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Il vino, questo sconosciuto

06/05/2013

Urlo-di-Munch

Ecco una serie di episodi tremendi quanto divertenti che mi sono capitati chiacchierando con amici e conoscenti, e alcuni ti fanno intuire grandi lacune presenti nel mondo del vino.

Durante una cena al ristorante un amico: “Questo vino ha molti tanniTi”. Gli ho chiesto se era un popolo barbaro che conosceva solo lui.

In una trasferta lavorativa si supera il cartello di Tavarnelle Val di Pesa, e il mio capo: “Si chiama così perchè qui fanno il Tavernello”.
Immaginavo scherzasse.
Mi sbagliavo. 😦

Chiacchierando con un amico di vino e viticoltura mi dice: “Ma se si vuole fare un vino che profumi di pesca perchè non piantare qualche pesco in vigna…”. 😯
Anche questa non era una battuta.

Appena uscito dall’esame AIS una collega neodiplomata mi chiede con quali domande mi avevano torturato.
“Mi hanno chiesto del Petit Verdot in merito ai rossi bordolesi”.
E lei: “Ma nei rossi di Bordeaux non ci sono solo uve rosse??”.
Amen.

Carta dei vini cinese

02/05/2013

carta vini cina

Questa foto è stata scattata da un amico in un suo recente viaggio di lavoro in Cina, durante una cena in un ristorante di lusso.
La carta era molto più ampia con anche etichette estere, questa è solo la pagina relativa ai vini italiani.
Parola d’ordine: etichette famose.

N.B. La moneta cinese è il Renminbi (o yuan) il cui cambio ad oggi è più o meno 1 euro = 8,1275 renminbi

Vino senza marketing

09/05/2012

Spesso non è sufficiente conoscere il vino alla perfezione per riuscire a venderlo. Vino e marketing devono andare via a braccetto. Qui su Vinix parlo di una piccola esperienza personale.

In origine fu un (tanti) aperitivo

30/04/2012

Poco più di un anno fa ho dato con successo l’esame al corso AIS, felice epilogo dopo oltre un anno di intensi ma interessanti studi. Piccole nozioni di base, nulla al confronto di quello che la rete mi ha messo poi a disposizione per ampliare le mie vedute, attraverso confronti e condivisioni con tantissimi appassionati.

Un passione, quella per il vino, che la mia curiosità intrinseca riesce sempre a fomentare.
Ogni tanto viaggiando a ritroso con la mente, mi viene da pensare da dove ebbe inizio questo mio interesse enoico.
Ed ho ben chiaro il momento cruciale.
Si perchè esiste un periodo ben delineato in cui si modificò il mio approccio con questa bevanda, passando da uno stadio superficiale a quello successivo un pò più approfondito.

Alcuni anni fa, in assenza ancora di una dimora stabile, assieme alla mia compagna eravamo soliti fare piacevoli aperitivi al termine della giornata lavorativa.
Tra chiacchiere, risate e un bicchiere di vino i pomeriggi volavano via.
Ci si divertiva a scoprire i profumi e i sapori che ogni bicchiere ci ricordava. Si sparava alto, ma lei aveva (e lo ha ancora, ahimè, nonostante i parecchi eurini di corso spesi) un naso molto più recettivo del mio.
E’ stata forse un’associazione psicologica che mi ha trascinato in questo immenso ed infinito mondo, l’accostamento di questi magici momenti ad un calice pieno mi hanno fatto intraprendere una determinata direzione.

Ora però lei artefice involontaria di questa mia passione è costretta suo malgrado a sorbirsi i vari appuntamenti enologici che di volta in volta io mi ostino a pianificare (come a Dozza 😉  ).
E parteciparvi senza non è esattamente la stessa cosa.

Discorso ovvio e banale

24/04/2012

Poco tempo fa Filippo Ronco ha pubblicato un interessante post su Vinix riguardo alle problematiche su filiera del vino e prezzi. Io non voglio addentrarmi ulteriormente in merito anche perchè credo siano sufficienti i commenti approfonditi e derivanti da persone ben più competenti di me in materia.

Un paio di cose forse semplici e un pò banali però vorrei esprimerle.
Parto dal presupposto che chiunque abbia diritto ad un guadagno e a portare a casa il pane. Non so ora se quella lettera firmata da diverse enoteche sia nata da un calo delle vendite, ma se questo è stato il motore principale mi sento di dire che probabilmente il problema non sono i produttori che vendono a prezzi più convenienti, ma la gente che ha meno soldi in tasca.

Il vino non è un bene primario e va da sè che in periodo di austerity siano proprio questi beni “extra” ad essere eliminati o ridotti dalle spese quotidiane di ciascuno di noi.
Se in più aggiungiamo che nella GDO si possono trovare bottiglie a prezzi notevolmente inferiori si capisce già quale sarà la scelta degli italiani.
Ovviamente la qualità sarà ben differente.

Proprio qui volevo arrivare.
Si incita sempre più la gente verso un consumo (non solo di vino) più consapevole e qualitativamente migliore, si combattono battaglie per un’agricoltura biologica e sostenibile, ma troppo poco spesso si affronta la problematica del costo per il consumatore.
Serve a poco partecipare a fiere per pubblicizzare il proprio prodotto se poi per acquistarlo devo fare un mutuo. Ok, ho capito che sia qualitativamente che dal punto di vista salutare il tuo prodotto è molto meglio di altri, ma se non arrivo ad acquistarlo tutto rimane vano.
A questo proposito credo siano emblematiche le parole del grande Lino Maga (quello del Barbacarlo per intenderci) durante una chiacchierata con Danilo Gatti.
E’ chiaro che più il prezzo aumenta più si stringe la cerchia di persone che ha possibilità di acquisto. E meno gente acquista meno vino si vende.

Io non voglio assolutamente eliminare enoteche e/o distributori, perchè ritengo possano essere importanti nella diffusione della cultura del vino, e sono anche convinto che la gente continuerà ad andare in enoteca anche se ogni tanto riesce a spendere qualche euro in meno direttamente in cantina. Per il semplice fatto della maggior varietà che può trovare e per l’impossibilità (economica e fisica)  di raggiungere certe cantine.

Invece che stroncare ogni iniziativa di riduzione dei costi, bisognerebbe cercare di arrivare ad un compromesso, perchè in Italia si producono ottimi vini, ma si fa poi di tutto per non renderli accessibili alla maggioranza.

Cantine Sociali: diavolo o acquasanta?

16/04/2012

Mi sono sempre chiesto se le Cantine Sociali siano una cosa buona per il vino oppure no.
Mi hanno sempre attirato poco, forse per i loro capannoni così grigi e impersonali che somigliano più a una fabbrica che a una cantina.

Sicuramente nel corso degli anni hanno aiutato molto quei viticoltori che non avevano le risorse per vinificare in proprio le uve, e rappresentavano quindi uno sbocco fondamentale per i loro prodotti.

Se il fine è encomiabile, i mezzi non sempre però sono idonei.
Infatti può capitare che impongano ai contadini un prezzo di acquisto delle uve talmente  basso (cosa che fanno poi anche le grandi aziende vinicole) da obbligarli a lasciare invendemmiati i grappoli o addiruttura ad estirpare i loro vigneti, per evitare di lavorare in perdita
(un’amica mi raccontava che a lei impongono la data di conferimento, che l’uva sia matura oppure no poco importa…).
Tutto ciò per riuscire a vendere bottiglie a prezzi bassissimi, quelle che troviamo poi nei supermercati a 1-2 euro. 
Vini che potremmo definire non socialmente utili, visto che rischiano di essere la causa dell’estirpazione di una o più vigne, e la perdita del lavoro per il viticoltore.
Ogni tanto bisognerebbe chiedersi come mai certi vini hanno prezzi irrisori, e cercare di capire la storia che c’è dietro.

La cosa peggiore è che questo gioco al ribasso dei prezzi funziona anche come disincentivo per i viticoltori. Perchè faticare il doppio o il triplo, e così facendo lavorare in perdita, per produrre un uva qualitativamente migliore di un altro socio che verrà poi pagata comunque allo stesso prezzo?
Questa metodologia porta ovviamente ad un livellamento al ribasso della qualità.
Un cambiamento gioverebbe anche alle Cantine Sociali stesse, che sostenendo una produzione qualitativa in campo potrebbero avere una più ampia gamma di prodotti e di qualità sicuramente migliore, anzichè buttare tutte le uve, indistintamente, nello stesso calderone. Questo probabilmente è il motivo per cui è spesso difficile trovare vino di queste Cantine che sia di un elevato livello qualitativo (anche se i casi positivi ci sono eccome. Qualcuno mi parlò bene della Cantina Sociale di Quistello, nel mantovano, e si possono leggere note positive in questa degustazione di Fabio D’Uffizi).

Sarebbe interessante capire se alle stesse Cantine Sociali interessa un miglioramente qualitativo, che comporta comunque un maggior dispendio di energie e lavoro, oppure se si accontentano di rimanere circoscritte nella  produzione e commercializzazione di un vino banale.

Il vino naturale è aceto?

09/03/2012

Quando si parla di vino naturale mi sento spesso obiettare che non esiste, che l’unica cosa davvero naturale è l’aceto, e lì mi vien voglia di chiudere il discorso e voltar gallone.
Eccheppalle!
Su, cerchiamo di avere un pò più di elasticità mentale.
Sembra che a volte si voglia fare ostruzionismo gratuito, pignoleria a tutti i costi.
Sappiamo bene che treccanicamente parlando potrebbe essere anche vero, ma non è questo il punto di discussione. Cerchiamo uscire da questi luoghi comuni e definizioni stereotipate, anche perchè mi sembra (e spero) che nessun viticoltore naturale abbia mai affermato che lascia le uve sulla pianta in attesa che si trasformino in bottiglie!

Per vino naturale non si intende un vino che nasce per magia, ma un vino prodotto assecondando la natura e non contrastandola o dominandola.
Poi è interessante discutere in merito ai risultati, ai vignaioli, alle possibili frodi etc… , ma senza tirare fuori la solita fola dell’aceto. Si rischia di diventare noiosi e poco costruttivi.

Anche perchè se proprio vogliamo essere pignoli mi ci metto pure io.
Il dizionario tra le altre, dà anche questa definizione della parola naturale:
“che riguarda la natura, che deriva dalla natura o che è conforme ai suoi principi”.
Direi che allora anche il vino può rientrare in questa descrizione, o no?  😉

Comunque ognuno la pensi come vuole, ma per me il vino naturale può esistere (e qualcuno lo fa davvero), e sono anche disposto ad accettare qualche piccolo difetto (piccolo eh…) pur di bere un prodotto che rispetti maggiormente la natura e l’uomo, e in merito vorrei citare una frase che credo sia inerente, e se non lo è comunque mi piace.
Si tratta di un’affermazione di Sebastiano Cossa Costiglioni, proprietario dell’azienda agricola Querciabella, che ho “scippato” dal sempre interessante blog di Vittorio Rusinà:

“Mi pongono spesso un’obiezione: non esistono dimostrazioni scientifiche dell’utilità o dell’efficacia delle pratiche biodinamiche. Rispondo subito che, d’altro canto, siamo sommersi da studi che dimostrano incontrovertibilmente quanto l’agricoltura convenzionale sia dannosa. Non solo per l’ambiente e per il pianeta, ma anche perchè pesticidi, fertilizzanti e fungicidi sono tossici e spesso carcinogenici, sia per chi lavora, sia per chi consuma i prodotti finali. Se volessimo basare le nostre pratiche di coltivazione sull’evidenza scientifica, l’agricoltura convenzionale dovrebbe venire immediatamente bandita.”