Posted tagged ‘vino rosso’

Ruché “Chiovende” – Az. Agr. Ferraro

03/07/2013

Vitigno endemico piemontese, in particolare nella zona di Castagnole Monferrato trova la sua culla prediletta.
Il nome pare derivi da roncet, malattia virale della vite al cui attacco il ruchè pare decisamente più resistente rispetto ad alcuni colleghi della zona come barbera e grignolino. Voci non confermate lo vogliono importato qualche secolo fa dalla Borgogna.

ruchè ferraro chiovende

Il Chiovende rosso dell’Azienda Agricola Ferraro è un ruché in purezza con i profumi caratteristici e particolari del vitigno. Rose, fragoline di bosco, amarene e pungenze di spezie. Profumi dolci, delicati che riportano alla mente i potpourri di certe tisane. Aromatico mi viene da pensare. Come una sirena ammalia e seduce le narici.
Si libra leggiadro nel palato con ali di tannicità che contribuiscono a dargli un sottile spessore. Calore alcolico evidente ma non egemone e che non ne appesantisce la beva. La dolcezza (è secco) fruttosa e floreale si impadronisce anche del gusto avvolta in una sensazione setosa e allo stesso tempo vibrante.
Sorso scorrevole per alti livelli di piacevolezza. Potrebbe essere un ottimo vino quotidiano.

P.S. un sentito ringraziamento a Luigi Fracchia che mi ha omaggiato di questa bottiglia

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Travolto da un inaspettato Gaglioppo

30/05/2013

Ricordo ancora la data: era il 1° maggio quando a pranzo stappai una bottiglia di Gaglioppo di ‘A Vita, annata 2010.
Fu una specie di folgorazione….avete presente l’espressione del critico gastronomico nella scena finale di Ratatouille, ecco più o meno così. Da quel giorno sento l’esigenza di esternare queste mie sensazioni.

anton-ego-reaction1

Dire che il vino mi sia piaciuto è riduttivo, una banalizzazione. Dentro a quel calice ho trovato quell’emozione, quella quintessenza che vanno ben oltre ad un’ordinaria analisi organolettica e che rappresentano la frontiera tra un buon vino e un grande vino. Ebbene questo Cirò Classico Superiore ha valicato tale confine rimanendo incastonato tra le mie circonvoluzioni cerebrali e custodito nei miei cassetti mnemonici.
Un’insolita olfazione, un non so che di “nebbioleggiante”, ha spinto la mia curiosità ad inoltrarsi in una ricerca su questo autoctono calabro per cercare di saperne di più. Questi profumi mi avevano fatto scattare l’idea di una sorta di parentela genica tra il Gaglioppo ed il più noto collega piemontese, idea che però non ha trovato riscontri nelle fonti consultate, sia cartacee che digitali. Uniche somiglianze la lenta maturazione, il colore scarico e una importante quantità di tannini.

cirò A'Vita

Ma ciò non toglie che un uva in grado di regalare un vino così (senza togliere a Cesare quel che è di Cesare, ovvero la mano del viticoltore è basilare per il risultato finale) è inevitabilmente una grande uva, spesso troppo poco considerata nell’enorme panorama viticolo italiano ma che ha le carte per riesedere nell’olimpo dei vigneti.
Profumi carnosi, di spezie e frutta anticipavano un liquido potente e succoso, che si presentava con grande finezza ed eleganza per lasciare un ricordo davvero lungo. Non avrei mai smesso di berne.
Da quel giorno mi son ripromesso che non deve più mancare nella mia cantina.

Mas de Daumas Gassac Rouge 1985

28/03/2013

Raramente mi capita di provare vini con vari lustri sulle spalle e mi incuriosisce sempre scoprire l’evoluzione che possono avere in questo lungo periodo di tempo.

mas de daumas gassac rouge

Questo Mas de Daumas Gassac Rouge è in gran parte Cabernet Sauvignon (80%) con l’aggiunta di varie uve (Malbec, Cabernet Franc, Merlot, Syrah, Pinot e Tannat). Si presenta sanguigno, intenso, impenetrabile, cupo. Non filtrato.
L’avvicendamento di profumi ricorda subito una frutta sotto spirito e castagne cotte e poi si incanala verso un terziario che sa di cioccolato e tabacco scortati da una timida nota boisée. Sul finire della bottiglia, quando i sedimenti si fanno più concentrati, appare un deciso sentore vinoso di cantina con piccole orme goudroneggianti.

Daumas Gassac

In bocca ha un ingresso rotondo e opulento per poi slanciarsi con una tesa acidità che ancora dice la sua in questo liquido dove il tannino è presenza ormai silente che ne corrobora la struttura e la polposità quasi masticabile sul finale. Nessuna amaritudine solo morbidezze vellutate. E’ un vino slow, da bevuta riflessiva, goloso ed appagante.

Otòbbor 2011- Crocizia

25/02/2013

Davvero una bella scoperta (ormai remota) i vini di Marco Rizzardi. Frizzanti, beverini, rappresentano fedelmente la tipicità del territorio emiliano.

Al primo assaggio mi verrebbe da dire  che questa barbera “lambruscheggia”.
Sarà per il colore purpureo e il profumo vinoso.
Sarà per la bollicina lieve che corrobora la piacevolezza della beva.
O forse sarà per quell’idea archetipica emiliana per cui tutti i frizzanti rossi sono riconducibili al lambrusco.

barbera crocizia

In realtà in questo calice troviamo la tipica aspra freschezza del vitigno, ancora rustica, immersa in profumi di mirtillo e marasca.
Vino schietto, vero, sincero, di spensierata e briosa gioventù che porta sulla tavola la tipicità vinicola dell’Emilia.
Dopo aver bevuto per anni le più svariate tipologie di rossi frizzanti, il più delle volte di qualità latitante, la cosa che più sorprende di questa bottiglia è la grande digeribilità. Quante volte dopo un paio di bicchieri mi sono sentito appesantito e rigonfio. Sensazioni inesistenti in questo calice, e non è una banalità credetemi.

Sempre interessante il parere della beata ignoranza enoica che aleggia tra i commensali, quella di chi beve un bicchiere così ogni tanto, con poco interesse. Davanti a questa barbera l’idea è che sia un vino duro ma non poi così tanto, ben diverso da quelli che si è soliti acquistare a caso. Si beve più volentieri (cit.).
Prova superata. Ampiamente.

Rosso Villa Antinori 2008 – Marchesi Antinori

11/02/2013

Capita ogni tanto che tuo padre ti convochi perchè vuole che lo accompagni a comprare “...del vino buono” dice lui. Non so poi se questa affermazione è vera convinzione o solo lusinga nei miei confronti, ma tant’è.
Ci vai poi volentieri.
Anche perchè s
ai che si abbandonerà totalmente alle tue decisioni e potrai “traviarlo” facilmente verso i tuoi gusti.

Capita poi che vai una domenica a pranzo dai tuoi.
La tavola è già pronta, apparecchiata, completa, perfetta.
O quasi.
Un’occhiata interrogativa alla bottiglia di vino…ti avvicini…
E questa da dove viene?? Ahahha, alto tradimento! 🙂
Una bottiglia sconosciuta, forse regalata da qualche amico, troneggia tra i piatti. 
E non rientra tra quelle che scrupolosamente avevate comprato assieme qualche tempo prima.

E vabbè a Carnevale ogni scherzo vale.

rosso villa antinori

Il nome è altisonante (e incute anche un pò di timore), purtroppo non sempre sinonimo di garanzia.
Mainstream sicuramente.
Sai che è rischioso ma non vuoi dispiacere i commensali e ti riempi il calice.
Il naso rivela quello che un pò già temevi. Note vanigliate che si librano caotiche nell’aria, come fuochi fatui, quà e là zampillando e macchiando profumi di frutta e di spezie.
La coerenza però è di questo vino. Anche in bocca percepisci subito un sorso levigato, morbidone.
Rimane viva solo una certa acidità.
L’impronta del legno diventa la sua carta d’identità.
Niente dinamicità, niente profondità, è un vino statico.
Una sensazione appena bruciante innervosisce la faringe dopo la deglutizione (troppa So2?).

Dopo un sorso non ti affascina più, non ti attira.

E’ come un deja vu, mi sembra di averla assaggiata decine di volte questa bottiglia anche se era la prima volta che mi capitava davanti.
Non ne conosco l’uvaggio, ma poco importa perchè è stato completamente rinchiuso in una corazza asettica, ermetica, omologata, impossibilitando così l’espressione caratteristica del frutto e del territorio.

Errata corrige: fratelli diversi

01/02/2013

Qualche tempo fa ho visitato la cantina di Giorgio Erioli, ai piedi dei Colli Bolognesi.
Quella visita fu per me illuminante, ricordo ancora la spettacolarità di beva che i 2 autoctoni Alionza e Negrettino avevano in sè.
Tanto da rimanere punti fermi nella mia mente.

E fu così che una sera con gli amici ci ritroviamo al “Luppolo e l’uva” e mentre sfoglio la loro carta dei vini (decisamente sopra la media, ci tengo a ribadirlo) mi imbatto proprio nel “Maiolus”, il Negrettino di Giorgio, annata 2008.
E il cerchio delle scelta si restringe a quella bottiglia.

fratelli diversi

La solita salivazione pavloviana mi assale alla mescita, ma l’assaggio mi lascia spiazzato.
Controllo l’etichetta più volte convinto di aver sbagliato vino.
Quello che ho nel bicchiere è un vino strutturato e abbastanza impegnativo, dov’è finita quella bevibilità che avevo trovato nell’assaggio (in verità da vasca e annata 2010) in cantina e che mi aveva conquistato? La sola differenza di annata non può dare due prodotti così diversi.
Intendiamoci la mia non è una critica e quel 2008 non era un vino cattivo, anzi, ma era completamente diverso rispetto al precedente assaggio. Un vino più da lungo corso che da bevuta immediata, allegra e spensierata.
Allora incuriosito mi documento un pò online e riscontro che il “Maiolus” è in effetti vino corposo e vigoroso, quindi con peculiarità quasi opposte rispetto a quelle dell’età neonatale.
Detto ciò anche le situazioni per stapparlo saranno diverse.

Cabernet Sauvignon “Stoppa” 2003 – La Stoppa

15/01/2013

Quando stappi un vino di Elena Pantaleoni lo fai perchè vuoi andare sul sicuro, e difficilmente sbagli. Anche quando tutti i presupposti potrebbero essere avversi. Ricordo per esempio un Cabernet 2002 (tra le annate tristi per antonomasia) bevuto alla Locanda del Falco al Castello di Rivalta che mi lasciò positive impressioni.

cabernet la stoppa

E così anche questo 2003, figlio di una delle estati più calde che si ricordino, lascia il segno. Positivo.
Bottiglia proveniente direttamente da Rivergaro, gustoso bottino della mia visita di qualche anno fa in cantina.
Colore rosso, impenetrabile e denso. 
E’ frutta matura che esce immediata dal calice, assieme a caffè e tabacco contornati da aloni di macchia boschiva e lucciole balsamiche.

Il sole dell’annata , il riposo in bottiglia e forse anche la botte piccola (che non si sente) hanno un po’ ingentilito questo Cabernet, senza però snaturarlo.
Morbido ma di buon nerbo, ricco ma non grasso, e con un’acidità viva e vibrante.
Il tannino si fa sentire, ma le sue angolosità sono levigate.
L’alcol che dall’etichetta intimorisce (15°) è in realtà accorpato in un tutt’uno ben ponderato e non prevarica le altre componenti.
Il calice si svuota, con calma, e dopo qualche minuto senti l’esigenza di tornarlo a riempire. La corposa sostanza ne fa un vino certamente non beverino, ma quant’è goloso, accidenti!