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Una domenica a Terroirvino

11/06/2012

L’organizzazione per riuscire a partecipare a Terroirvino 2012 inizia qualche settimana fa quando comincio a studiare scrupolosamente gli orari ferroviari per trovare il treno più adatto alle mie esigenze. Determinato quello, paziento ancora un pò (fino all’ultimo giorno utile 😉 ) per iscrivermi con la certezza di non avere imprevisti.
Finalmente dopo aver incastrato in stile Tetris impegni vari (e rinunciato ad una grigliata con annessa partita dell’Italia), decido che è venuto il momento fatidico di iscriversi a  VUU (Vinix Unconference Unplugged) per la giornata di domenica.
Fatto ciò vado a prenotare anche i biglietti del treno. Ma il pesce d’aprile è dietro l’angolo, i treni preventivati non ci sono più! Forse un cambio d’orario in vista estate, ma fatto sta che ora il primo treno disponibile da Modena rischia di farmi perdere l’inizio dell’Unconference.
Attimo di titubanza e poi decido mio malgrado di prendere l’auto, quindi via a studiare tragitto e parcheggi comodi.
La fortuna però non mi sorride e giusto il sabato pomeriggio, con una manovra maldestra riesco a “incidere” una gomma. Niente di serio ma la prudenza mi consiglia di non fare viaggi lunghi in quelle condizioni, e siccome i gommisti sono ormai chiusi fino a lunedi, mi trovo, come si dice da noi, “in braghe di tela”.
Solo grazie ad un gesto di generosità riesco ad avere un automezzo in prestito, con l’unico vincolo di riportarlo a casa per cena. Vabbè, meglio che niente.

Il 10 giugno la sveglia suona troppo presto per essere una domenica mattina, ma con l’incognita traffico (anche se di domenica mattina non si sa mai) e conoscendo un pò le vie dedaliche del capoluogo ligure, voglio partire per tempo.
Viaggio tranquillo e facile parcheggio proprio a fianco i Magazzini del Cotone. Good!  La tappa caffè è d’obbligo e mi rallegro nel vedere un impavido passerotto entrare nel bar saltellando per raggiungere qualche briciola ai piedi del bancone.
Visto l’anticipo è voluto e doveroso un pellegrinaggio in Via del Campo al n. 29, dove qualche anno fa sorgeva il negozio-museo  ampiamente dedicato a Fabrizio De Andrè e condotto, finchè non ci ha salutati, dal buon Gianni Tassio. Ora è un Music Store un pò troppo moderno e freddo, ma sempre imperniato su Faber e i cantautori genovesi.

Il tempo stringe e ritorno ai Magazzini del Cotone, dove riesco ad appurare, dopo vari incroci solo on-line, che Filippo Ronco non è solo figura etereo-mitologica del web, ma anche uomo in carne ed ossa che si destreggia in sala tra un dibattio e l’altro. 
Il Ring #1 quello su “Vini Naturali vs Vini della ragione”, che vedeva di fronte il duo Maule-Mazzilli contro Pojer-Mattivi abilmente coordinati da Luca Risso, alla fine è stato più che un duello un coinvolgente confronto, e sono d’accordo con Pojer quando dice che lui e Maule viaggiano su due strade diverse per arrivare però alla stessa destinazione.

Dopo un breve break gastronomico dove possono finalemente godere per la prima volta del Colfòndo Bele Casel, seguono gli speech votati dagli utenti, che sinceramente non avevo considerato con particolare interesse. Col senno di poi sono stato lieto di essermi sbagliato. Davvero interessanti e istruttivi quelli che sono riuscito a vedere, tra cui quello di Roberto Mastropasqua che mi ha fornito info utili per gestire al meglio il web.
Unico rammarico quello di essere dovuto scappare troppo presto (il Ring#2 e lo speech di Filippo Ronco restano un grande rimpianto), ma per stavolta mi acconteterò in attesa del prossimo Terroirvino.  😉

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Discorso ovvio e banale

24/04/2012

Poco tempo fa Filippo Ronco ha pubblicato un interessante post su Vinix riguardo alle problematiche su filiera del vino e prezzi. Io non voglio addentrarmi ulteriormente in merito anche perchè credo siano sufficienti i commenti approfonditi e derivanti da persone ben più competenti di me in materia.

Un paio di cose forse semplici e un pò banali però vorrei esprimerle.
Parto dal presupposto che chiunque abbia diritto ad un guadagno e a portare a casa il pane. Non so ora se quella lettera firmata da diverse enoteche sia nata da un calo delle vendite, ma se questo è stato il motore principale mi sento di dire che probabilmente il problema non sono i produttori che vendono a prezzi più convenienti, ma la gente che ha meno soldi in tasca.

Il vino non è un bene primario e va da sè che in periodo di austerity siano proprio questi beni “extra” ad essere eliminati o ridotti dalle spese quotidiane di ciascuno di noi.
Se in più aggiungiamo che nella GDO si possono trovare bottiglie a prezzi notevolmente inferiori si capisce già quale sarà la scelta degli italiani.
Ovviamente la qualità sarà ben differente.

Proprio qui volevo arrivare.
Si incita sempre più la gente verso un consumo (non solo di vino) più consapevole e qualitativamente migliore, si combattono battaglie per un’agricoltura biologica e sostenibile, ma troppo poco spesso si affronta la problematica del costo per il consumatore.
Serve a poco partecipare a fiere per pubblicizzare il proprio prodotto se poi per acquistarlo devo fare un mutuo. Ok, ho capito che sia qualitativamente che dal punto di vista salutare il tuo prodotto è molto meglio di altri, ma se non arrivo ad acquistarlo tutto rimane vano.
A questo proposito credo siano emblematiche le parole del grande Lino Maga (quello del Barbacarlo per intenderci) durante una chiacchierata con Danilo Gatti.
E’ chiaro che più il prezzo aumenta più si stringe la cerchia di persone che ha possibilità di acquisto. E meno gente acquista meno vino si vende.

Io non voglio assolutamente eliminare enoteche e/o distributori, perchè ritengo possano essere importanti nella diffusione della cultura del vino, e sono anche convinto che la gente continuerà ad andare in enoteca anche se ogni tanto riesce a spendere qualche euro in meno direttamente in cantina. Per il semplice fatto della maggior varietà che può trovare e per l’impossibilità (economica e fisica)  di raggiungere certe cantine.

Invece che stroncare ogni iniziativa di riduzione dei costi, bisognerebbe cercare di arrivare ad un compromesso, perchè in Italia si producono ottimi vini, ma si fa poi di tutto per non renderli accessibili alla maggioranza.

Sull’acidità volatile

06/03/2012

Riposto un argomento su cui avevo chiesto delucidazioni qui su Vinix, e che mi pare interessante per quanto riguarda il liquido odoroso (cit.).

L’acidità volatile (che non è altro che l’acido acetico) viene detta così perchè, a differenza degli acidi fissi (tartarico, malico…), può essere separata dal liquido mediante distillazione. Viene prodotta principalmente dai lieviti durante le fermentazioni alcolica e malolattica.
Un elevato quantitativo di volatile può essere dovuto anche ad uve poco sane, alla malattia dello spunto acetico (di cui l’acidità volatile è il prodotto principale) o da altre alterazioni microbiologiche ad opera di batteri, che avvengono quando il vino è esposto eccessivamente all’aria.
Ma anche l’uso di lieviti non selezionati (quei lieviti indigeni tanto cari a chi produce vino naturale) aumenta la possibilità di elevate percentuali di volatile, soprattutto se abbinati, paradossalmente, ad un uva molto sana. Sì perchè un uva “troppo” sana è scarsa di lieviti e di sostanze azotate (che rappresentano il nutrimento dei lieviti stessi), quindi è maggiore il rischio di mancate partenze o arresti di fermentazione che potrebbero causare un incremento di acidità volatile.
Viceversa, se l’uva è un po’ guasta (ma non troppo), la fuoriscita di succo dall’acino favorisce lo sviluppo della flora di lieviti che farà poi la fermentazione. In questo caso sarà maggiore anche la presenza delle sostanze azotate che forniranno quindi nutrimento ai microrganismi facilitando la loro opera di trasformazione del mosto in vino senza intoppi imprevisti. 
Ovviamente solo nel caso di lieviti indigeni.

L’acidità volatile viene inibita dalla SO2, questo spiega ulteriormente perchè è più facile sentire quell’odore pungente nei vini naturali.
Lieviti indigeni e poco uso di solforosa (condicio sine qua non dei vinoveristi) fanno aumentare il rischio di una volatile alta.
Un suo eccesso è comunque una noia olfattiva piuttosto che un difetto vero e proprio (ovviamente dobbiamo restare entro i limiti di legge che sono di 1,08 g/l per i bianchi e 1,20 g/l per i rossi), tant’è che in dosi non eccessive (come dice l’esperto Luca Risso) può influire positivamente sul gusto, aumentando la sensazione fresca/fruttata.

Sicuramente non è una sensazione piacevole però forse non è il diavolo. Oltre a “rinfrescare” il gusto come accennato prima, può diventare (Risso docet) parte integrante nel bouquet dei vini passiti (tipico esempio il Picolit di Marco Sara, come accennato da Roberto Stocco e Filippo Ronco), e in ogni caso arieggiando il vino emergono piano piano altre molecole aromatiche meno volatili che si sommano alla volatile e la coprono al nostro olfatto (sempre Risso docet).

Avrà forse ragione Giulio Armani (dal 1980 collaboratore de La Stoppa e dal 2005 produttore con la sua Azienda Denavolo) dicendo che per lui non è un problema e che, secondo il suo parera non rientra nella sfera dei difetti o degli odori sgradevoli? Non saprei, ma per quanto mi riguarda se il vino mi piace lo bevo volentieri, anche se c’è un pizzico (e sottolineo un pizzico) di pungenza acetica in più… 😉

Barbacarlo 2007: Lino Maga

05/03/2012

Siccome le bottiglie in cantina erano 2 mi sono detto che una andava provata.
Se per vino buono si intende quello che smetti di bere solo per forza maggiore (cioè quando la bottiglia è vuota), allora questo sicuramente lo è.

Il Barbacarlo è prodotto dall’uvaggio tipico del Pavese, croatina, uva rara e ughetta, e si presenta con un colore intensamente rubino, impenetrabile, scuro. La leggera carbonica trasporta profumi dolci, di ciliege, di chiodi di garofano e una leggera nota floreale di viola. Al naso arrivano anche sentori balsamici, che mi ricordano come un bosco di conifere al mattino, fresco di rugiada.
Grande bevibilità, in bocca è incredibilmente succoso e polposo, quasi masticabile grazie al frutto intenso (un vino-frutto come direbbe Luca Maroni).  Il calore è supportato da un estratto notevole e da una freschezza, rafforzata anche dalla piccola CO2, che invoglia alla bevuta. Quando in un vino di 14° non senti affatto l’alcol vuol dire che tutte le sue componenti sono bilanciate davvero bene, e così è in questo Barbacarlo. Vino di grande profondità, la deglutizione lascia in eredità una leggera sensazione di dolcezza (fruttata) che si trasforma poi in una piacevole percezione amarognola e lievemente allappante, data da un tannino ancora presente.

Ringrazio vivamente Niccolò Desenzani che con le sue degustazioni su Vinix mi ha fortemente invogliato a provarlo 😉

Muffato della Sala 2005: Castello della Sala

24/02/2012

Lo so forse qualcuno si stupirà, o penserà che sia un pò “fulminato” (e magari c’ha pure ragione 😉 ), ma ho assaggiato passiti decisamente più coinvolgenti. Non che questo non mi sia piaciuto, però a tratti (ma solo a tratti!) mi ricorda quei vin santi un pò dozzinali che ti danno al ristorante con i cantucci.

Il Muffato della Sala 2005 ha un bel colore giallo oro limpido, e al naso porta profumi di mandorle, camomilla, note di miele, pesca e albiccoca. Niente da dire, un complessità di aromi davvero interessante.
In bocca è dolce, ma una dolcezza latente, così come la morbidezza, cosa che ne fa un vino per niente stucchevole, anzi sembra quasi l’acidità a farla da padrona. La freschezza è infatti considerevole,  e talvolta si converte in una leggera “acidulità” un pò pungente. Ed è proprio questa pungenza un pò spregiudicata che mi porta a fare il paragone detto sopra con alcuni vinsanti. Finale ammandorlato comunque piacevole.

Quando un vino non mi coinvolge granchè anche le parole latitano, comunque ribadisco: vino di tutto rispetto ma sentite e lette le lodi mi aspettavo un pizzico di più. Chissà forse proprio le aspettative che mi ero creato lo hanno punito oltremodo al mio palato. Mi riservo comunque di riprovarlo se ne capiterà l’occasione.

(leggete anche quest’altra mia aggiunta forse più esplicativa su Vinix)