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Istantanee da Villa Favorita 2013

12/04/2013

Dopo la splendida esperienza dello scorso anno non potevo mancare lo scorso weekend a Villa Favorita, il regno di VinNatur. La location è sempre splendida e con qualche raggio di sole in più si sarebbe potuto godere a pieno del grande prato adiacente.

vinnatur villa favorita

Si parte subito con i vini di Sicilia. Io ho una sorta di predilezione per l’isola, una vacanza di qualche hanno fa mi ha letteralmente stregato. E così anche per i suoi vini, tantissimi assaggi siculi mi sono rimasti nel cuore. La Moresca è uno di questi. I  3 rossi (Frappato, Nero d’Avola+Frappato, NdA+Frappato+Nerello Mascalese) sono giovanissimi, figli dell’ultima vendemmia e prelevati dalla vasca. Schietti e fruttati, per forza ancora un pò angolosi. Il bianco di vermentino (mi ha stupito la scelta di quest’uva alloctona) è già più equilibrato con belle sensazioni minerali. Non deludono. Restando in “zona” si passa poi da Frank Cornelissen. E anche qui le papille fanno la ola. Tutti giovani, tutti campioni da vasca a parte il Magma che è l’annata 2011. Sebbene abbia apprezzato in toto il lavoro del belga, mi soffermo un attimo sull’ultimo. Nerello Mascalese in purezza da vigne site sulle pendici dell’Etna a 900-1000 metri s.l.m. L’opera di diradamento fa si che restino su ogni pianta solo un paio di grappoli consentendo un’alta concentrazione di sostanze all’interno degli acini, per una resa di soli 600/700 hg per ceppo. Le uve vengono poi vendemmiate in ottobre inoltrato. Questo vino viene prodotto solo in annate ottime. Il Magma ’11 è giovane ma già si intuisce un equilibrio armonioso insito. Profondo e succoso, vino in cui mineralità e acidità si fondono perfettamente. Mentre mi allontanavo dal banchetto pensavo già a come potermi impossessare della batteria dei suoi vini. 😉
Molto interessanti anche i vini di De Bartoli (sempre Sicilia ma ci siamo spostati all’estremo ovest) in particolare lo Zibibbo, aromatico, pieno e polposo.
Poi Liguria. Terra spesso troppo poco considerata dal punto di vista enologico qui a VinNatur regala due perle come Stefano Legnani (che da tempo inseguivo), con i suoi vermentino (il Ponte di Toi) e trebbiano (prima annata) minerali e di gran beva, e Selvadolce. Il suo Crescendo (pigato base da vigne giovani) è un po’ esile, ma il Rucantù (pigato) e il vermentino sono grandi esempi di macerazione davvero ben eseguita. Conferma l’ottimo assaggio fatto tempo fa.
Passaggio in Spagna. Andalusia per la precisione. Molti avranno già capito a chi mi sto riferendo: Barranco Oscuro. Assaggi resi ancor più piacevoli dalla compagnia di Riccardo, Luigi Sara e Luigi .  Avevo già provato il suoi vini lo scorso anno sempre qui a Villa Favorita. Impressioni confermate, i rossi hanno un bell’equilibrio e una buona freschezza contraddicendo chi dice che in Spagna si producono solo vini potenti e legnosi. In particolare da riprovare il bianco Método Tradicional Brut Nature da uve Vigiriega (varietà autoctona poco diffusa), acidità tagliente, sferzante, citrina, che ricorda quella di certe Lambic.
Dopo aver provato il base pochi giorni fa sono curioso di collaudare anche l’Etza, Müller-Thurgau di punta di Radoar, e trovo finalmente un Müller che mi affascina, forse perché tra tutti è il “meno Müller” che abbia mai provato. Intenso, rotondo e vibrante, davvero notevole. Godurioso anche il Tai Rosso di Daniele Portinari (thanks to Luigi Fracchia per il consiglio).
Si va poi da Roagna ad assaggiare i suoi grandi nebbioli. Dopo una curiosa vinificazione in bianco (un gioco come lo definisce lui) di non facile approccio ma da riprovare con attenzione, e i suoi Barolo e Barbaresco ancora nella fase della pubertà, Luca tira fuori dal cilindro un Barbaresco ’88. Il palato esulta. Grande profondità e armonia. Chapeau!
Concludo con un doppio Friuli: Terpin e Bressan. Difficilmente si sbaglia con i vini del primo di cui già qualcosa conoscevo (anche se la macerazione sullo Chardonnay in questo caso gli conferisce un gusto nocciolato-tostato-morbido che non abbraccia le mie papille), mentre era la primo volta per me con i vini del secondo. Davvero interessanti l Pignolo e lo Schioppettino, tesi, spigolosi, mai pronti, ma comunque di beva stuzzicante. Due produttori da tenere sempre in cantina.

villa-favorita

Il tempo è ormai scaduto, le papille sono sature e recuperando “le mie signore” (che mi hanno gentilmente accompagnato e anche presto abbandonato privilegiando un gustosissimo panino al crudo e burrata e i primi raggi solari sul prato della Villa) concludo una bellissima giornata.

Piccola considerazione finale: sono stati tanti gli assaggi qui a VinNatur e devo ammettere di non essermi imbattuto in nessun vino difettato o palesemente sgradevole nonostante certe metodologie di vinificazione, si sa, sono più rischiose. Complimenti davvero ai produttori e a chi li ha selezionati!

Rairon 2005 – Podere Il Santo

26/09/2012

Non ricordo esattamente dove acquistai la bottiglia (forse direttamente dal sito VinNatur ), ma era da qualche tempo che soggiornava nella mia cantina.
Ho sentito perecchi enoappassionati spendere belle parole per  i vini di Eugenio Barbieri, per questo ho pensato che fosse giunto il momento di verificarne la corrispondenza nel bicchiere.

Il Podere Il Santo aderisce all’associazione VinNatur ed è situato in zona di confine tra l’Oltrepò Pavese e i Colli Tortonesi, dove tipica cresce l’Uva Rara.
Rairon è infatti una parola dialettale per definire proprio questo vitigno.
Rara deriva dalla parola “rada” data al vitigno per la conformazione del suo grappolo, rado, spargolo, con pochi acini. Caratteristica che gli permette però di difendersi bene da funghi e marciumi che potrebbero aggredire l’uva in autunno avanzato. 
Proprietà  fondamentale visto che l’Uva Rara ha una maturazione abbastanza tardiva.

Il Rairon 2005 è, come già accennato, dato principalmente da Uva Rara (90%) con una piccola aggiunta di Croatina.
Il colore è intenso, e la bottiglia regala agli ultimi bicchieri residui di sostanze vinose.
More, spezie, ciliegie, prugne secche sono profumi che arrivano chiari. Poi anche datteri, racchiusi in tipici sentori balsamici. Un naso, a mio parere, che rispecchia nettamente la tipicità di queste uve e, di conseguenza, anche del territorio.
Vino potente che regala dolcezza (non è dolce sia chiaro, è un vino secco!) di frutti, con un tannino ancora vivace, che assieme all’alcol (che c’è, è ben presente, ma in buona amalgama con le altre componenti) libera un limpido filo amarognolo.
Ha una sostanza ben percepibile, che pare si voglia ancorare alla lingua, al palato come se non volesse abbandonare il cavo orale, e si avverte distintamente accostando proprio lingua e palato.

Vino quasi masticabile con chiare sensazioni polpose.

Forse è solo una mia idea, ma sotto molti aspetti (fruttato, balsamico etc..) ricorda un altro grande vino della zona, il Barbacarlo.

La cortesia è di casa a Podere Pradarolo

05/06/2012

Venerdi scorso avevo un appuntamento di lavoro in terra parmense, cosicchè ho pensato di approfittare e visitare anche una cantina della zona.
Dopo una rapida documentazione ho trovato quello che faceva al caso mio: Podere Pradarolo.

Invio dunque una mail un paio di giorni prima (non un grande preavviso in effetti) per chiedere la disponibilità per la visita.

Arriva il venerdì mattina e la risposta purtroppo non mi è ancora arrivata, quindi mi tocca il dovere ma senza il piacere.
Ammetto però che anche io non mi sono adoperato più di tanto: neanche una telefonata e solo una mail inviata con brevissimo preavviso. Vabbè…

Al sabato pomeriggio ricevo una telefonata che riapre una porta che un’involontaria indifferenza aveva precedentemente socchiuso.
E’ la Sig. ra Claudia, proprio di Podere Pradarolo.
Mi chiama per scusarsi di aver letto la mail solo in quel momento ed era dispiaciuta per la mancata possibilità di una mia visita. Mi lascia poi il  numero di cellulare e altra mail (con più possibilità di essere aperta) e mi  invita a passare non appena ne avessi avuto la possibilità.
Davvero grande cortesia e disponibilità.

Sembra la cosa più ovvia del mondo, ma la cortesia non è una virtù così scontata. E certi atti meritano di essere raccontati molto di più di un qualsiasi bicchiere di vino.

Villa Favorita 2012: Barranco Oscuro

04/04/2012

Causa probabile tour spagnolo estivo, durante la mia visita a Villa Favorita ho pensato di provare anche i prodotti di questo produttore iberico, che quest’estate finchè si è là non si sa mai…. 😉

Il nome della Cantina è degno di uno dei migliori libri di Stephen King, ma fortunatamente i suoi vini sono ben lontani da orride sembianze….
Davvero gentilissima la signorina oltre il bancone, che si è adoperata non poco, in un mix italo-spagnolo, per spiegarmi accuratamente la storia di ciascuna bottiglia.
Che poi io sia riuscito a capire…bè questo è un altro paio di maniche… 😉

Degustazione molto conformista la mia, puntando solo sui rossi. Non conoscendo bene la Spagna dal punto di vista dei bianchi ho preferito evitare, anche perchè ero quasi “arrivato” e non avendone mai assaggiati non ero nelle migliori condizioni psicofisiche per un incontro ex novo.

BO2: vino da uve tempranillo, morbido e fresco, di buona bevibilità. Rievoca il caldo spagnolo con una nota tannica percepibile ma non particolarmente aggressiva.

Garnata 2009: deriva da 2 ettari di uve Granacha (la Grenache francese), vino ancora un pò duro e scontroso, i tannini sono ancora austeri e un pò  aggressivi.

1368 2004: il nome deriva dall’altitudine a cui sono impiantati i vitigni (e io che sapevo cha oltre i 1200 non cresce un tralcio…), che hanno 25-30 anni. Uvaggio di diverse uve, Garnacha e Syrah in maggioranza poi anche Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc e Tempranillo.
Prodotto di punta dell’azienda, porta al naso profumi carnosi, di legumi e frutta matura. Morbidezza e calore si amalgamano perfettamente con una grande freschezza donandogli così un’ottimo equilibrio, per un’idea di Spagna vitivinicola diversa, non solo muscoli e alcol.

Villa Favorita 2012: Domaine Labet

03/04/2012

Sono sincero senza il commento di Luigi Fracchia a questo post non avrei provato questi vini. E sarebbe stata una grave perdica, perchè Julien Labet produce vini caratteristici e davvero interessanti.

Domaine Labet è una piccola azienda familiare nello Jura di circa 12 ettari, dove vengono coltivati i vitigni tipici della zona, come il savagnin (quello dei vin jaune e dei vin de paille), chardonnay, pinot nero e troussard.
Assenza completa di fertilizzanti ed insetticidi, vendemmia manuale, fermentazioni ad opera di lieviti indigeni e vinificazione sulle fecce sono alcune delle metodologie di lavoro che caratterizzano questa cantina.
Qui vengono prodotte due tipologie di vino, una riempiendo totalmente le botti per evitare eventuali ossidazioni, mentre l’altra viene fatta lasciando volutamente le botti scolme per favorire lo sviluppo dei lieviti sulla superficie del vino (la cosidetta voile o flor, come avviene anche per lo Sherry e qualche tipologia di Vernaccia di Oristano). Questa voile protegge il vino dall’ossigeno e gli dona aromi caratteristici.

 Anche qui la lingua ha rappresentato una piccolo barriera d’ingresso, ma fortunatamente il linguaggio del vino è universale.
Chardonnay en chalasse 2009: giallo paglierino, discretamente morbido e fresco, polposo con note minerali. Rilascia piacevoli profumi di ginestra e susina gialla.

Fleur de savagnin 2009: netta la nota ossidata in questo vino che fa vinificazione aperta. Piace per la sua freschezza e mineralità, profumi netti e decisi che sotto l’ossidativo ricordano i prati a primavera. In bocca lascia una piacevole salivazione.

Le Paille Perdue 2007 (vin de paille): Julien per questa tipologia usa un uvaggio di Poulsard, Savagnin e Chardonnay. Vino tipico dello Jura, chiamato così perchè i grappoli dopo la raccolta vengono lasciati sui graticci (di paglia[=paille] appunto) ad appassire. Ne nasce così un vino dolce e decisamente complesso, che al naso ricorda le albicocche candite, il miele di castagno, con ai margini odori di legumi. In bocca è armonico, intenso e profondo, con un leggero retrogusto  ammandorlato-amarognolo che ne bilancia la dolcezza.

L’infiltrato

02/04/2012

Questo post nasce da un  pensiero puramente personale (e magari a tratti fazioso) dopo aver letto vari commenti in merito ad uno degli argomenti più trattati (forse IL più trattato) dalla rete in questi giorni di saloni enoici.
Ovviamente il tema è quello dei vini naturali (basta virgolette, basta anteporre cosiddetti, io li chiamo così voi chiamateli come vi pare) e del tormentone ViViT.

Quest’anno come ormai tutti saprete i vinnaturalisti quest’anno si sono fatti in 3. Eh già perchè oltre alle classiche Villa Favorita e Cerea si sono messi in mezzo pure quei furbacchioni del Vinitaly, che hanno pensato bene di cavalcare la moda del momento allestendo un (piccolo) padiglione per ospitare quei produttori che hanno voluto provare a battere più strade.

Sembra che l’avvenimento sia stato un successone, dalle voci lette in rete. Il PalaExpo era un formicaio, una media di visitatori che superava di gran lunga quella di ogni altro padiglione. Immagino quindi che chi abbia fatto questa scelta sia stato ampiamento soddisfatto.
Non tutti però.

Come dice Nicolas Joly (guru francese della viticoltura biodinamica) “Gli spazi sono risicati ed i produttori sono costretti a stare gomito a gomito l’uno con l’altro. Non ci sono i minimi spazi vitali né tantomeno la possibilità di appartarsi con appassionati ed operatori del settore“.
Eh sì caro Nicolas, penso proprio che a Verona abbiano un’idea di vino che non sià proprio simile alla tua, si chiama business.
Infatti devo ammettere che sono rimasto davvero stupito e spaesato dalla sua presenza al salone. Sia chiaro, non voglio entrare nel merito delle scelte (che credo soggettive, accuratamente ponderate e quindi giuste) di chi ha partecipato a Verona, penso solo che il target di visitatori (rispetto alla tipologia di prodotto offerto) sarebbe forse stato più appassionato e partecipe agli altri saloni.

Anche perchè figuriamoci se tutta questa gente che è passata dal PalaExpo non sapeva, negli anni precedenti, che a poca distanze c’erano le altre due manifestazioni dove potevano degustare gli stessi vini (e ancor di più) di quelli assaggiati quest’anno al ViViT.
Quindi perchè tutta questa frenesia, solo quest’anno, per questa tipologia di vini?

Forse perchè il biologico ormai sta facendo la voce grossa e sta diventando un’affare (visto che si sono anche inventati una legge ad hoc per i grandi produttori)? 
Forse perchè ormai i vini naturali sono sulla bocca di tutti, tutti ne parlano e la gente, curiosa, li cerca sempre di più?
Forse c’è qualcosa dietro all’improvviso interesse del Vinitaly per i vini naturali?
Togliamo pure tutti i vari forse…

Mi pare di aver letto una risposta di Nossiter sul blog di Andrea Scanzi, che diceva che non ha importanza perchè questi vini si vendano, l’importante è che si vendano. Ora su questo sono un pò dubbioso, perchè come si sa quando un settore di mercato iniza a fruttare attira la concorrenza, e spesso cercano di entrarci macchiavellicamente tutti, rischiando poi di gettare fango su una tipologia del prodotto (vedi tutte le frodi sul biologico che si sentono).

Come dice Joly “il vino non è un prodotto commerciale, non è qualcosa che si produce solo per fare soldi. Il vino deve suscitare emozioni, è uno strumento per comunicare i colori dell’anima e della vita. Un vino che non è capace di suscitare emozioni è morto, inutile“, ed è un’idea che credo sia il motore della stragrande maggioranza dei viticoltori naturali.

Attenzione allora a non lasciarsi annebbiare la vista da una domanda di mercato che probabilmente non rispecchia questa idea, perchè si rischia di uscire di strada.

P.S. se qualcuno si stesse chiedendo come mai i vignaioli naturali non partecipano a Vinitaly, qui un’interessante risposta di Angiolino Maule.

Villa Favorita 2012: Musto Carmelitano

30/03/2012

Azienda agricola a conduzione familiare, le uve coltivate con metodi biologici sono selezionate a mano, e quelle dei singoli vigneti (Pian del Moro, Serra dei Preti e Vernavà) sono vinificate separatamente .
In cantina si evitano filtrazioni, chiarifiche e qualsiasi intervento di stabilizzazione.

A Villa Favorita io ho provato i rossi da aglianico (so che è solo una mia restrizione mentale, ma i rosati con quel colore tipico da ginger mi incutono sempre un pò di timore. Io li metterei in una bottiglia scura…  😉  ).

       

Maschitano Rosso 2010: fa solo acciaio, si notano residui nel bicchiere (e questo, per me, potrebbe essere nota di merito). Al naso arrivano note fruttate, di prosciutto, speziate. Rivela il tannino tipico del vitigno che ne fa un vino deciso ma accompagnato da una buona freschezza e profondità.


 

Serra del Prete 2009: da vigne di 45 anni. 6 mesi di cemento e poi altrettanti in acciaio danno un vino speziato, caratterizzato in bocca da buone acidità e tannicità.


 

Pian del Moro 2007: deriva da un vigneto piantato 80 anni fa. Invecchia un anno in piccoli tonneaux che gli conferiscono una delicata morbidezza. Rivela frutta matura e spezie dolci al naso, buon corpo ed equilibrio, rilascia in bocca un finale amarognolo.