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Les Nourrissons 2011- Stephane Bernaudeau

30/10/2013

stephane bernaudeau

Stephane Bernaudeau è allievo di Mark Angeli (Ferme de la Sansonniere) con cui lavora ormai da una diversi anni.
Ha acquistato il vigneto Les Nourissons nel dicembre del 1999.
Si tratta di una piccola parcella di 0,7 ha impiantata nel 1910 di Chenin Blanc e Verdelot (antico vitigno di cui oggi non è permesso il reimpianto) che poggia su suolo scistoso e argilloso.
Stephane l’ha trovata in uno stato disastroso poiché rimasta incolta per vari anni. Oggi però il vigneto ha ritrovato il suo antico splendore, anche grazie alla coltivazione biodinamica.
Qui nella zona della Loira uno dei nemici più temuti dal vigneto è l’oidio. Solitamente si combatte con zolfo, sostanza permessa anche nell’agricoltura biologica, ma nel vigneto Les Nourrissons si è dimostrato praticamente inefficace.
Allora 
Stephane Bernaudeau ha scoperto che un ricercatore australiano aveva fatto esperimenti utilizzando latte vaccino contro l’oidio dei cocomeri, ed ha deciso di utilizzarlo con diluito al 30% in acqua con risultati più che soddisfacenti.
Gli altri trattamenti consistono solamente in una piccola percentuale di poltiglia bordolese e in tisane d’ortiche, e tra i vigneti vige l’inerbimento naturale controllato con sfalci periodici.

les nourrissons

Bottiglia acquistata a seguito del consiglio di Gil Grigliatti. Che a posteriori ringrazio vivamente.
Non viene indicata l’annata in etichetta che scopro solo dopo, sul tappo, essere la 2011.
Profumi appena sfiorati di agrumi, mela e fiori freschi. E un ricordo lievemente aromatico.
Caratterizzato da un’acidità slanciata, netta, avvolta da una sorta di velluto ammandorlato che smussa gli angoli e ne annulla l’aggressività. Mineralità di contorno con un fin di bocca piacevolmente amarognolo.
Gran dinamismo e profondità del sorso a cui la freschezza dà una beva a tratti frenetica e impaziente.
Dopo Baudouin un altro grande Chenin de soif!

Domaine Jour de Miane 2011

26/08/2013

Regalo di compleanno da parte di amici, acquistato durante una loro gita in Provenza.
Premessa.
Io rientro tra quelli che…”è il pensiero che conta”.
Indi questo vino vince in partenza. A prescindere.

jour de miane

Vin issu de agriculture biologique.
Rientra nelle mie corde.

Mi conoscono bene.
Ho cercato info online su questo Domaine ma con scarso successo. E le mie papille non sono così competenti da individuare con certezza il/i vitigno/i.
Spezie e aloni etilici, muschio, note erbacee e di marasche.
Esibisce tutta la sua giovinezza, rivelandosi scattante, nervoso, impulsivo. Non eccessivi i tannini, forse coperti da un alcol che è sovrastante e tende ad anestetizzare il palato, a tratti in modo lievemente bruciante trasformando un ingresso piacevole in un finale antipatico. Abbassando la temperatura di servizio migliora ma senza addrizzare granchè gli equilibri.
La sostanza c’è, ma è smarrita e disorientata.

Touraine Sauvignon 2009 – Puzelat

12/07/2013

Sauvignon Puzelat

Qui si atterra sul morbido.
Già perché questo sauvignon della Loira è un tuttotondo, grandi rotondità, tutto smussato, solo qualche sottile scheggia di mineralità intrinseca che ne costituisce l’ossatura e da sola sorregge un pingue corpo.
Profumi carezzevoli di miele e ginestra e nocciole e frutta disidratata, con qualche ricordo di gelato alla crema. Profumi come di uve stramature piuttosto che da vino secco quale effettivamente risulta.
In bocca setoso e pastoso, con sensazioni di frutta e albicocche secche. Sapidità comunque decisa e puntellante. Leggero ritorno amarognolo ammandorlato nel finale. Non male anche se forse manca un po’ quella spina dorsale di acidità che gli avrebbe permesso un maggiore slancio.

Savennières 2009 – Patrick Baudouin

09/05/2013

Savannieres Baudouin

Prima d’ora non avevo mai fatto caso ai prodotti distribuiti da Mineral Wine, e devo ringraziare Luigi per il suggerimento. Ho scoperto vini che hanno stuzzicato la mia curiosità, tra cui questo chenin blanc stappato giusto un paio di sere fa.

Patrick Baudouin coltiva i suoi ettari di vigna lungo la Loira seguendo i principi dell’agricoltura biologica. Questo vino è figlio di vigneti di circa 35 anni, frutto del “lavoro” di lieviti indigeni in cantina, subisce una lieve filtrazione prima dell’imbottigliamento e la SO2 totale si aggira intorno ai 40 mg/L.
Al naso colpisce l’acidità prorompente, agrumata, in particolare sono note di lime ad elevarsi. Poi anche pungenze di erbe aromatiche. Sul fondo escono ricordi di birre acide, quelle belghe, da fermentazione spontanea.
Anche in bocca troviamo una bella acidità viva, fresca, tagliente, avvolta da un velo setoso e accompagnata da una mineralità subordinata.
Sul finale si ritrova quella chiara assonanza lambiccheggiante.
Beva agile e scorrevole per un sorso di ottimo equilibrio.
Davvero un bell’approccio per me con lo Chenin Blanc.

Mas de Daumas Gassac Rouge 1985

28/03/2013

Raramente mi capita di provare vini con vari lustri sulle spalle e mi incuriosisce sempre scoprire l’evoluzione che possono avere in questo lungo periodo di tempo.

mas de daumas gassac rouge

Questo Mas de Daumas Gassac Rouge è in gran parte Cabernet Sauvignon (80%) con l’aggiunta di varie uve (Malbec, Cabernet Franc, Merlot, Syrah, Pinot e Tannat). Si presenta sanguigno, intenso, impenetrabile, cupo. Non filtrato.
L’avvicendamento di profumi ricorda subito una frutta sotto spirito e castagne cotte e poi si incanala verso un terziario che sa di cioccolato e tabacco scortati da una timida nota boisée. Sul finire della bottiglia, quando i sedimenti si fanno più concentrati, appare un deciso sentore vinoso di cantina con piccole orme goudroneggianti.

Daumas Gassac

In bocca ha un ingresso rotondo e opulento per poi slanciarsi con una tesa acidità che ancora dice la sua in questo liquido dove il tannino è presenza ormai silente che ne corrobora la struttura e la polposità quasi masticabile sul finale. Nessuna amaritudine solo morbidezze vellutate. E’ un vino slow, da bevuta riflessiva, goloso ed appagante.

Ma terre 2004 – Domaine Milan

13/09/2012

Era un pò di tempo che non stappavo una bottiglia.
Scendere in cantina e scegliere quale sughero liberare è come per un bambino aprire un regalo di Natale, perchè in genere tendo sempre a provare vini “vergini” (per me), inesplorati, per sedare provvisoriamente la mia curiosità rifiorente.

Questo prodotto proveniente dalla Provenza (scioglilingua sconsigliato ai parmensi 😉 ) , vino Triple A, ha accompagnato una teglia di melanzane impanate al forno, non che abbia molta importanza visto che non sono solito sedermi a tavola seguendo il metodo Mercadini. Subito ho un attimo di difficoltà a capire l’annata, scritta in numeri romani (MMIV) sull’etichetta, ma poi l’incisione sul tappo conferma il mio presentimento.

Il Ma Terre 2004 nasce da uve Chardonnay e Muscat a petit grains coltivate con metodo biologico e non filtrate prima dell’imbottigliamento. Attraverso il vetro si notano infatti molto bene sedimenti che nuotano immersi nel liquido.
Il colore e i profumi lo rendono difficilmente distinguibile da un passito delicato , è infatti oro antico nel calice. Inizialmente sono fragranze di albicocca, miele, fiori d’arancio e frutta candita ad imporsi, poi col passare dei minuti vengono soggiogate da profumi più carnosi, quando la nota ossidata (che a me ricorda sempre le verdure cotte) già presente da subito, diventa più aitante assieme a sbuffi di noci ed un leggero velo fumè.
Le note dolci rimangono al naso, in bocca è infatti decisamente secco, e mi stupisce con la sua esplosiva acidità briosa che stuzzica le papille, davvero sorprendente nonostante non sia più un giovincello. Nel palato scorre agile e snello evocando però sensazioni di lentezza e rilassatezza.
Vino glu-glu da mescere senza moderazione.

Piccolo aneddoto: la mia compagna al primo sorso ha esordito “E’ un vino naturale vero?” e poi “Non riesco più a bere gli altri….” (per favore non addentriamoci in banali discussioni di etimologie).
L’ho traviata.
Son soddisfazioni 😉

Prezzo: € 12,50 in enoteca online

Villa Favorita 2012: Domaine Labet

03/04/2012

Sono sincero senza il commento di Luigi Fracchia a questo post non avrei provato questi vini. E sarebbe stata una grave perdica, perchè Julien Labet produce vini caratteristici e davvero interessanti.

Domaine Labet è una piccola azienda familiare nello Jura di circa 12 ettari, dove vengono coltivati i vitigni tipici della zona, come il savagnin (quello dei vin jaune e dei vin de paille), chardonnay, pinot nero e troussard.
Assenza completa di fertilizzanti ed insetticidi, vendemmia manuale, fermentazioni ad opera di lieviti indigeni e vinificazione sulle fecce sono alcune delle metodologie di lavoro che caratterizzano questa cantina.
Qui vengono prodotte due tipologie di vino, una riempiendo totalmente le botti per evitare eventuali ossidazioni, mentre l’altra viene fatta lasciando volutamente le botti scolme per favorire lo sviluppo dei lieviti sulla superficie del vino (la cosidetta voile o flor, come avviene anche per lo Sherry e qualche tipologia di Vernaccia di Oristano). Questa voile protegge il vino dall’ossigeno e gli dona aromi caratteristici.

 Anche qui la lingua ha rappresentato una piccolo barriera d’ingresso, ma fortunatamente il linguaggio del vino è universale.
Chardonnay en chalasse 2009: giallo paglierino, discretamente morbido e fresco, polposo con note minerali. Rilascia piacevoli profumi di ginestra e susina gialla.

Fleur de savagnin 2009: netta la nota ossidata in questo vino che fa vinificazione aperta. Piace per la sua freschezza e mineralità, profumi netti e decisi che sotto l’ossidativo ricordano i prati a primavera. In bocca lascia una piacevole salivazione.

Le Paille Perdue 2007 (vin de paille): Julien per questa tipologia usa un uvaggio di Poulsard, Savagnin e Chardonnay. Vino tipico dello Jura, chiamato così perchè i grappoli dopo la raccolta vengono lasciati sui graticci (di paglia[=paille] appunto) ad appassire. Ne nasce così un vino dolce e decisamente complesso, che al naso ricorda le albicocche candite, il miele di castagno, con ai margini odori di legumi. In bocca è armonico, intenso e profondo, con un leggero retrogusto  ammandorlato-amarognolo che ne bilancia la dolcezza.