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Sulla via della vocazione

27/04/2012

No tranquilli non ho deciso di prendere i voti  😉
Scrivo questo post dopo aver letto l’interessante intervento di Federico Graziani al Gastronauta. Premetto che in merito all’argomento dell’esportazione dei vitigni dal loro luogo d’origine o comunque vocato sono un pò conservatore. Inorridisco nel vedere lo Chardonnay forzato in Sicilia dove non può esprimere appieno le sue potenzialità, semplicemente perchè nell’isola non trova le condizioni climatiche a lui più congeniali. La vedo come una sorta di punizione per la pianta, anche se molti viticoltori, che utilizzano come unica direttrice quella indicata peridicamente dalle richieste di meracato, continuano a non capirlo.

In un intervento a Zurigo (qui su VinNatur) Claude Bourguignon, noto agronomo francese, afferma che ormai, con l’utilizzo massiccio di pesticidi, erbicidi e fitofarmaci, si può coltivare la vite in ogni angolo della Terra, dall’assolata California alla umida Thailandia. Perchè l’uomo tenta di modificare le condizioni ambientali a suo piacimento, e il terroir sta diventando ormai una chimera.

In questo modo siamo riusciti (o meglio pensiamo di esserci riusciti) a impiantare vitigni ben lontano dai luoghi a loro più congeniali.
Ma quale sarà il risultato?
Nessuno si è mai chiesto perchè lo Chardonnay in Borgogna è strepitoso e in Sicilia spesso è anonimo?

Probabilmente  anche nell’isola della Trinacria si produrranno Chardonnay che hanno qualcosa da dire, ma a costo di quali interventi invasivi?

Spesso perdiamo di vista la grande risorsa ampelografica che abbiamo qui in Italia. Ogni regione ha vitigni dalle caratteristiche peculiari e dalle potenzialità enormi che spesso vengono dimenticate a favore dei soliti internazionali che stanno globalizzando il mondo viticolo.
Mi viene da pensare alla Toscana, grande terra di grandi vini, che stanno cercando di trasformare (o forse ci sono già riusciti) in una piccola succursale francese. Cabernet, Syrah, Merlot tentano inesorabilmente di inglobare i vari Ciligiolo, Canaiolo, Sangiovese e sono ormai parte integrante di un’antica denominazione come quella del Chianti.
Che si vuol fare il mercato vuole quello e quello gli si da. Magari però perchè non conosce altro… Fortunatamente tenaci vignaioli continuano ancora a promuovere i vitigni del luogo, producendo ottimi vini.

In parte sono comunque concorde con Graziani, che conviene sperimentare i nostri vitigni, anche un pò lontano dalle mura di casa, piuttosto che andare a recuperare da molto lontano varietà scelte solo per il nome che hanno. Ma senza perdere mai di vista  il triangolo virtuoso terroir-clima-vitigno e il genius loci, parametri imprescindibili per l’unicità e la qualità del vino.

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Cantine Sociali: diavolo o acquasanta?

16/04/2012

Mi sono sempre chiesto se le Cantine Sociali siano una cosa buona per il vino oppure no.
Mi hanno sempre attirato poco, forse per i loro capannoni così grigi e impersonali che somigliano più a una fabbrica che a una cantina.

Sicuramente nel corso degli anni hanno aiutato molto quei viticoltori che non avevano le risorse per vinificare in proprio le uve, e rappresentavano quindi uno sbocco fondamentale per i loro prodotti.

Se il fine è encomiabile, i mezzi non sempre però sono idonei.
Infatti può capitare che impongano ai contadini un prezzo di acquisto delle uve talmente  basso (cosa che fanno poi anche le grandi aziende vinicole) da obbligarli a lasciare invendemmiati i grappoli o addiruttura ad estirpare i loro vigneti, per evitare di lavorare in perdita
(un’amica mi raccontava che a lei impongono la data di conferimento, che l’uva sia matura oppure no poco importa…).
Tutto ciò per riuscire a vendere bottiglie a prezzi bassissimi, quelle che troviamo poi nei supermercati a 1-2 euro. 
Vini che potremmo definire non socialmente utili, visto che rischiano di essere la causa dell’estirpazione di una o più vigne, e la perdita del lavoro per il viticoltore.
Ogni tanto bisognerebbe chiedersi come mai certi vini hanno prezzi irrisori, e cercare di capire la storia che c’è dietro.

La cosa peggiore è che questo gioco al ribasso dei prezzi funziona anche come disincentivo per i viticoltori. Perchè faticare il doppio o il triplo, e così facendo lavorare in perdita, per produrre un uva qualitativamente migliore di un altro socio che verrà poi pagata comunque allo stesso prezzo?
Questa metodologia porta ovviamente ad un livellamento al ribasso della qualità.
Un cambiamento gioverebbe anche alle Cantine Sociali stesse, che sostenendo una produzione qualitativa in campo potrebbero avere una più ampia gamma di prodotti e di qualità sicuramente migliore, anzichè buttare tutte le uve, indistintamente, nello stesso calderone. Questo probabilmente è il motivo per cui è spesso difficile trovare vino di queste Cantine che sia di un elevato livello qualitativo (anche se i casi positivi ci sono eccome. Qualcuno mi parlò bene della Cantina Sociale di Quistello, nel mantovano, e si possono leggere note positive in questa degustazione di Fabio D’Uffizi).

Sarebbe interessante capire se alle stesse Cantine Sociali interessa un miglioramente qualitativo, che comporta comunque un maggior dispendio di energie e lavoro, oppure se si accontentano di rimanere circoscritte nella  produzione e commercializzazione di un vino banale.

Villa Favorita 2012: Santa Caterina

27/03/2012

Ho cominciato il mio primo anno a VinNatur con la Liguria, regione sicuramente non tra le più rinomate in ambito vitivinicolo, ma non per questo priva di cantine degne di nota. Una di queste è senz’altro Santa Caterina, sita a Sarzana (dove nel lontano 1981 il grande Faber tenne uno dei suoi più famosi concerti).
La degustazione al banco d’assaggio è stata accompagnata da una lunga e piacevole chiacchierata con Andrea Kihlgren (il proprietario), che mi ha spiegato le sue preferenze per una viticoltura slow, sempre alla ricerca di un vino nel massimo rispetto della natura e dell’uomo. Dice che, al contrario di altri suoi collega, non ha voluto partecipare al Vinitaly (nello spazio ViViT) perchè preferisce parlare di vino anzichè di commercio.
Grande sostenitore della sosta a contatto con le fecce, produce un vermentino senza macerazione e uno con.

In sequenza ho assaggiato:
Bianco 2010: albarola in purezza (quello che usano nell’uvaggio dello Sciacchetrà), colore paglierino tenue quasi bianco, sia in bocca che al naso è molto delicato con una mineralità secca, leggero e di buona beva.

Vermentino 2010: (senza macerazione) vermentino in purezza, si presenta con un colore lievemente più intenso del precedente e con una mineralità che ricorda il mare. Al naso porta sentori citrini e di fiori freschi, di discreto corpo e decisa finezza.

Vermentino 2010: (macerato sulle bucce): questo fa una macerazione di 12 giorni sulle bucce (ma Andrea dice che la vuole ridurre perchè si è accorto che non necessita di così tanto tempo). Colore ancora più evoluto, di un giallo paglierino più intenso. Grandi profumi di erbe aromatiche (origano, basilico), fresco e dinamico, con ricordi agrumati.

Sondaggio: la vostra Cantina Sociale

19/03/2012

Molto spesso (non sempre) cantina sociale non fa rima con qualità.
Questa associazioni sono a mio parere realtà un pò controverse, da un lato sono fondamentali per quei viticoltori che non possono permettersi attrezzature per la vinificazione, dall’altro non sempre adottano politche etiche e qualitative.

Ecco alcuni dei punti dolenti:
1) prezzo pagato ai vignaioli non è sempre equo;
2) questo non li stimola a puntare ad una viticoltura di qualità;
3) la Cantina Sociale fissa le scadenze di conferimento dell’uva, ma ciò non significa che questa sia matura al punto giusto
4)……
Perchè non garantire agli associati una seria assistenza tecnica e tecnologica per puntare ad un prodotto di qualità?

Ora vorrei aprire un dibattito in merito, secondo voi dove sbagliano le cantine sociali e come possono cambiare per riuscire ad alzare il livello qualitativo dei suoi prodotti?

Ogni bottiglia è diversa, parola di Camillo Donati

17/03/2012

Ad integrare la mia visita alla cantina Donati di qualche giorno fa voglio inserire questo interessante video dove Camillo spiega come nascono i suoi vini. Vini veri, vini vivi che esprimono la loro diversità di anno in anno e nello stesso anno anche da bottiglia a bottiglia.

Nella fucina di Camillo Donati

16/03/2012

Ho sempre avuto un pò di reticenza ad andare visitare la cantina di Camillo Donati, non per un vero motivo valido ma per la mia poca predisposizione verso i vini frizzanti. Invece, citando il grande Faber, “…il seguito prova che aveva torto“.

Arrivo in tarda mattinata ad Arola, ad attendermi Francesca, la gentilissima moglie di Camillo, che  mi accompagna in collina a Barbiano, dove l’azienda ha i suoi 10 ettari di vigna. Là c’è Camillo impegnato potare le viti allevate a Guyot. Non lascia a nessun altro questo gravoso compito, ci tiene a farlo personalmente, perchè l’occhio è maestro e certe sensazioni sono impossibili da insegnare. La coltivazione in campo è totalmente biologica e naturale, senza l’uso di sostanze chimiche, quantitativi minimi di rame e zolfo, sovescio e concimazioni con letame.

Francesca mi guida all’interno della cantina di vinificazione dove hanno una vecchia vasca in cemento che usano come “starter”, perchè all’interno si possono ammirare (e sentirne il profumo!) dei lieviti indigeni che favoriranno le fermentazioni. Fermentazioni che avvengono in tini aperti senza il controllo della temperatura e si concludono lasciando un lieve tenore zuccherino nel vino che servirà per la rifermentazione naturale in bottiglia. Per la tappatura utilizzano speciali tappi a corona, gli unici che riescono a dare garanzia garantire contro imprevisti spiacevoli di “esplosioni” dovute proprio alla rifermentazione naturale.

Continuando con piacevoli chiacchierate ci appropincuiamo al banco d’assaggio, dove ci aspetta un fila di promettenti bottiglie. Tutti i vini di Camillo sono da monovitigno (a parte la Malvasia rosa che contiene un 5% di uve rosse scelte di anno in anno).
Ecco i vini assaggiati:

il mio Sauvignon 2008: colore paglierino, profumi minerali e di frutta fresca, davvero piacevole in bocca, delicato e setoso.

il mio Malvasia 2010: colore giallo oro, più velato rispetto al Sauvignon, con i profumi inconfondibili del vitigno e un sentore come di pesce fresco, che mi ricorda i pomeriggi da bambino passati in riva al lago a pescare (e non lasciatevi ingannare, è un profumo non una puzza). Buon corpo e bell’acidità, territoriale e caratteristico.

il mio Lambrusco 2010: lambrusco Maestri in purezza, colore rubino-viola intenso, profumi di fiori e di carne, rotondo, pieno e succoso, scende in gola che è un piacere, da berne a secchiate tanto per intenderci.

Vini tutti molto diversi tra loro e caratteristici, accumunati però da un fattore: l’incredibilie bevibilità, non una sensazione di bruciore nè un eccesso di pungenza sgradevole. Vini che trasmettono allegria.

Chiacchierando anche Francesca mi conferma che pure loro per l’Ovidio (che è un Vino da tavola) non possono indicare in etichetta l’annata della vendemmia  😕  .

Dulcis in fondo vado a casa con un cartone di 6 bottiglie miste, e quando mi presenta il prezzo penso sia uno scherzo: 30 € in totale!  😯
Ok, domani ripasso col camion 😉

Brachetto “Pian dei sogni” 2006 – Forteto della Luja

13/03/2012

L’anno è il 2010 e la gita è la stessa che ci ha portato da Roddolo su Bricco Appiani. Nel tragitto verso casa ci siamo fermati al Forteto della Luja, Oasi del Wwf e cantina produttrice (tra gli altri) di Loazzolo.
Sono pochissimi i produttori di questo splendido vino dolce, per questo trovandoci nei paraggi, non ci siamo lasciati sfuggire un assaggio.

L’Oasi è davvero affascinante, con le orchidee che crescono spontanee nei prati, il recinto dei cavalli da tiro utilizzati per le lavorazioni del terreno in vigna e i ripidi vigneti di moscato. Peccato solo per il poco tempo che avevamo a disposizione, perchè avrebbe meritato una sosta ben più lunga.
Durante la visita abbiamo degustato sia il noto Loazzolo che il giovane (nel senso che la produzione è recente) Brachetto passito.

Ne avevo portate a casa una bottiglia ciascuno, regalando il Brachetto ai miei. Conoscendo la mia passione per i vini hanno pensato di stapparlo durante il pranzo domenicale, ma non per accompagnare il dolce, bensì a tutto pasto! Eh sì, abituati ai nostri lambruschi e non proprio enoappassionati,  non sapevano che era un vino dolce  ;)… vabbè comunque ho apprezzato il gesto e si è subito rimediato con il Roddolo di cui sopra (quindi male male non è andata!).

Il Pian dei sogni 2006 ha un colore rubino tenue, scarico, tendente al granato, con profumi di frutta secca (mandorle e nocciole), fragole e marasche, rose e una nota ossidata che ricorda il caramello bruciato.
In bocca si presenta delicato anche se lievemente stanco, forse ha superato i suoi giorni migliori. La dolcezza non è pesante e la freschezza pare un pò scemata, ma data la leggerezza di questo vino non provoca particolari squilibri.

Questo brachetto alle prime armi ha ancora un pò di strada da fare, e ad essere sinceri io preferisco il Loazzolo (che è anche il loro prodotto migliore).
Ma a mio padre dev’essere piaciuto (mia mamma non ne beve) perchè il giorno dopo era finito… 😉