2005 se non ricordo male) ma questa mi ha convinto di più. Sensazioni.

Nebbiolo d’Alba 2005 – Flavio Roddolo

12/03/2012

E’ passato più di un anno quando, nell’ottobre del 2010 incuriosito dalla lettura del libro di Scanzi, decisi di scegliere Flavio Roddolo tra le tappe del primo giro in Langa.
Personaggio ipnotizzante, che emana un senso di tranquillità e sicurezza, come quelle che trovi vagando con sguardo sognante tra i suoi vigneti lassù sul Bricco Appiani. Di poche parole,  per lui parlano i suoi vini, che trasmettono tutta la passione di Flavio per il suo lavoro.

Tra le bottiglie che ho portato a casa c’era anche questo Nebbiolo d’Alba 2005.
Colore tipicamente scarico, naso delicato di viole, prugne, pepe e una nota cdi carne.
Anche in bocca è fine, pulito e schietto, esprime la sua vena tannica ben presente ma non eccessiva, accompagnata da una piacevole sensazione acida che sgrassa e rinfresca.Vino diretto, non piacione nè ruffiano, di morbidezza limitata ma con un buon bagaglio minerale che invoglia al sorso.

Roddolo non tradisce mai, anche questo nebbiolo nella sua semplicità si rivela poco tecnico, sincero e genuino.

Ezio Rivella e il Barolo made for USA

15/02/2012

Lunedi le associazioni “Strada del Barolo e grandi vini di Langa” e “Vini del Piemonte”, hanno invitato Ezio Rivella al primo dei 5 seminari promossi sul tema: Piangersi addosso o reagire alle difficoltà? Tra crisi e competizione, uniamo le forze per affrontare il mercato.
Il titolo dei seminari spiega l’invito, che altrimenti non avrebbe avuto motivazione plausibile.

Chi è Ezio Rivella?
Dal 2010 è il presidente del Consorzio Brunello di Montalcino, colui che ha tentato poco tempo fa (senza riuscirci) di stravolgere il disciplinare del Rosso.
Fiero sostenitore dell’omologazione del gusto e cavaliere del dio mercato, colui che tenta di infilare vitigni internazionali in ogni vino, così come in parlamento cercano di piazzare figli, parenti, amici su ogni poltrona vuota.
Interessante questo articolo di Gianluca Mazzella su “Il fatto quotidiano.

Come si può leggere nell’interessante post di Alessandro Morichetti su Intravino, il Rivella si è presentato ad una platea di un centinaio di persone, a cui (o almeno alcune) il buon Ezio non è degno nemmeno di allacciare le scarpe, sbandierando (come riferisce Ziliani nel suo blog Vino al vino) la teoria che “le tradizioni sono palle al piede”, senza pensare che spesso la tradizione è la madre della qualità. Parole comunque quantomeno irrispettose verso gli interlocutori presenti.

Rivella disse di fare vini in stile californiano perchè il mercato sono gli Stati Uniti, ma io mi chiedo perchè dobbiamo produrre vini in base a ciò che chiede un Paese che ha una tradizione vinicola praticamente nulla?
Per assecondare i loro capricci modaioli del momento?
Perchè non cercare di costruire un mercato migliore in Italia attraverso canali informativi?

Chissà cosa avranno pensato i viticoltori presenti in sala (che da anni tengono alti con il loro lavoro, la qualità e il nome di un prodotto rendendolo un vanto per il nostro Paese) ascoltando le parole di uno che già anni fa vaneggiava che “se il Barolo potesse utilizzare anche uve Barbera e Syrah uscirebbe certamente di livello qualitativo più elevato”.
Forse a nelle farmacie di Barolo e dintorni lunedi sera hanno esaurito le scorte di Maalox.

Langhe tour: il Barolo di Beppe Rinaldi

11/10/2011

Anche quest’anno siamo andati in Langa.
Eravamo in 4 alla partenza, dopo una meticolosa programmazione durata qualche settimana, che alla fine ha dato ampi frutti.

Prima tappa è la storica cantina di Beppe “Citrico” Rinaldi. Ad accoglierci la figlia Marta, che nonostante un infortunio tennistico ci illustra con scrupolo e chiarezza la creazione di uno dei veri Barolo classici.

Dalle fermentazioni a tini aperti innescate, ai lieviti autoctoni ormai presenti in cantina, fino alle fasi di maturazioni in botti grandi dove riposa fino a 3 anni e mezzo di prima di incontrare la bottglie. Qui il vino viene travasato varie volte, ed è l’unica tecnologia applicata per renderlo stabile.

I baroli di Rinaldi sono 2: il Cannubi San Lorenzo-Ravera e il Brunate-Le Coste, derivanti dagli omonimi vigneti. Il nebbiolo di questi viene ammostato singolarmente per poi fare il taglio successivamente, poco prima dell’imbottigliamento per il Brunate-Le Coste, molto prima per il Cannubi-Ravera. Quest’ultimo risulta più immediato al gusto rispetto al Brunate che necessita di un affinamento in bottiglia leggermente più lungo per trarne il meglio.

Come ci racconta Marta, la vendemmia del 2011 è stata una delle più precoci di sempre, con buona soddisfazione da parte dei vignaioli, con l’unico problema che per alcuni vini (soprattutto i bianchi) il tasso zuccherino era un pò eccessivo.

La visita continua con le degustazioni di tutti i prodotti di cantina Rinaldi: dal Dolcetto al Barbera, al Nebbiolo passando per il Ruchè, prodotto “anomalo” da queste parti, visto che la DOCG la troviamo nel Monferrato.
La fama di Rinaldi lo precede, e le mie lodi per i suoi vini potrebbero essere ridondanti, però una parola sulla sua Barbera la voglio spendere.
In genere i vini da questo vitigno non mi hanno mai entusiasmato, ma il suo è il primo che sia degno dei miei ricordi. Equilibrato, intenso, pieno, davvero una bella scoperta.

Unico rammarico la mancanza (o meglio la già totale prenotazione) di bottiglie di Barolo al momento dell’acquisto, e ci siamo quindi dovuti “accontentare” di Nebbioli e Barbere… 😉