Posted tagged ‘vino biologico’

Vino e Carbon footprint

21/07/2014

carbon-footprint-green

(Informazioni tratte da un articolo di Agricoltura24 del mese scorso).

Da studi fatti pare che il valore medio dell’impronta di carbonio calcolata su una bottiglia di vino generico si attesti sui 2,2 ± 1,3 kg di CO2. In base a questo dato, il contributo del settore vitivinicolo al CF annuale globale delle attività umane a livello mondiale può essere approssimativamente stimato in 0,3%, un valore che non deve assolutamente essere trascurato.
Per quanto riguarda il settore della vitivinicoltura biologica rispetto a quella convenzionale, numerosi studi condotti con l’intento esplicito di confrontarle, hanno riscontrato che il valore medio del CF calcolato per il vino biologico è inferiore di circa il 25% rispetto a quello del vino convenzionale. Questa discrepanza potrebbe essere dovuta ad un uso maggiore di sostanze sintetiche in fase viticola per quanto riguarda la viticoltura convenzionale.

Non mancano i detrattori che invece sottolineano che le differenze fra le due pratiche viticole sarebbe invece minima a causa della maggiore resa della viticoltura convenzionale soprattutto su larga scala, dove le tradizionali pratiche viticole ed enologiche possono comportare minori emissioni di gas serra per ettaro rispetto ai casi di produzione biologica.

Gambero Rosso: è questa l’informazione che dà il “leader editoriale in Italia nel campo della cultura del vino”? (1a parte)

04/01/2013

Twitter è foriero di interessanti news, e proprio dal social network l’altra mattina ho imparato che sul 1° numero del 2013 del mensile “Gambero Rosso” erano usciti un paio di articoli riguardo i vini naturali. Sempre interessato sull’argomento e sicuramente incuriosito, decido di fare questa spesa extra e vado in edicola ad acquistare la rivista.

gambero rosso

A pagina 10 c’è l’editoriale di Eleonora Guerini, che già leggendo le prime righe mi fa venire un pò di orticaria, e salendomi anche un pò di nervoso butto giù due commenti a caldo.

  • “Il 2013 vedrà la comparsa sul mercato di numerosi vini elaborati senza anidride solforosa, stabilizzati con metodi nuovi”

E cos’è l’invasione degli ultracorpi? Sembra che prima del 2013 non esistessero certe tipologie di vini, che invece sono presenti sul mercato ormai da diverso tempo e magari parecchia gente li ha bevuti e gli sono pure piaciuti. E poi cosa sono questi metodi nuovi di stabilizzazione?? Forse voleva dire arcaici o tradizionali. Oppure spiegateci.

  • “Ogni volta che sento parlare di vini naturali mi viene istintivamente da ridere”

E questa è una buona cosa, essere felici aiuta sempre. A me invece, quando assaggio certi vini cosiddetti “industriali” mi vien da piangere.

  • “Perchè se c’è qualcosa  che naturale proprio non può essere è il vino. […] Come si può con tutto l’intervento umano che il produrre vino implica, parlare di naturalità?”

La solita minestra strariscaldata! Mi sembra di ascoltare Berlusconi in campagna elettorale. Vengono dette sempre le solite cose, gli stessi sterili e pacchiani attacchi. A parte che naturale significa anche: “che è conforme ai principi della natura” e “non alterato, non artificiale, genuino” quindi potremmo anche avvicinare questa parole a certe tipologie di vini. Oppure perchè invece di studiare etimologia non ci spiegano cosa sono e qual è il metodo di lavorazione di questi vini? Forse l’obiettivo è proprio quello di non far conoscere alla gente certi prodotti?

  • “Non avvelenare la terra è una scelta oltre che condivisibile anche sacrosanta. […] Se un viticoltore sceglie di non utilizzare alcun prodotto di sintesi e rischiare con i capricci del tempo e di scommettere sulla forza che una pianta coltivata senza chimica può raggiungere è lodevole”

Scelta condivisibile non sempre attuata, e a volte senza motivazioni plausibili. Leggendo così, a primo impatto mi sembra una frase di scherno, ma la vera verità è che una pianta coltivata senza prodotti di sintesi ha insita la forza per difendersi dalle avversità biotiche e abiotiche, perchè non è farmacodipendente e riuscirà a sviluppare strategie meccaniche e chimiche di autodifesa.

vini d'italia - gambero rosso

  • “[…]la lucidità e l’onestà intellettuale siano tali da far scegliere, a fronte di una vendemmia traballante, di non utilizzare e non trasformare quell’uva in vino…”

Infatti ci sono vari vignaioli che in annate disastrose non imbottigliano il vino proprio perchè la natura non è stata clemente. Però questo onestà dovrebbe averla anche chi non produce vini naturali, e non affidarsi ad abili giochi di alchimia per trasformare, con l’abuso di prodotti chimici, quel poco che la natura gli ha donato in una sorta di surrogato di vino.

  • “Perchè la scelta del bioqualcosa non credo debba mai essere quella di travestire il difetto con la scusa del naturale”

Pienamente d’accordo. Purtroppo la “moda” del naturale ha fatto si che in tanti siano montati sul carro dei vincitori e abbiano cavalcato l’onda di questa tendenza nascondendo errori umani dietro la parola naturale. Qui però entrerà in gioco la spada vendicatrice della selezione Darwiniana: se un vino è cattivo, che sia naturale o meno, difficilmente lo ricomprerò. I furbetti sono ovunque (vedi lo scandalo del Brunello tanto per fare un esempio a caso) e non solo in campo enologico, per questo bisogna informarsi nel miglior modo possibile, magari proprio attraverso notizie imparziali sui mezzi di comunicazione. E allora perchè invece di gettar fango non si parla di quei (tanti) produttori che ogni giorno si fanno il mazzo per coltivare la terra in modo sostenibile, per lavorare in cantina nel modo meno invasivo possibile e ci offrono prodotti davvero ottimi?

  • “Non mi convince il mantra per cui quello dei vini naturali è un gusto da farsi […]. Sarà ma, sempre per restare nel mondo del biodinamico, non ricordo di aver mai fatto troppa fatica a comprendere i vini del Domaine de la Romanée-Conti.”

Purtroppo non ho mai avuto la fortuna di assaggiare i vini di Lalou Bize-Leroy anche se tutti i commenti sentiti sono più che positivi (e con quel che costa una bottiglia lo spero bene!). Solo una postilla: come ho già avuto modo di dire più volte si fa sempre un pò di confusione. E’ un errore superficiale e grossolano (ma grave) uniformare vino naturale, vino biologico e vino biodinamico quando uguali assolutamente non sono. Questo pressapochismo uccide il valore delle parole e ne offusca l’etimologia (e poi si sta a polemizzare sulla parola naturale).

Io ho una mia idea sui vini naturali, che ho espresso più volte e che non voglio trasformare in dogma assoluto. Però io e tutti i lettori della rivista che si definisce “leader editoriale in Italia nel campo della cultura del vino e dell’enogastronomia” dovremmo pretendere un’informazione meno faziosa e capziosa di quella che, a mio parere, si evince da questo editoriale.
Una curiosità: forse non tutti sanno che il nome “Gambero Rosso” deriva dal ristorante in cui il Gatto e la Volpe portarono Pinocchio. Speriamo che le origini non causino influenze negative.

pinocchio

Comunque non contenti alla fine della rivista c’è un nuovo attacco ai vini naturali, forse ancora più infelice, che arriva dai cugini francesi, ed ha le voci autorevoli di Michel Bettane e Thierry Desseauve, quelli della “Grand Guide des vins de France” tanto per capirci.
A domani per i commenti anche al punto di vista d’oltralpe.

Chi ci salverà dai vini Bio, Dinamici etc..?

04/12/2012

Lo so ne ho già parlato più volte, ma dopo aver letto questo post, voglio anche io contribuire a espandere l’informazione su un argomento che mi sta a cuore, e credo tutt’altro che chiaro e trasparente. Soprattutto quando sento amici che santificano il vino biologico come se fosse una bevanda quasi curativa, un pò inorridisco.

bio&dinamico

Già scritto qui che nel vino Bio sono ammesse pratiche ed additivi a mio parere eccessivi. Ma non voglio condizionarvi, andate voi stessi a leggervi e scaricarvi qui le pratiche autorizzate dal regolamento, e fatevi una vostra personale opinione.

Se poi ci spostiamo sulla sponda del vino biodinamico le cose non migliorano, anzi. Qui non esiste una regolamentazione vera e propria, solo un protocollo bacco malatoDemeter (N.B. società privata!) che potete leggere qui, che forse presenta alcuni passaggi non chiarissimi (o forse fin troppo):
l’anidride solforosa va usata al minimo dosaggio possibile;
quindi lasciamo al libero arbitrio il termine “minimo dosaggio possibile” ?
i metodi fisici sono da PREFERIRE ai metodi chimici;
un timido consiglio che appare tutt’altro che una proibizione.
E’ poi ammesso lo zuccheraggio (!) purchè si usi il loro zucchero Demeter, l’aggiunta di lieviti selezionati (sempre Demeter), di batteri acidolattici e di numerosi altri additivi (tartrato, albumina etc…), sempre solo quelli certificati dalla stessa società privata Demeter.
Voi che pensate?

Spesso vino biologico e biodinamico diventano solo parole demagogiche, senza quel significato che molti gli attribuiscono.
Che forse, quei tanto bistrattati, perseguitati e multati vini naturali, pur senza una vera regolamentazione siano quelli che meglio rispecchiano la domanda della gente verso un vino additive-free?

Io credo che alla fine il vero ago della bilancia sia il buonsenso del vignaiolo: o c’è o non c’è.
E da lì le strade prendono direzioni opposte.

Il vino naturale non esiste (?)

10/07/2012

Prendo spunto da questo post di Marco Bolasco, dove la nota Enoteca romana di Alessandro Bulzoni è stata multata (e rischia pure la denuncia penale!) per aver esposto in vendita vini “Naturali”.

Purtroppo è impossibile vendere una cosa che non esiste. O meglio non prevista dalla legge. Sebbene io sia fortemente convinto che il vino naturale esiste, eccome, da un lato penso sia giusto che non si possano vendere vini non certificati, a protezione dei consumatori, altrimenti chiunque potrebbe proporre il suo vino come è naturale (mancando un significato, per legge, della parola naturale associata al vino) solo per seguire le mode del mercato. Dall’altro però mi chiedo, vista la recentissima legge “specchietto-per-le-allodole” sul vino biologico, se un legge che certifichi i vini naturali possa essere veramente una garanzia per i consumatori.
Ne avevo già parlato qualche tempo fa in merito, e ancor oggi, nonostante quello che è accaduto all’enoteca Bulzoni sono sempre d’accordo con Nicoletta Bocca riguardo alla necessità di una legge sui vini naturali (”…se sei incivile è necessaria, se invece sei una persona come si deve, rischia di essere fortemente limitante” ).

Secondo me ora la palla passa alle Associazioni di Viticoltori naturali (Renaissance, VinNatur e ViniVeri su tutte), che dovranno rafforzare il loro lavoro di informazione e comunicazione, per fare in modo che chi vuole acquistare un vino naturale sia in grado di riconoscerlo anche senza leggerlo sugli scaffali dell’enoteca, e senza bisogno di una certificazione ad hoc, che potrebbe essere più rischiosa che utile.

Un vino per ogni annata

27/05/2012

Lo spunto per questa riflessione me l’ha dato Alessandro Bocchetti con il suo interessante post su Scattidigusto, che mi trova d’accordo sul nocciolo della questione. Il vino si può fare in qualunque annata, forse anche nelle più disastrate. Voglio però spostare la questione dal “SE” al “COME”.

Il vino è il prodotto dell’interazione tra uomo e natura, con percentuali di incidenza molto variabili (purtroppo).
La mano e l’esperienza del vignaiolo è fondamentale e imprescindbile per far nascere un ottimo vino (in parole povere se le stesse uve le curo e le vinifico io o lo fa Beppe Rinaldi fidatevi che il risultato cambia, e non poco. A mio favore ovviamente 😀 ), e le grandi le capacità del viticoltore saranno un vero valore aggiunto al vino soprattutto in quelle annate “difficili”, dove da quel poco che la natura mette a disposizione si riesce a far nascere un grande prodotto.

Ma talvolta può non essere sufficiente. 
La natura (ricordiamocelo) comanda sempre, e se decide che nelle fasi fenologiche critiche sarà pioggia e freddo ci si troverà a vinificare un frutto depresso e per niente sano, che ovviamente non potrà dare il meglio di sè. Senza dimenticare che sono situazioni estreme più uniche che rare (per fortuna), ogni tanto queste annate terribilmente ed irrimediabilmente negative comunque arrivano.
Che fare in questi casi?
Chi abbraccia una filosofia naturalistica e rinnega l’utilizzo di prodotti di sintesi si trova ad un bivio. Non imbottigliare e incassare il danno economico? O utilizzare stratagemmi chimici e tecnologici che modellino un pò il vino per renderlo bevibile, rinnegando però di fatto il proprio credo?
Alcune cantine decidono (ed è effettivamente accaduto) di non imbottigliare, ma forse non tutti possono permetterselo.
Chi ha un pensiero ed una concezione di vita ecosostenibili ben radicati e determinati immagino che si trovi davanti ad un dilemma la cui soluzione non è così scontata.

Il calice di Pandora, da scoprire

03/05/2012

Leggendo qualche giorno fa un post di Andrea Scanzi mi sono imbattuto in una nuova metodologia di vinificazione a me finora sconosciuta: il cosiddetto “metodo Pandora”.
Ho iniziato quindi a spulciare la rete alla ricerca di informazioni utili per approfondire l’argomento.

I vini di “Pandora” sono stati già presentati al Vinitaly 2011.
Io non mi smentisco mai e c’arrivo sempre un pò lungo 😉 .

Non ho trovato moltissimo sul web (forse per scarsa applicazione), solo qualche notizia estrapolata dalla loro pagina facebook e da un da un recente post su Winesurf. Da qui si evince  che il metodo Pandora è una novità applicativa dei principi della biodinamica per un processo di vinificazione naturale al 100%. Una piccola brochure da facebook dice che non vengono aggiunti nè solfiti, nè lieviti selezionati, nè sostanze di origine animale.
Il vino prodotto con questo metodo, continua il pieghevole, ha un’ottima resistenza a invecchiamento, all’ossidazione, agli stress termici ed al trasporto, ed inoltre un’ottima capacità di conservare la struttura.
Su questi punti sarebbe molto interessante cosa in particolare dà queste enormi potenzialità al vino.

Sempre dalla pagina facebook vengono segnalate vinificazioni con questo metodo su parecchi vitigni, in varie regioni italiane. Presumo quindi che i viticoltori richiedano l’aiuto a chi ha ideato questo metodo per vinificare le proprie uve, e poi la bottiglia verrà etichettata con il logo Pandora (credo).
Anche qui bisogna approfondire.

Questa metodologia è certamente positiva da un punto di vista di impatto ambientale, ma mi pare che praticamente tutti i viticoltori naturali seguano già certi protocolli. Forse non escludono le sostanze di origine animale, probabilmente usate nelle chiarifiche, ma dal momento che molti non le fanno anche qui viaggiano pari.
Cosa strana: leggendo su Winesurf sembra che la bozza del disciplinare ammetta l’utilizzo di lieviti selezionati….

Ora mi sfugge bene il pensiero che sta dietro al “nessun taglio o aggiunta di mosti e vini di diversa natura“. Letta così direi quindi che i vini vinificati con tale metodologia siano tutti monovitigno.

Nell’attesa di avere notizie più chiare in merito a questa interessante procedura, credo che tale vinificazione naturale renda sicuramente il prodotto più digeribile, però forse, come dicono alcuni sostenitori, pensare che questi vini “…“non ubriacano anche se alcuni  raggiungono i 14 gradi, sono a prova di etilometro, paradossalmente potrebbero essere bevuti anche da donne in gravidanza…” mi sembra un tantino esagerato 😉

Villa Favorita 2012: Santa Caterina

27/03/2012

Ho cominciato il mio primo anno a VinNatur con la Liguria, regione sicuramente non tra le più rinomate in ambito vitivinicolo, ma non per questo priva di cantine degne di nota. Una di queste è senz’altro Santa Caterina, sita a Sarzana (dove nel lontano 1981 il grande Faber tenne uno dei suoi più famosi concerti).
La degustazione al banco d’assaggio è stata accompagnata da una lunga e piacevole chiacchierata con Andrea Kihlgren (il proprietario), che mi ha spiegato le sue preferenze per una viticoltura slow, sempre alla ricerca di un vino nel massimo rispetto della natura e dell’uomo. Dice che, al contrario di altri suoi collega, non ha voluto partecipare al Vinitaly (nello spazio ViViT) perchè preferisce parlare di vino anzichè di commercio.
Grande sostenitore della sosta a contatto con le fecce, produce un vermentino senza macerazione e uno con.

In sequenza ho assaggiato:
Bianco 2010: albarola in purezza (quello che usano nell’uvaggio dello Sciacchetrà), colore paglierino tenue quasi bianco, sia in bocca che al naso è molto delicato con una mineralità secca, leggero e di buona beva.

Vermentino 2010: (senza macerazione) vermentino in purezza, si presenta con un colore lievemente più intenso del precedente e con una mineralità che ricorda il mare. Al naso porta sentori citrini e di fiori freschi, di discreto corpo e decisa finezza.

Vermentino 2010: (macerato sulle bucce): questo fa una macerazione di 12 giorni sulle bucce (ma Andrea dice che la vuole ridurre perchè si è accorto che non necessita di così tanto tempo). Colore ancora più evoluto, di un giallo paglierino più intenso. Grandi profumi di erbe aromatiche (origano, basilico), fresco e dinamico, con ricordi agrumati.