Posted tagged ‘vini lombardia’

Valtellina superiore 2005 – Le Strie

12/11/2012

La cena che prevedeva polenta taragna e funghi mi ha convinto ad aprire questa bottiglia.

Il rosso intenso nel bicchiere emana subito profumi di prugna cotta e castagne.
Anche spezie pungenti, che pian piano però svaniscono.

Col passare dei minuti apre poi a note di frutta caramellata e miele di castagno.
Vino di sostanza e corpo che evidenzia un tannino non troppo tenace, un pò scontroso nell’immediato ma che gradualmente si ammorbidisce e si rilassa. Freschezza e mineralità (in particolare la seconda) non latitano e supportano la beva.
L”importante struttura spalleggiata da un grado alcolico torreggiante, ne fa un vino a tratti impegnativo e sicuramente non da tutti i giorni, ma pulito e lineare. Niente in disordine, come un cameriere di sala in un ristorante di lusso. Il sorso non è lunghissimo ma caratterizzato da una buona finezza.

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Erbanno “San Valentino” Enrico Togni: la vittoria del territorio

22/10/2012

Il weekend trascorso in Val Camonica ha portato a piacevoli scoperte.
Una di queste è sicuramente il San Valentino, vino prodotto da uve Erbanno in purezza dalla cantina Togni Rebaioli. Erbanno? Fino ad oggi mai lo avevo sentito, e forse era poco conosciuto in generale visto che sui seguenti libri:
– Guida ai vitigni del mondo di J. Robinson – Slow Food Editore 2003;
Dizionario di vitigni antichi minori italiani di A. Scienza, O. Failla, L. Toninato, A. Cardetta, C. Fabrizio, R. Pastore, D. Lanati – Ed. CI.VIN. 2004;
– Vitigni d’Italia di A.Scienza, A. Calò, A. Costacurta – Edagricole 2006;
– Guida ai vitigni d’Italia – Slow Food Editore 2011;
non vi è il minimo accenno a quest’uva (o perlomeno sotto tale nome. Ma, dice Enrico Togni, c’è  qualcosa sul libro di Attilio Scienza e Pierluigi Villa, “Antichi vitigni bresciani”).

L’Erbanno è un vitigno autoctono camuno, con grandi capacità coloranti, buccia spessa che gli consente una miglior resistenza alla malattie (e di conseguenza necessita di un minor numero di trattamenti), ma dalle rese basse (pochi grappoli e non molto grandi), condizione che ha fatto si che venisse messo da parte dai viticoltori della zona. 

Fortunatamente il nonno di Enrico decise di non sottovalutare il genius loci e impiantò in vigneto anche alcune piantine di Erbanno.
Quando nel 2002, le forti pioggie favorirono un devastante attacco di peronospora, Enrico notò che alcune piante erano riuscite meglio di altre a resistere al fungo.
Scoprì poi che quelle viti erano viti di Erbanno, e quindi nel 2006 decise di mettere a dimora circa 1500 piantine di questo sorprendente vitigno. Quattro anni dopo, nel 2010, la prima vendemmia dell’Erbanno diede alla luce  uno dei suoi vini più significativi: il San Valentino.

Le proprietà tintorie del vitigno sono subito evidenti alla mescita, un bel rosso porpora intenso avvolge il calice, da dove escono gioiosi profumi speziati e fruttati che si intervallano a vicenda, ora more, ciliegie, prugne, e ora pepe e chiodi di garofano.
In bocca è decisamente succoso, la dolcezza fruttata viaggia al fianco di una brillante acidità, tutto in perfetta sintonia con un tannino leggero e una sostanza ben tangibile al palato.
Il San Valentino è vino davvero di ottima beva, uno di quelli che il bicchiere si svuota con estrema facilità.

A mio parere questo è il meritato risultato della caparbietà e degli sforzi di un viticultore che ha voluto evidenziare e valorizzare un territorio, impiantando un vitigno di scarsa utilità economica ma che qui, in questa Valle, per molti decenni aveva trovato i natali, e forse non a caso.
Madre natura docet.

Nel regno del Barbacarlo

03/10/2012

Era una soleggiata domenica di settembre, quando 6 blogger erranti (LuigiFabioRiccardo, Danilo, Roberto e il sottoscritto, raggiunti poi in loco dal viandante Roger Marchi ) puntavano dritti e decisi in retromarcia verso l’Oltrepò Pavese, destinazione la corte di Lino Maga, nel regno di Barbacarlo.

Conclusa una bellissima due giorni in Val Camonica, sprezzanti del pericolo (perchè come dice Luigi e come ha testato Riccardo, il Barbacarlo crea dipendenza a chi lo prova) arriviamo nel primo pomeriggio al castello di Maga.
Le cantine che ci accolgono sono per me spettacolari, per il silenzio melodioso che diffondono.

Una fila di botti grandi custodisce questo luogo fatato.
In fondo alla sala Lino, è intento a preparare bancali di bottiglie.

Terminate le pratiche si avvicina a noi e comincia a parlare, come un’oracolo.
Voce lenta e sospirosa che rapisce (pare un pò lo Zeman del vino, anche per le sigarette in serie che fuma!), racconta il suo modo di lavorare, il suo prodotto, il suo modo di vedere le cose e ci guida tra i vari antri delle sue segrete.
Quest’aurea di calma e tranquillità che si sprigiona rende la visita particolarmente piacevole e suggestiva, ti senti a tuo agio.
Da ciò che dice, Lino pare essere una mosca bianca del vino, uno di quelli che aborra tecnologia e scorciatoie enologiche (“..se no dà gusto di legno la botte nuova, ed era considerato un difetto.. Adesso che se ne faccia un virtù… Siamo a fare il vino dei falegnami...”).
Niente mainstream, solo vino.

Per la cronaca, il suo Barbacarlo è un vino derivante da fermentazione operata da lieviti indigeni, non filtrato, e (per dirla “alla Maga”) senza trucchi in cantina.

A volte penso: chissà se tutto ciò che racconta è vero, se fa esattamente ciò che dice. 
Solo lui lo sa.
Non posso provarlo (anche se forse sono i suoi vini a dimostrarlo), ma voglio credergli, e voglio credere che ci sia ancora gente come Maga, che non fa vino per moda ma perchè ha un’ideologia forte e profonda che la muove. Quella del rispetto della terra e dell’uomo.

Nella sala delle degustazioni sfilano davanti a noi, facendo tappa in ogni bicchiere, le ultime strepitose annate del Barbacarlo, così incredibilmente diverse tra loro che potrebbero facilmente essere scambiate per vini diversi.
E lo sono.
Già perchè ogni anno è diverso ed ha delle caratteristiche peculiari che donano unicità e veridicità alla bottiglia.
Ed è questo il bello del vino, secondo me.

Al termine della visita è con gran piacere che ciascuno si “rifornisce” di qualche bottiglia da portare con sè.
Giunto il mio turno mi dirigo con Lino nel magazzino e gli chiedo:
E’ da molto che lei e la sua famiglia producete vino?”.
Da generazioni” mi risponde.
E lo avete sempre fatto in questo modo?”.
Con sguardo serafico mi dice: “Prendi l’uva, la schiacci…il vino si fà così“.
Amen.

Rairon 2005 – Podere Il Santo

26/09/2012

Non ricordo esattamente dove acquistai la bottiglia (forse direttamente dal sito VinNatur ), ma era da qualche tempo che soggiornava nella mia cantina.
Ho sentito perecchi enoappassionati spendere belle parole per  i vini di Eugenio Barbieri, per questo ho pensato che fosse giunto il momento di verificarne la corrispondenza nel bicchiere.

Il Podere Il Santo aderisce all’associazione VinNatur ed è situato in zona di confine tra l’Oltrepò Pavese e i Colli Tortonesi, dove tipica cresce l’Uva Rara.
Rairon è infatti una parola dialettale per definire proprio questo vitigno.
Rara deriva dalla parola “rada” data al vitigno per la conformazione del suo grappolo, rado, spargolo, con pochi acini. Caratteristica che gli permette però di difendersi bene da funghi e marciumi che potrebbero aggredire l’uva in autunno avanzato. 
Proprietà  fondamentale visto che l’Uva Rara ha una maturazione abbastanza tardiva.

Il Rairon 2005 è, come già accennato, dato principalmente da Uva Rara (90%) con una piccola aggiunta di Croatina.
Il colore è intenso, e la bottiglia regala agli ultimi bicchieri residui di sostanze vinose.
More, spezie, ciliegie, prugne secche sono profumi che arrivano chiari. Poi anche datteri, racchiusi in tipici sentori balsamici. Un naso, a mio parere, che rispecchia nettamente la tipicità di queste uve e, di conseguenza, anche del territorio.
Vino potente che regala dolcezza (non è dolce sia chiaro, è un vino secco!) di frutti, con un tannino ancora vivace, che assieme all’alcol (che c’è, è ben presente, ma in buona amalgama con le altre componenti) libera un limpido filo amarognolo.
Ha una sostanza ben percepibile, che pare si voglia ancorare alla lingua, al palato come se non volesse abbandonare il cavo orale, e si avverte distintamente accostando proprio lingua e palato.

Vino quasi masticabile con chiare sensazioni polpose.

Forse è solo una mia idea, ma sotto molti aspetti (fruttato, balsamico etc..) ricorda un altro grande vino della zona, il Barbacarlo.

I tesori nascosti della Val Camonica

20/09/2012

L’Italia è un bacino con una potenzialità vinicola impressionante, anche se molti (troppi) non lo sanno. Non ci sono solo i baroli, brunelli e compagnia bella, ma tante zone inesplorate possono portare alla luce tesori che non ti aspetti.

Lo sa bene però Enrico Togni, giovane e caparbio viticoltore in Valcamonica, che ha fortemente voluto organizzare uno speciale evento per renderci partecipi delle loro ricchezze, e per far conoscere l’Erbanno, vitigno autoctono camuno che, in purezza, regala uno dei prodotti più affascinanti della sua cantina, il San Valentino.

Il sole splende alto quando tra le vigne in pendenza Enrico racconta la storia di questo vitigno, delle sue vigne e dei suoi prodotti, catalizzando l’attenzione dei numerosi presenti.
Ora non mi soffermerò particolarmente sulle caratteristiche dell’Erbanno, sia come vitigno che tradotto in bottiglia, perchè è in programma un prossimo post appositamente dedicato.

Il pomeriggio regala gioie al nostro palato.
I formaggi di Andrea Bezzi e dell’Azienda Agricola le Frise fanno girare la testa, e le meravigliose spongate e i pani di segale della Forneria Salvetti diventano strepitosi accompagnati dai gustosi salumi di Antichi Sapori Camuni.
Io non riesco a trattenermi, e passo e ripasso ai tavoli attingendo avidamente i doni della terra camuna che traboccano dai vassoi.

E poi i vini prodotti qui, in Val Camonica, una realtà viticola ancora purtroppo poco conosciuta all’interno dell’immenso panorama enoico italiano, che offre però prodotti interessanti caratterizzati da una spiccata territorialità.
Diverse le aziende presenti, l’Azienda Agricola Scraleca che proponeva il “Griso” (chissà se l’etimologia ha qualche affinità con “I Promessi Sposi”) un bianco da Incrocio Manzoni 6.0.13 e Riesling, Rocche dei Vignali con i suoi rossi importanti da Merlot e Marzemino, l’Azienda I Nadre che ha proposto tra gli altri il “Cris“, un interessante spumante Pas Dosè a base Pinot noir, L’Azienda Agricola Cascina Casola col suo bianco “Pare”, un Incrocio Manzoni in purezza, l’Azienda Vallecamonica con i suoi bianchi in purezza, la bella realtà di Cantina Flonno di cui ricordiamo tra gli altri i recenti “Rituale” (Marzemino in purezza) e “Grandidoti” (100% Riesling Renano) e la  Cantina Bignotti che presentava due rossi da uve Marzemino, Merlot e Cabernet, e un bianco a prevalenza Muller Thurgau.
A queste va ovviamente aggiunta la Cantina Togni-Rebaioli, mattatrice della giornata che ha proposto, oltre al già citato San Valentino prodotto da uve autoctone di Erbanno in purezza, il “Vidur” una grande Barbera in purezza, il “1703” (l’altezza del monte Altissimo che troneggia sulle vigne di Enrico) da uve Nebbiolo, la Martina (dedicato alla sua bimba), un rosato da uve schiava fresco e leggero e  il “Lambrù“, blend di uve Marzemino, Merlot e Barbera.

Emilia-Romagna e Lombardia non distano granchè, eppure io non ero a conoscenza di codesto patrimonio enologico e culinario, ma ora se mi trovassi a passeggiare tra queste valli bresciane, saprei con certezza cosa bere e mangiare.
Giornate come queste fanno bene alla cultura enogastronomica italiana, e se il nostro Paese vuole crescere da questo punto di vista dovrebbe seguirle di più e con maggior interesse.

Friscale 2010 – Unknown

29/05/2012

L’altro giorno a pranzo ho trovato in tavola questa Bonarda dell’Oltrepò Pavese.
Mai sentito. Scruto la bottiglia con curiosità cercando di capire chi lo produce, ma l’unica notizia che riesco ad estrapolare dalla comunque logorroica etichetta è stata solo l’azienda che lo imbottiglia, tale Castello di Poggio s.s., nella provincia pavese. Di chi lo vinifica nemmeno l’ombra.
Se la memoria non mi tradisce mi pareva che nei vini DOC fosse obbligatorio indicarlo….
In compenso però l’etichetta spiega con cosa abbinarlo, da quale territorio proviene e il significato di Friscale (=strumento a fiato simile al flauto che erano soliti suonare i contadini in campagna).

Come in etichetta così nel bicchiere qualcosa manca.
Colore purporeo, la sua caratteristica vinosa al naso lo rende facilmente confondibile con un lambrusco emiliano. Le bollicine grossolane lasciano un pizzicore fastidioso, vagante tra naso e palato che dura in maggior misura delle sue componenti gustative. Al sorso mi vengono in mente Virgilio e Dante: “..non ti curar di lor ma guarda e passa…”. Così il liquido passa senza nulla lasciare, se non una leggera sensazione fruttata. Troppo corto, esile e fragile per poter essere raccontato. Provando a spezzare una lancia in suo favore posso dire che una temperatura di servizio più bassa avrebbe forse aiutato le bollicine ad essere meno invasive, ma è una magra consolazione.

Valtellina Superiore Inferno 2007 – Nino Negri

08/05/2012

La cena post-trasloco ci ha beneficiato di un’altra bottiglia interessante. Sfuttando le origini di lombarde di un’amica trapiantata nella provincia modenese, abbiamo potuto accompagnare i nostri piatti con una bottiglia derivante delle uve regine di quella regione.

Il Valtellina Superiore Inferno della nota cantina Nino Negri è una bella scoperta (per chi non lo aveva mai provato prima). Il classico colore rubino scarico, sfumato verso un granato vivace, porta con sè i ricordi della viticoltura eroica, dei sassi, con una vaga aurea di grafite che fa da cornice ai lamponi, alle viole, a spezie lievemente pungenti.
Succoso, con un tannino non troppo aggressivo ma che “fa presa” in bocca contribuendo al deciso equilibrio di questa bottiglia. Alcol e acidità viaggiano  insieme senza che nessuno soccomba, ed un frutto fresco è ciò che lascia il passaggio coinvolgente del liquido.
Elegante ma non affabile, esprime il suo carattere incisivo ma gentile allo stesso tempo.

Avevo bevuto altre bottiglie di Nino Negri (Sassella 2005 se non ricordo male) ma questa mi ha convinto di più. Sensazioni.