Posted tagged ‘vini ossidati’

Una boccata d’ossigeno

24/05/2012

Per molto tempo l’ossigeno è stato considerato uno dei nemici principali del vino, vedendo la protezione da tutte le ossidazione come pratica enologica fondamentale. E ancora oggi principalmente è così. Soprattutto nelle vendemmie di uve botritizzate la protezione del mosto dalle ossidazioni è sicuramente una necessità.

Bisogna però considerare anche il suolo ruolo positivo.
Come diceva già Pasteur esso svolge una 
funzione fondamentale nell’evoluzione del vino, in particolare di quelli rossi. I bianchi, in quanto meno ricchi di composti fenolici che danno una sorta di protezione, sono più sensibili alle ossidazioni, e anche per questo abbisognano di una quantità superiore di SO2.

Talvolta l’ossidazione è ricercata, anche se oggi queste tipologie di vini non nutrono ancora di grande considerazione, a meno che non si parli dei noti fortificati (Madera, Marsala, Sherry  etc..). Probabilmente perchè siamo abituati o cerchiamo nei vini freschezza, aromi fragranti, e profumati.
Che poi l’aggettivo “profumato” è molto soggettivo.
Quello che per qualcuno è una puzza per altri potrebbe essere un aroma piacevole.
I vini ossidati si distinguono dalla massa proprio perchè originano sapori ed odori meno immediati e ben lungi dalle consuetudini, dovuti dall’ossidazione dell’etanolo in acetaldeide, che conferisce al liquido quella nota tipica che in Francia chiamano rancio [ransiò], e che ricorda un pò sentori di noci tostate, di carne, di ortaggi cotti, di fieno. Odori forti, pungenti, che non siamo abituati a trovare nel bicchiere.
Proprio oltralpe, grazie anche ai vins jaunes dello Jura, sono maggiormente predisposti a certe caratteristiche organolettiche rispetto a noi.


Proviamo ad evolverci, con la volontà di metterci in gioco, di cercare di capire, di provare con curiosità, perchè i vini ossidati (o almeno quelli ben fatti) traboccano di complessità, sia olfattiva che gustativa. Basta solo superare le barriere mentali che ci siamo costruiti per “difenderci” dalla diversità, ed aprirci all’esplorazione e alla scoperta di un nuovo enomondo.
Gli esiti saranno sicuramente sorprendenti.

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Villa Favorita 2012: Domaine Labet

03/04/2012

Sono sincero senza il commento di Luigi Fracchia a questo post non avrei provato questi vini. E sarebbe stata una grave perdica, perchè Julien Labet produce vini caratteristici e davvero interessanti.

Domaine Labet è una piccola azienda familiare nello Jura di circa 12 ettari, dove vengono coltivati i vitigni tipici della zona, come il savagnin (quello dei vin jaune e dei vin de paille), chardonnay, pinot nero e troussard.
Assenza completa di fertilizzanti ed insetticidi, vendemmia manuale, fermentazioni ad opera di lieviti indigeni e vinificazione sulle fecce sono alcune delle metodologie di lavoro che caratterizzano questa cantina.
Qui vengono prodotte due tipologie di vino, una riempiendo totalmente le botti per evitare eventuali ossidazioni, mentre l’altra viene fatta lasciando volutamente le botti scolme per favorire lo sviluppo dei lieviti sulla superficie del vino (la cosidetta voile o flor, come avviene anche per lo Sherry e qualche tipologia di Vernaccia di Oristano). Questa voile protegge il vino dall’ossigeno e gli dona aromi caratteristici.

 Anche qui la lingua ha rappresentato una piccolo barriera d’ingresso, ma fortunatamente il linguaggio del vino è universale.
Chardonnay en chalasse 2009: giallo paglierino, discretamente morbido e fresco, polposo con note minerali. Rilascia piacevoli profumi di ginestra e susina gialla.

Fleur de savagnin 2009: netta la nota ossidata in questo vino che fa vinificazione aperta. Piace per la sua freschezza e mineralità, profumi netti e decisi che sotto l’ossidativo ricordano i prati a primavera. In bocca lascia una piacevole salivazione.

Le Paille Perdue 2007 (vin de paille): Julien per questa tipologia usa un uvaggio di Poulsard, Savagnin e Chardonnay. Vino tipico dello Jura, chiamato così perchè i grappoli dopo la raccolta vengono lasciati sui graticci (di paglia[=paille] appunto) ad appassire. Ne nasce così un vino dolce e decisamente complesso, che al naso ricorda le albicocche candite, il miele di castagno, con ai margini odori di legumi. In bocca è armonico, intenso e profondo, con un leggero retrogusto  ammandorlato-amarognolo che ne bilancia la dolcezza.