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Riflessioni sulla sfida “Vini naturali” vs “Vini industriali” al Gastronauta

24/01/2012

Sabato 21 gennaio è andata in onda su Radio24 una puntata del Gastronauta di Davide Paolini sui vini  cosiddetti naturali vs vini cosiddetti industriali, dibattito che ultimamente interessa parecchi addetti ai lavori e non.

Interviene per primo il presidente AIS Antonello Maietta:
intanto occorre trovarsi d’accordo sul significato di “vino naturale” perché il vino non lo è di per sé, essendo – semmai – l’aceto il prodotto “naturale” dell’uva. Pare condivisibile che ci sia oggi una presa di coscienza da parte del produttore, di un profilo “etico” nella produzione del vino. Allo stesso modo, è chiaro che all’AIS interessi prima di tutto la qualità; che poi il vino buono sia anche “etico”, tanto meglio. Sembra poi che l’espressione “vino industriale” sia utilizzata in modo per lo più dispregiativo, come se finora avessimo bevuto sempre vini “cattivi” e non genuini. Quando assaggio, mi capita a volte che l’essere “naturale” diventi il primo e unico argomento di discussione di chi non ne ha altri. Vorrei sentirmelo dire alla fine, ecco.

  • Vabbè, a parte la puntigliosità pleonastica in merito al vino-aceto-naturale, è evidente la sterile difesa verso i produttori (che sono la maggior parte e sono ciò di cui l’AIS vive) di “vini industriali”. Penso che se un cibo (o bevanda) ha un buon sapore ma non mi fa stare bene allora è meglio lasciarla perdere, perché a volte un cibo (o un vino) può essere molto buono in bocca grazie alla “ricchezza” di additivi che ne trasformano il gusto, ma poi lo stomaco reclama vendetta!
    Poi anche io ho bevuto e bevo vini non naturali, ma sempre meno….

Marco (radioascoltatore da Sondrio): bisogna tendere verso un concetto di “naturale”, in tutti gli ambiti. Bisogna essere attenti verso il vigneto, usare meno elementi esterni possibili per arrivare a qualità e identità.

  • La penso così anche io.

Giovanni (radioascoltatore dalla provincia di Vicenza): vini “naturali” o non, l’importante è che il vino sia buono.

  • Intervento direi alquanto superficiale, ho già risposto qualche riga sopra.

Partendo da questo intervento di Giampaolo PagliaElena Pantaleoni (Azienda Vinicola “La Stoppa”): d’accordo con Giampaolo, il “vino industriale” segue le regole del mercato. L’approccio “naturale”, invece, cerca di esaltare al massimo la provenienza, la vendemmia e il vitigno: non si interviene per cambiare il prodotto con il proprio gusto o per assecondare il mercato. Quando conosci bene la tua azienda, le tue vigne e le potenzialità della tua zona, cerchi di esaltarle. Non c’entrano molto i numeri: uno, anche se fa tante bottiglie, può avere un approccio in un certo senso “naturale”.

Antonio Santarelli (Azienda Agricola “Casale del Giglio”): non so se abbia molto senso appiccicare etichette, quasi come se chi fa “vino industriale” rulli tutto e impedisca l’emergere di valori quali territorialità e regionalità. Gli standard sanitari sono garantiti da tutti, oggi. Nossiter (con il suo articolo su GQ ndr) ha fatto una valutazione poco ampia, non considerando la sostenibilità economica e qualitativa oltre che quella ambientale. A volte malattie e attacchi fungini non possono essere contrastati con certi metodi di agricoltura, c’è il rischio di danneggiare la qualità del prodotto. E poi c’è il contadino che deve pur sempre vivere. Se si riuscisse – in modo costruttivo – a creare un gruppo di lavoro per dare un’informazione legata alla realtà, credo che l’evoluzione futura sia in quella direzione (del biologico, n.d.r.).

  • Non conosco i vini di Casale del Giglio (solo di fama), ma sentire parlare di territorialità e regionalità un’azienda i cui vini sono prodotti quasi esclusivamente con vitigni internazionali fà un pò pensare. Comunque onguno tira l’acqua al suo mulino e questo ci sta.

Riccardo (radioascoltatore dalla provincia di Pordenone): c’è un numero per dichiarare una cantina “industriale”? In Australia, molte cantine che seguono un metodo di viticoltura “biodinamica” producono milioni di bottiglie. Che forse “naturale” voglia dire semplicemente che si possa riconoscere il territorio?

Ancora, Elena Pantaleoni: la viticoltura biologica o biodinamica è una responsabilità di tutti. Capisco che sulle parole si possa discutere, io non ritengo negativa la parola “industriale” anche se ammetto che abbia assunto questa connotazione negativa. Guardando al Barolo (un tempo conosciuto come un vino di pregio che può durare a lungo, con maturazione in botte grande; poi un po’ snaturato dai “modernisti”, salvo constatare un progressivo ritorno attuale al Barolo di un tempo), non v’è dubbio che si sia abusato della tecnica: il fatto di essere “naturali” o meno, di usare più o meno solforosa o lieviti selezionati è sicuramente meno interessante del risultato. Nessuno vuole fare divisioni tra “buoni” e “cattivi”: è importante, però, che il consumatore abbia gli strumenti giusti per poterli distinguere.

  • Si credo anche io che spesso manchi informazione verso i consumatori. Oltre a venderlo il vino sarebbe molto bello raccontarlo.

Maurizio Gily (Direttore rivista Millevigne): il termine “naturale” che tanto si usa oggi non ha una definizione univoca. A voler fare il “guastatore”, il vino non è un prodotto che esiste in natura ma è prodotto dal uomo. Oramai, però, c’è accettazione comune sul fatto che il “vino naturale” sia quello ottenuto da un vigneto condotto secondo i canoni dell’agricoltura biologica, con una filosofia meno interventista. Se manca una definizione condivisa è forse anche per via di una sorta di idiosincrasia dei piccoli produttori, in particolare, verso la burocrazia: definire un protocollo di “vino naturale” presuppone una certificazione esterna che quel protocollo è stato rispettato e c’è paura – forse – di entrare in questo meccanismo.

  • Stimo Gily, e sono abbonato a Millevigne, ma a volte parla in modo un pò disilluso. Credo che si possa fare naturale, biologico, biodinamico etc… anche senza certificazioni (che spesso purtroppo non escludono frodi).

Patrizia (radioascoltatrice da Cremona): in enoteca mi confronto con le richieste dei consumatori e mi accorgo che c’è grande confusione sul concetto di “vino naturale”, “convenzionale”, con o senza solfiti. Le persone hanno ricevuto un messaggio che li porta oggi a cercare sempre più vini sani e controllati; ma l’equilibrio auspicabile del “buono, corretto e sano” non è ancora chiaro, c’è timore di assumere vini “cattivi” e “tossici”: di qui tutta una serie di discussioni sul vino che contiene solfiti che diventa tutt’un tratto “dannoso”. C’è una grande aspettativa ma anche una grande confusione, in parte alimentata da un certo modo di comunicare, un po’ forzato in una sola direzione. Personalmente, in tanti anni che faccio questo lavoro, non ho mai conosciuto una persona che abbia a cuore la sua terra e il suo vino che abbia usato il “veleno” in vigna o in cantina. L’equazione “vino naturale” = “vino buono”, come pure quella “vino industriale” = “vino cattivo”, mi sembra veramente fuori luogo.

  • Non credo si possa stabilire se gli additivi ammessi nei vini diano tossicità cronica al nostro organismo, quindi in base a quanto letto sopra ammettiamo come “tossici” solo quei vini adulterati (es. caso metanolo). Invito a leggere questo post per ricordare che la solforosa non è diventata dannosa tutto in un colpo, ma lo è sempre stata.
    Bisogna capire cosa si intende per “veleno”, sicuramente certi agrofarmaci si avvicinano molto a questa parola.

Lamberto Vallarino Gancia (Presidente Federazione Industriali del Vino): non esiste una norma che definisce i “vini naturali” mentre c’è una legge che chiarisce cos’è il “vino” (e più di 600 diversi disciplinari di produzione). S’è creato tutto un mondo di “vini naturali” ma non c’è nemmeno una norma europea condivisa: si parla solo di vino fatto con “uve da coltivazione biologica”. Sono d’accordo anch’io: c’è confusione nella comunicazione del messaggio, bisogna stare più attenti. Il vino – di fatto – deriva dall’uva: alcuni cercano di usare meno chimica possibile, altri stanno cercando di usare meno solforosa (con risultati abbastanza scarsi, per la verità, perché i vini senza solforosa si ossidano e risultano imbevibili). A livello europeo, stiamo studiando una definizione di “vino biologico”: c’è il rischio che questa possa essere bandita se non entro giugno non si arriva a una soluzione condivisa.

  • Da come questi grandi produttori attaccano i “vini naturali” sembra quasi che ne abbiano paura, tranquilli se i risultati sono così scarsi usando poca solforosa tra poco la gente non li comprerà più (anche se mi pare il contrario). Diciamo che è più difficile, costoso e faticoso ottenere buoni risultati facendo vini naturali, aggettivi che non rientrano nel vocabolario della produzione industriale.

Angiolino Maule (titolare Azienda Agricola “La Biancara” e Presidente Vinnatur, associazione viticoltori naturali): Io non sono un uomo di cultura ma sono un uomo di campagna: dobbiamo fare vini da territorio e non vini “da chimica” o troppo “da uomo”. E vero che il vino è anche un prodotto dell’uomo ma nel gusto del vino deve dominare il gusto del territorio. Grazie alla ricerca che stiamo portando avanti con microbiologi stiamo producendo vini senza chimica, vini corretti e anche bevibili: vini da territorio senza la chimica.

  • Amen.

Donato Lanati (Enologo e docente di Tecnologia Enologica al corso di laurea di secondo livello della facoltà di Agraria di Torino): io farei piuttosto una distinzione tra vino “artigianale” (meno interventismo) e vino “industriale” (razionalizzazione di un processo produttivo). Se ci sono Chateau che producono una sola varietà e 500 mila bottiglie buone e – invece – aziende artigianali che fanno volumi più ridotti ma vini meno convincenti, vuol dire che non è solo un problema di quantità. Certo, quando le quantità aumentano si perde in un certo senso il concetto di territorialità, che è il vero valore aggiunto delle piccole aziende. Fondamentale è poi il ruolo della ricerca, che ha permesso di studiare certi processi. Vi è il pericolo che per avere grandi quantità si possa fare violenza alla natura, in vigna e in cantina. Vero è anche che tendenzialmente il vino prodotto in grande quantità è più controllato, l’azienda che lo produce non può permettersi di mandare in giro bottiglie non a posto, il produttore deve garantire la massima genuinità. Il successo imprenditoriale sta nel marchio, la capacità di fidelizzare a prescindere da grandi o ridotte quantità.

Ancora Angiolino Maule, stuzzicato da Davide Paolini sulla (reale, a quanto pare) possibilità che il termine “vino biologico” possa essere bandito a livello europeo se non si trovasse una definizione condivisa entro il prossimo giugno: sarebbe una vergogna. Dovrebbero incentivare i produttori che tolgono la chimica dalla vigna, e invece…

  • Sembra davvero assurdo, invece che andare avanti si torna indietro. Comunque si può bandire un termine ma non un prodotto. Non si può dire “vino biologico”? E mi sta bene, si chiamerà “vino prodotto da uve da agricoltura biologica”. Per questo è necessaria un’informazione verso il consumatore che racconti veramente il vino, e che vada oltre un’etichetta.

Infine non credo che “vino naturale = vino buono” e “vino industriale = vino cattivo”, credo invece che il vino naturale rispetti di più la natura e il nostro organismo piuttosto che un vino industriale.

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Le guide dei vini al Gastronauta 2

26/09/2011


Ecco cos’è successo alla puntata del Gastronauta anticipata nello scorso post.

Mi connetto poco dopo le 11, e una delle prime persone che sento intervenire è il tanto noto quanto borioso Daniele Cernilli, ex Gambero Rosso e attuale collaboratore AIS.
Ovviamente lui che sulle guide ci vive, ne ha fatte e continua a farne, non può che elogiarle, sparando anche sentenze superficiale, verso chi le negativizza.
Risponde ad un ascoltatore di Pistoia il quale afferma che per far entrare dei vini nelle guide, ai produttori viene richiesta pubblicità e molti vini in dono (afferma ciò con cognizione di causa), dicendo che sono tutte stupidaggini (in proposito ricordo sempre di controllare la diatriba Sangiorgi-Cernilli alla puntata di Report del 24-09-2004, il buon Cernilli deve avere la memoria corta 😉  ), e  che secondo lui le guide sono fondamentali, che il problema è che sono troppe (eh già, gli piacerebbe avere il monopolio sulle valutazioni….).
Rincara poi la dose a chi dice che si potrebbe fare una valutazione dei vini ma senza dare un punteggio, affermando che il punteggio è invece fondamentale (superficialotto eh?!).

Gli fa poi eco un giornalista del Messaggero dicendo che le guide non possono essere faziose perchè avere i punteggi più alti al giorno d’oggi può essere un arma a doppio taglio (non è poi riuscito a spiegare il perchè e nemmeno noi ci immaginiamo la motivazione… va beh….).

Viene intervistato anche Luca Gardini, fregiato col titolo di miglior sommelier del mondo. Fatica a barcamenarsi tra le sue idee e quello che il suo status di rappresentate AIS gli impone di dire. Alla fine non si sbilancia dicendo che le guide sono utili, ma a volte fanno anche errori pesanti.

Un ristoratore afferma, secondo me giustamente, che le guide erano utili in assenza di internet.
(Ma al giorno d’oggi, grazie alla rete,  ci si può informare in modo più dinamico ed indipendente).

Poi interviene anche un enologo dicendo che le valutazioni dei vini sulle guide sono spesso errate. 
E qui interviene nuovamente il buon Daniele “Dio” Cernilli perdendo un’altra occasione per tacere. L’ex Gambero attacca dicendo che la maggior parte degli enologi in Italia ne sà meno di chi degusta per le guide (BOOM! ma siamo sicuri che non abbia un fratello di nome Silvio?).

Fortunatamente il buon Paolini inserisce in scaletta anche interventi che provengono dall’altra parte della barricata, intervistando il noto enogiornalista Franco Ziliani, autore anche di un interessante blog, il quale afferma che le guide non servono più a nulla, rafforzando la sua tesi dicendo che ai tempi di Brunellopoli sulle guide accadevano cose strane, venivano premiati i Brunelli più stravaganti, molti dei quali poi coinvolti nello scandalo.
Come può essere successo ciò? Come possono i moschettieri delle guide non aver capito che quei brunelli erano “farlocchi”, se come  si vanta Cernilli sono molto meglio di tanti enologi italiani? (Daniele aiutaci a capire….)

Molto più moderato il giornalista Carlo Cambi, dicendo che le guide sono utili ma non sostituiscono l’enologo.

Quindi la domanda sorge spontanea: chi stila le guide degusta per i produttori o per i consumatori?

Concludiamo dando i numeri: il patron Paolini , dice poi, in base a sms e mail ricevute dagli ascoltatori, che l’80% della gente pensa che le guide di oggi non siano utili.

Io penso che le guide possano darti un input, ma non un dogma.
Un vino non è detto che sia buono perchè finisce su una guida, e non è detto che sia da buttare perchè su quella guida non è nominato, anzi. Spesso e volentieri molto vini non citati “mangiano in testa” a quelli premiati.

Quindi  “…continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai” (cit.)

Le guide dei vini al Gastronauta 1

23/09/2011

Domani, sabato 24 settembre, alle ore 11 nella trasmissione radiofonica “Il Gastronauta”, condotta da Davide Paolini su Radio24, si parlerà di guide di vini.
Tema che avevo già toccato qui su questo blog pochi giorni fa.

Tema di attualità, visto che proprio in questo periodo che stanno uscendo tutte le guide 2012 (AIS, Veronelli, Espresso….e chi più ne ha più ne metta).
Si discuterà se queste sono più utile ai produttori o ai consumatori.
Io una mia idea ce l’ho già, però sarebbe interessante sentire cosa ne pensa la gente….

E sarebbe ancora più interessante se si discutesse su COME REALMENTE vengono redatte queste guide. Vedremo…